Il dolore di noi amanti del calcio che fu, nella nostalgia di un 11 anomalo

Già nel nome del suo paese natale c’era un segno d’eccezione: San Michele Extra, in provincia di Verona. È morto Mario Corso, come dire che è morto un artista. E di artisti veri e puri nel calcio e negli altri palcoscenici ogni epoca ne ha avuti pochi, così il dolore per un vecchio suiveur è acuto, come il sentimento d’amore (tale è). Mariolino, sinistro pugno di ferro in guanto di velluto che gli dei hanno chiesto al football, era un benefico fool on the hill degli anni Sessanta, insieme a Gigi Meroni e ad un altro divino izquierdo, Omar Sivori. Giù i calzettoni, polpacci in offerta ai tacchetti nemici, pubblico in erezione (mistica).

Corso in campo era una calamita che attraeva il piacere dello sguardo dagli spalti, fosse al trotto, nel raro galoppo, nell’uno-contro-uno da cui sortiva in fatale solitudine, per chiamare magari un dai e vai con Mazzolino. Di corporatura compatta incline alla pinguedine, precocemente stempiato, ha regalato più lui al calcio di qualsiasi cursore muscolare iperpalestrato, tanto era il talento ricevuto in dono, tanto era democratico quel calcio di più di mezzo secolo fa che dava accoglienza a spilunghi e traccagni, a tosaerba criminali (Poletti, Furino, Benetti) e a maghi dell’irrisione intrisi di classe, finte, traiettorie sconosciute ai marmittoni della pedata. Fai un tunnel? Mandi il defender in un’altra dimensione umiliandolo? Fra un po’ verranno giudicati gesti unfair, non sportivi da moralisti del nulla che non hanno mai vissuto un pomeriggio intero a inseguire una palla in cortile o ai giardini.

La grande Inter

Mario Corso nella Grande Inter che il tempo ha reso grandissima era un 11 anomalo, con istinto da meneur de jeu, naturalmente attratto dove la geometria di un contropiede o di una manovra aggirante lo rendeva necessario, non per lanci missilistici alla Suarez ma per dare aria, luce ai suoi e scompensi agli avversari. Sulla fascia sinistra rombava già Facchetti, cursore e precursore degli attuali esterni. Era l’ago fatato della bilancia, col sinistro che squillava anticipandol portiere perché la puntura era arrivata in controtempo, sul passo, o staffilava da fuori area indovinando il varco. Poi capitava di dover battere una punizione dal limite. La foglia morta, pallone su a galleggiare quasi e un secondo dopo giù a precipizio nel sette: letale, non parabile dato il tempo sospeso che raccontava bugie al portiere nella traiettoria. In un derby la punizione doveva batterla Boninsegna. Corso gattoneggiava nei pressi, in realtà stava facendo qualche calcolo col suo privato algoritmo. Parte lui, palla neanche veloce, che scende, va a rimbalzello e si insacca con una carezza bassa al palo alla destra del portiere. Beffa. Gioia.
Mario Corso, classe 1941, ha anche allenato con alterne fortune, ma lasciamogli per sempre gli scarpini, cerchiamolo all’ombra, dove col Genoa, alla fine della traiettoria sua sull’erba, si riparava e riprendeva forza. Sta correndo, a passi corti, passa, si smarca e non vogliamo che smetta mai. La nostalgia di un 11 anomal