Dopo Corbyn, Starmer l’europeista che vuole unire le anime Labour

Sir Keir Starmer è il nuovo segretario del Partito Laburista. Ha infatti stravinto l’elezione per decretare il successore di Jeremy Corbyn con il 56.2% dei voti contro il 27.6% della candidata corbynista Rebecca Long-Bailey ed il 16.2% della deputata centrista Lisa Nandy.

Keir Starmer (che non ama mettere Sir prima del suo nome) appartiene alla cosiddetta soft left, non è né un nuovo Blair, né un moderato alla ricerca dei voti del centro. Stiamo parlando di una persona che ha una storia professionale e politica di assoluto rispetto. Prima di diventare deputato (pochi anni fa nel 2015 a 53 anni), ha lavorato alacremente come avvocato dei diritti umani e si è in seguito distinto come apprezzato Direttore delle Procure della Corona.

Keir Starmer

Anche il suo attivismo giovanile rivela una limpida storia di sinistra. Negli anni ‘80 era nelle piazze a manifestare accanto ai lavoratori, a Wopping quando la polizia caricò un picchetto pacifico, o a Dover a sostenere i lavoratori portuali che vedevano i loro benefits tagliati dal governo conservatore. Nella sua carriera legale, Keir Starmer è sempre stato dalla parte dei lavoratori e dei sindacati. Ha sostenuto le battaglie legali di Greenpeace contro la Shell, ha difeso Helen Steel e David Morris per 10 anni (vincendo la causa) per l’accusa di diffamazione mossa da McDonald’s. Starmer ha fornito assistenza legale gratuita ai lavoratori che protestavano a Trafalgar Square per la poll tax; quando nel 1992 il governo conservatore chiuse le miniere Starmer ha sostenuto i minatori nella causa contro il governo.

Starmer è lontanissimo da Blair e dalla stagione della Terza Via. Nel 2003 pubblicò un opinione legale nel Guardian dove specificò come l’invasione dell’Iraq era legalmente ingiustificata. Nel corso degli anni ha difeso moltissimi cittadini nel tentativo di portare all’attenzione pubblica la massiccia presenza di forze militari degli Stati Uniti nel Regno Unito. Starmer ha portato in tribunale anche l’ultimo governo Labour che rifiutò di garantire ai richiedenti asilo accesso a welfare benefits. Nominato direttore Procuratore della Repubblica, non ha esitato a perseguire i parlamentari che avevano abusato dei rimborsi spese o i giornali di Murdoch per lo scandalo di phone hacking (spionaggio telefonico).

Sotto la bandiera no Brexit

Starmer è diventato segretario esattamente in virtù di questa storia di sinistra e sulla promessa di mantenere tutte le politiche socialiste prodotte dalla rivoluzione neo-socialista di Jeremy Corbyn. Ma è sull’Europa dove Starmer marca una netta differenza con il suo predecessore. Nonostante il rispetto verso il risultato del referendum e della minoranza dell’elettorato laburista che aveva votato per il leave, Starmer non si è mai tirato indietro pubblicamente sull’importanza di rimanere nell’Unione Europea, ed è sempre stato un interlocutore che ha cercato sponde oltre la Manica.

Come attivista dei diritti dei cittadini europei per i the3million (organizzazione nata dopo Brexit che è diventata principale interlocutrice a Bruxelles e Westminter sul tema) e come coordinatore della campagna Take a Break from Brexit (campagna per l’estensione dell’articolo 50) abbiamo seguito da vicino il lavoro di Keir Starmer da ministro ombra sulla Brexit: rigoroso e meticoloso, sempre rispettoso e leale verso le posizioni spesso ambigue espresse da Corbyn, ha lavorato con costanza per fare evolvere la posizione del Labour in senso europeista. Con questo ruolo è riuscito a guadagnarsi la stima e la fiducia nelle sue capacità sia all’interno che fuori dal partito

Dopo il fallimento dell’accordo di divorzio negoziato con la UE da Theresa May, Starmer ha avuto il coraggio di spingere per una posizione più europeista e di dissuadere Corbyn dalla debole richiesta di soft Brexit, avversata da una maggioranza assoluta sia dell’elettorato europeista che da quello euroscettico e risultata umiliata durante le europee del 2019. Ma la spinta europeista di Starmer si è sempre svolta in modo corretto, con il pieno rispetto della leadership di Corbyn, che questo rispetto ha sempre ricambiato.

Di fatto Starmer vince la contesa per la successione di Corbyn principalmente in quanto era decisamente il candidato più europeista. Gli elettori del congresso, ovvero gli iscritti al partito o ai sindacati affiliati, lo hanno preferito a Rebecca Long Bailey, la candidata sostenuta da McDonnell e dalla sinistra corbynista, estremamente ambigua sul tema della Brexit, e a Lisa Nandy, l’outsider moderata con posizioni più euroscettiche (votò a favore del deal di Boris Johnson in parlamento) proprio per dare al partito una sterzata europeista dopo gli sbandamenti di Corbyn.

Le ambiguità di Corbyn

Corbyn ha avuto il grande merito di prendere un partito che doveva ritrovare la sua anima dope vent’anni di blairismo, riavvicinando al partito laburista tanti elettori allontanatisi per le politiche moderate e la scellerata avventura in Iraq. Sorprendendo anche i più scettici con risultati elettorali inaspettati come la rimonta durante le elezioni anticipate del 2017, dove ottenne un risultato eccezionale sia rispetto ai sondaggi che ai risultati delle sinistre europee, Corbyn ha riportato nell’agenda del partito laburista molte battaglie di sinistra, anche grazie a Momentum, l’organizzazione di attivisti nata per appoggiarlo durante la prima campagna per la leadership e divenuto poi un movimento a supporto delle campagne elettorali del partito.

Se Corbyn fosse stato il leader del Labour in un altro momento storico, forse la sua leadership avrebbe portato risultati differenti; purtroppo per lui non ha trovato la formula giusta per affrontare la Brexit, e la sua gestione di questa fase storica (dal referendum alle negoziazioni) ha evidenziato le debolezze di un leader che è stato troppe volte ambiguo, esitante nelle scelte, e che troppo a lungo ha insistito, senz’altro in buona fede, nel cercare di tenere insieme la maggioranza europeista del partito e la minoranza euroscettica dietro al fragile compromesso della soft Brexit, senza peraltro mai trovare sponde nel Partito Conservatore né il supporto della base di militanti.

Obiettivo: unire un partito diviso

Questi stessi militanti hanno offerto la loro fiducia a Starmer nonostante fosse un altro uomo, bianco di mezza età, e soprattutto di Londra, quando era forte la richiesta di un ricambio generazionale, geografico e di genere. Tuttavia Starmer dal momento in cui è sceso in campo ha dimostrato l’intento di unire un partito diviso da troppe frizioni al suo interno, con una significativa parte di elettorato attratta dai LibDem (liberal democratici) a destra e dai Greens (verdi) a sinistra, con un malumore neanche troppo malcelato verso l’ex “cerchio magico” di Corbyn, con alcuni dei più stretti collaboratori ormai invisi a una larga maggioranza del partito.

Starmer ha velocemente raccolto il consenso della maggioranza dei deputati sia europei che a Westminster, ed ha fatto una campagna incessante con il motto: another future is possible (un altro futuro è possibile). Ha avuto il sostegno di molte personalità della sinistra interna, storicamente sostenitrici di Corbyn, come la ex coordinatrice di Momentum Laura Parker o il giornalista Paul Mason, ma ha accolto nel suo team anche personalità dell’ala moderata come Matt Pound, a capo di Labour First, organizzazione estremamente critica verso Corbyn.

Si definisce socialista ed internazionalista, non ha nessuna intenzione di guardare a destra o al centro, ma sicuramente vuole recuperare quell’elettorato anche moderato che il Labour ha perso e soprattutto vuole unire il partito. Non ha mai polemizzato con le altre due candidate rimaste in corsa per la leadership del Labour, ha resistito agli attacchi che ha ricevuto dalla macchina del partito che era ancora in mano all’ala corbynista, e con le scelte che ha fatto non appena eletto ha dimostrato di non voler punire nessun’anima del partito.

Molti corbynisti non sono stati riconfermati nei loro ruoli, ma ha dato due ministeri (ombra) pesanti alle sue due concorrenti, dell’Educazione a Rebecca Long-Bailey e degli Esteri a Lisa Nandy e assegnato ad Annaliese Dodds, una fedelissima di McDonnell, il compito di succedergli come ministro ombra dell’economia. In alcuni ruoli chiave ha scelto esponenti del Nord e del Galles, a sottolineare che la sua guida non sarà Londra centrica.

Non appena eletto ha chiesto scusa alla comunità ebraica, con la quale il rapporto si era molto incrinato durante la l’era Corbyn, e non ha esitato a criticare la gestione superficiale del governo dell’emergenza Covid-19, al tempo stesso offrendo supporto costruttivo e volontà di collaborare a risolvere la crisi. E ovviamente si trova a dover gestire una questione delicatissima con il primo ministro Boris Johnson malato e un governo fisicamente e politicamente allo stremo.

Tra Covid19 e Brexit

Dovrà ora guadagnare la fiducia dell’elettorato spaventato da Corbyn (come chissà che male potesse fare ad una nazione che si è messa nelle mani di Dominic Cummings!) rimanendo fedele ai valori che lo hanno accompagnato durante la sua carriera da avvocato e di politico. Del resto difficilmente si può avere paura di Sir Keir Starmer, che ha già diverse volte dato prova delle sue capacità retoriche durante il Prime Minister Question Time, dove il Primo Ministro in carica dibatte vari punti, per ognuno dei quali il capo dell’opposizione risponde a stretto giro.

Ogni volta che Starmer ha dovuto sostituire Corbyn sulla Brexit è sempre stato pronto, pungente ed accurato, coniugando talento retorico ed esperienza politica. E proprio la Brexit tornerà presto al centro del dibattito con il moltiplicarsi di richieste di sospendere il percorso di uscita dalla UE per via della pandemia,  che sta diventando sempre più grave in tutto il Regno Unito. Ovviamente il governo si rifiuta di discutere una nuova estensione e si preannunciano mesi complicatissimi tra Covid-19 e Brexit. Subito un banco di prova molto duro, vedremo se Starmer riuscirà ad avere l’impatto giusto per affrontarlo.