Il dolore, il silenzio. Nel fiume di popolo che diede l’addio a Enrico Berlinguer

Quella notte Roma sembrava una città sospesa e l’autostrada un filo nero lanciato verso il mare. Al volante di una Centoventisette bianca inseguivo l’alba di un giorno che sarebbe rimasto per sempre nella memoria. Come il ghiaccio nei ricordi di Aureliano Buendia in Cent’anni di solitudine di Marquez. Era il 13 giugno del 1984. Il giornale mi aveva inviato a Civitavecchia ad aspettare l’arrivo delle prime navi dalla Sardegna. Dovevo raccontare dal porto il dolore del popolo di Enrico Berlinguer che veniva a Roma per il suo funerale. Avevo mezz’ora di tempo per scrivere e mandare il pezzo per l’edizione straordinaria: quella con la grande scritta «Addio».

Difficile raccontare il dolore e i silenzi

Berlinguer, addio,«Mi raccomando, un pezzo come si deve e tempi rapidi», mi aveva intimato il caporedattore il giorno prima. Allora ero un giovane redattore della cronaca di Roma e quell’incarico, inaspettato, lo affrontai con grande ansia: la paura di non essere all’altezza in un momento così importante e la voglia di mettercela tutta. Proprio in quel giorno, proprio dentro a quel dolore. A rileggerlo oggi, devo riconoscere che quello che uscì non era il pezzo che avrei voluto scrivere. Ma c’è una giustificazione: i silenzi, tra la gente di Berlinguer, erano troppi. E raccontare i silenzi è la cosa più difficile del mondo.
Per noi dell’Unità quelli dal 7 al 13 giugno erano stati giorni duri e amari. La redazione visse lunghissime ore come chiusa in una bolla dove si agitavano sentimenti brucianti: il dolore ma anche la rabbia, la passione giornalistica ma anche lo sgomento per quell’uomo che lottava tra la vita e la morte. Per noi, giornalisti-militanti, fu una prova difficilissima. Nel palazzo storico di via dei Taurini fummo appesi a quel filo che portava a Padova – dove Berlinguer era ricoverato – aspettando che l’indimenticabile Ugo Baduel ci informasse minuto per minuto sulle condizioni del leader del Pci. Nessuno si risparmiò in quella lunga diretta: saltarono pranzi e cene, si persero le tracce delle famiglie, dei figli e degli amici.
Ogni tanto, noi cronisti di Roma che eravamo un po’ isolati nelle stanze del primo piano, salivamo al terzo dove c’erano gli uffici della direzione e dei servizi nazionali. «Novità?», chiedevamo. «Che dice Baduel?». Speravamo nell’impossibile e ci aggrappavamo ai più piccoli segnali, spesso più sognati che reali.

Il titolo: “Ti vogliamo bene Enrico”

La stanza di Carlo Ricchini, il caporedattore che si sobbarcò in prima linea la gestione di quella bufera, era sempre piena di gente. Volavano i fogli, le vaschette si riempivano di titoliere e di fogli in tripla copia per gli articoli, entravano e uscivano il direttore Emanuele Macaluso e il suo vice Romano Ledda. Enrico Pasquini e gli altri grafici cambiavano i menabò, spostavano i titoli, li allargavano, usando quel vecchio arnese che si chiamava tipometro.
Arrivavano i tipografi per sapere quando mettere in moto la rotativa che ogni notte faceva tremare quel palazzo di San Lorenzo e che in quei giorni aspettava fino al limite estremo. Tutte immagini di un’altra epoca, di un altro lavoro fatto con strumenti che oggi sono archeologia.
Furono giorni vissuti con il groppo in gola. Scanditi da quei titoli che ognuno di noi sa ancora recitare a memoria. L’ultimo prima della fine fu il grido disperato che quella redazione lanciò nel silenzio sgomento dell’Italia e che diede voce al sentimento di tutti: «Ti vogliamo bene Enrico». Come era bella quella frase, lì in alto sotto la testata dell’Unità: era uno strappo per un giornale sempre misurato, a volte troppo serioso. Ma quella storia, la tragica fine di un uomo che sentivamo come uno di noi, fece saltare ogni argine. E quando l’11 giugno alle 12.45 il bollettino medico annunciò la morte molti piansero davanti alla tv. Piansi anch’io. Era la prima volta, è rimasta l’unica davanti alla morte di un uomo pubblico. Ma quell’uomo pubblico era Enrico Berlinguer.

Al porto di Civitavecchia

BerlinguerLo stesso dolore era una crosta dura anche tra quelli che sbarcarono dalla prima nave al porto di Civitavecchia quel 13 giugno quando era già l’alba. Visi stanchi e tristi, il volto solcato dalle rughe del lavoro, gli occhi abbassati, storie di fabbriche e miniere (Carbonsulcis, Rumianca e tanti altri nomi svaniti nel tempo), gli striscioni «Per Enrico» e il vuoto dentro. «Lui era uno di noi», dicevano alcuni sotto voce. «Era un compagno che ha lottato dalla nostra parte», aggiungevano altri. Poi, silenzi. Tanti silenzi, occhi bagnati e l’Unità tra le mani. Andarono in corteo alla stazione, poi in treno fino a Roma ormai già bloccata in ogni angolo da quell’immenso fiume di gente che accompagnò la bara di Berlinguer.
Scrissi quel pezzo di corsa battendo i tasti di una vecchia Olivetti nella sezione del Pci che era in uno scantinato buio. Lo dettai al telefono (non c’erano i computer, e com’era lento il mondo) e tornai anche io a Roma. Mi infilai in un corteo, uno dei mille, dalle parti di via Ostiense tra bandiere rosse, lacrime e dolore. E tantissime copie dell’edizione straordinaria de l’Unità fresche di stampa: «Addio», e quella foto di Enrico con la cerata bianca sulla barca.

In piazza San Giovanni, gremita

Non so più oggi come riuscii ad arrivare in piazza San Giovanni, perché Roma era paralizzata e i cortei non si muovevano nemmeno di un passo. Ricordo che ci entrai nell’attimo esatto in cui Nilde Iotti, che nominava le delegazioni presenti, pronunciò il nome del presidente del consiglio Bettino Craxi e dall’immensa folla rimbombarono milioni di fischi. Erano lo sfogo di chi si era sentito offeso per quei fischi volgari che sommersero Berlinguer al congresso del Psi di Verona solo qualche settimana prima e che Craxi aveva pubblicamente condiviso («Non so fischiare, altrimenti avrei fischiato anche io», aveva detto dalla tribuna). Forse non era bello fischiare lì, proprio quel giorno. Ma era giusto, eccome se era giusto, difendere dall’insulto un grande italiano e una grande storia.

l'Unità, addioUna grande storia, quel giorno, finì per sempre

Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco, davanti a quello sguardo intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno. E a quel funerale parteciparono «tutti», come titolò il giorno dopo l’Unità. Anche se nessuno in quel momento era consapevole che una stagione era chiusa. Nessuno poteva immaginare il dopo, né quanto sarebbe stato lungo il nostro inverno. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati i pensieri lunghi di Berlinguer. La storia del dopo l’abbiamo vissuta dentro mille tempeste, tra passioni e delusioni che hanno scandito il tempo da allora a oggi.
Ognuno conserva il proprio racconto di questo lungo viaggio. Ma dopo tanti anni Berlinguer, in fondo, è ancora qui, ancora uno di noi. Lui così schivo, lui così anti-leader, sopravvive al tempo che spesso cancella la storia.

Le sue idee e la grande passione per il futuro

È uno di noi con l’emozione che suscita ancora. Con le sue idee e la sua bella storia, con l’umiltà con cui ha guidato e cambiato un grande Partito comunista e con la quale ha attraversato le nostre vite. Con la sua grande passione del futuro e anche con tutti i suoi limiti, segnati da quell’epoca di ferro e fuoco. Con quello sguardo dolce che le foto ancora oggi riconsegnano a chi non l’ha mai visto. Con quegli occhi che anche io ho incrociato con grande timidezza qualche volta in redazione quando veniva dopo una manifestazione o un’elezione. E un giorno persino a tu per tu, così vicino e con emozione, sul retropalco di un comizio proprio a piazza San Giovanni: e quanto mi sembrò piccolo davanti all’immensa piazza.
Degli altri che allora erano protagonisti, invece, si sono perse le tracce dopo questo lungo tempo che ha sconvolto il mondo e l’Italia e che ha lasciato irrisolti molti dei problemi che il segretario del Pci aveva tentato di affrontare. Sì, quelli che nei ruggenti anni Ottanta sembravano così moderni, nuovi, rampanti, quelli che annunciavano un radioso futuro per tutti e consideravano i comunisti il vecchio che resiste, sono stati travolti nel giro di pochi anni. In quella spregiudicata battaglia sono stati loro, come aveva visto Berlinguer tra le critiche e gli insulti, a uscire sconfitti dalla storia.

 

Trentasei anni fa, il 13 giugno del 1984, i funerali di Enrico Berlinguer fermarono Roma. In quei giorni è finita una grande storia. Per ricordarli, ripubblichiamo un articolo uscito sull’Unità nel 2014, in occasione del trentennale.