Passo indietro di Schulz
È bufera nella SPD

E adesso, povero partito? Ci vorrebbe Hans Fallada, che tanto bene descrisse disperazione e lacerazioni del popolo minuto tra la prima guerra mondiale e il nazismo, per raccontare quello che sta succedendo nella SPD. Che è come dire il partito socialdemocratico più vecchio e più importante (ancora) d’Europa. Martin Schulz se n’è andato. Rinuncia a fare il ministro degli Esteri nella terza groβe Koalition con la CDU di Angela Merkel e la CSU di Horst Seehofer e, poiché aveva già annunciato il proprio ritiro dalla presidenza del partito, se ne va a casa bastonato e senza blasoni. I buoni propositi di rivitalizzazione della politica europea tedesca, che avevano un po’ di credibilità visto che anche il superfalco delle Finanze Wolfgang Schäuble esce di scena (almeno dal governo), rientrano nel cassetto. Schulz qualche garanzia la dava, con il suo cursus honorum nelle istituzioni di Bruxelles: capo del gruppo PSE, presidente del parlamento, candidato per i socialisti alla presidenza della Commissione. Chi verrà dopo di lui non si sa.

Già: chi verrà designato ora alla guida della diplomazia tedesca? Forse Sigmar Gabriel, che è stato, ed è ancora, il ministro in carica? È una possibilità, ma non una certezza. Tutto lascia pensare che proprio la sua brutale rottamazione, imposta dal nuovo presidente e ministro degli Esteri in pectore, abbia fatto precipitare all’interno dei vertici socialdemocratici lo scontro che è scoppiato pubblicamente con la Grande Rinuncia di Schulz. Ma certamente non si è trattato solo di uno scontro di personalità ai vertici. Il modo e i tempi con cui la SPD è arrivata alla decisione di ingoiare l’indigestissimo rospo del sì all’alleanza con i conservatori ha provocato un terremoto che scuote tutto il partito. E Schulz dev’essere stato abbastanza ingenuo per poter pensare che sarebbe bastata la rinuncia alla presidenza per far dimenticare il clamoroso voltafaccia con cui è passato dal “mai e poi mai una nuova groβe Koalition” del dopo elezioni di fine settembre alla designazione a ministro (e che ministro!).

Probabilmente Gabriel, che nella precedente alleanza con CDU e CSU c’era e che il ministro degli Esteri l’ha fatto, è stato individuato come l’anti-Schulz da tutte le componenti del partito che erano, e restano, contrarie alla GroKo e forse anche da quelle che, per ragioni diverse e varie, comunque non digerivano l’uomo di Bruxelles, definizione che allo stesso Schulz non dispiace.

Fra pochi giorni i quattrocentomila e rotti iscritti alla SPD saranno chiamati a votare nel referendum che, per statuto, deve dire l’ultima parola alla partecipazione al governo federale. Fino a ieri l’ipotesi più probabile appariva un sì, più o meno risicato. Ora, chissà.