Milano stretta
dall’allarmismo
di media e fake news

Il virus mette paura. Bastasse una botta precisa, come si fa con le zanzare o con le mosche, per annientarlo, saremmo tutti più tranquilli. Ma zanzare e mosche, per quanto minuscole, le sentiamo ronzare, le vediamo, le contempliamo ormai cadaveri sul muro. Il virus invece lo possiamo solo immaginare: un ragnetto rotondetto, gonfio come una palla, invisibile, che si infila nei nostri polmoni seguito dalla sua compagna, i due si accomodano tranquilli nel tepore degli alveoli e prolificano e si moltiplicano, senza tregua. Un brivido, all’idea, ti percorre la schiena, ben sapendo che non ci sono zanzariere, vape, zampironi, spray che ti possano difendere. Aspettare che passi. C’è chi invoca la pioggia (ricordi scolastici: la peste manzoniana lavata via da un acquazzone). Chi spera nel vento gelido del Nord polare. Chi si affida al vaccino prossimo venturo. Chi infine allarga le braccia e si consegna alla divina provvidenza.

C’era una volta l’happy hour

Il day after (il grande cinema hollywoodiano aveva previsto tutto, anche quando non andava oltre la serie B) si contempla tutto a Milano, la grande metropoli post Expo, popolata da milioni di impiegati, vissuta da una infinità di giovani, studenti di ogni ordine e grado, percorsa da migliaia e migliaia di visitatori, turisti o affaristi, ridotta al silenzio. Tram e autobus e metrò vuoti; i bar chiusi alle sei di sera, proibito l’aperitivo e ci tolgono pure l’happy hour, quando al tramonto di ogni giornata centinaia di mani si infilano nelle ciotole colme di paste, salamelle, fagioli, pizzette, patatine, noccioline, esposte a tutti gli umori umani della giornata e a una varietà indistinguibile di insetti; i condomini, che si affacciano sulle piazze inondate fino all’altra sera dalla movida, premiati per una notte dalla pace ritrovata.

I treni sono in ritardo, perché hanno dovuto “sanificare” la stazione di Casalpusterlengo, promossa in un talk show di Raidue a “snodo fondamentale dei transiti tra Milano e Bologna”. Milanesi si muovono, qualcuno con mascherina al volto, mentre gli occhi sono attenti all’ultima schermata dell’iphone e alla notizia che registra la corsa verso la pandemia: cento contaminati, no ormai centocinquanta, sono oltre duecento. I morti? Quanti morti? Giovani? Ma aveva già il mal di cuore. Era pure vecchio. Vecchio e cardiopatico: che cosa poteva chiedere ancora? Il virologo spiega dalla tv che non ci si deve preoccupare… è un’influenza come tante altre. Il virologo spiega da un’altra tv che bisogna preoccuparsi… è un’influenza diversa da tutte le altre e i vaccini arriveranno tra anni…

La laurea su internet

Facebook scarica centinaia di messaggi. Il post ormai è l’arma prediletta degli italiani, una tribuna, un palcoscenico. Scrivono contro le misure del governo e delle Regioni, due entità astratte che accusano di ingiustificati ritardi o, a turno, di ingiustificato allarmismo. Quanto allarmismo. Allarme o allarmismo? Si può essere anche a favore del rigore assoluto, della quarantena e dell’isolamento. I partiti del pro e del contro alzano la testa. Imperversano domande e immediate risposte e, dopo, i racconti di sé, insieme con i consigli.

La narrazione prende quota: fino a quando? perché chiudere le scuole? basta una pastiglia di vitamina C, io mi curo con il reiki, io preferisco i fiori di bach, pregate, pregate, accendiamo una candela, bisogna pensare positivo, non ci sono più tamponi, chiusi i teatri ma i supermercati perché no (provate a indovinare: non è un favore all’esselunga). Un cartello, in uno scambio su facebook, annuncia: “Nel 2020 cancellata la laurea in medicina. Sarà sufficiente avere internet”.

Nell’attesa facciamo scorte: non solo le mascherine sono andate esaurite; due anzianotti che si sono sempre lavati con la saponetta palmolive discutono animatamente di amuchina, ma basta la candeggina diluita; pare che nella corsa al super la sorte peggiore sia toccata alla carta igienica: sparita. I siti on line dei nostri quotidiani ci presentano da una parte scaffali desolati e vuoti, resti rovesciati a terra come a dimostrare la violenza dell’assalto ai forni, e dall’altra carrelli strabordanti come alla vigilia di Natale, con una prevalenza di confezioni d’acqua minerale. Il timore evidentemente è che qualcuno avveleni i pozzi.

Timore tutt’altro che infondato, come avvertiva “Libero” di domenica scorsa: Il governo agevola la diffusione del virus (occhiello), Prove tecniche di strage (titolo). A proposito di diffusione qui c’è di mezzo un reato, come recita l’art. 656 del Codice penale: pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico.

Audience sull’orlo della catastrofe

La stampa italiana si è confrontata così con il Coronavirus, tra volgare speculazione politica, esagerazioni, falsità: “Incapaci al governo” (Verità), “Accogliamo tutti, anche il virus” (ancora Libero), “Coprifuoco” (Giornale), “Dilaga il virus. Milano chiude” (Messaggero)… Volendo si può leggere ancora di “gente terrorizzata”, di “epidemia”, del panico a Milano, del Nord che s’arrende, dell’Austria che blocca i treni (il che era pure parzialmente vero, non più, ma l’Austria che alza la voce fa sempre una certa impressione in noi educati a scuola considerare la storia tra una guerra di indipendenza e l’altra contro i feroci sudditi degli Asburgo).

Pagine e pagine, grafici, schemi (persino a insegnare il lavaggio perfetto delle estremità), parole. Tralasciamo la Rai, servizio pubblico, per carità: per ore ed ore, sempre sull’orlo della catastrofe, perché i disastri fanno audience. Per cui aprendo l’Avvenire di domenica scorsa si è presi dalla meraviglia e finalmente si respira: “Prudenza e unità contro virus e paura”. Non sarà brillante, non sarà ad effetto, è solo un titolo pacato che stimola a ragionare e invita un paese diviso, rancoroso, litigioso, in perenne conflitto di interessi a ritrovare responsabilità e solidarietà, titolo che in fondo mi pare riassuma l’atteggiamento dei più, dubbiosi, incerti ma non proprio attanagliati dal panico, responsabili a sufficienza, come in Italia si riscontra nei momenti delle grandi o piccole emergenze.

I supermercati sono pieni di merci. D’altra parte nessun editto impedisce la marcia dei tir. I negozi lavorano a porte aperte: così gira l’aria (primaverile ormai) e il virus muore prima. Lo stadio sarà vuoto, ma il calcio di Inter e Milan continuerà anche se “a porte chiuse”. Il lavoro rallenta, ma si lavora anche a casa. Anche i truffatori sono all’opera, secondo copione: si presentano al citofono, come un Salvini qualsiasi, spacciandosi per medici pronti, tamponi in mano, a valutare contrassegno la malattia di sanissimi signori.

Virus e chiacchiere sul ballatoio

In virtù della mia tenera età ricordo un’altra “influenza”: non la “spagnola” di un secolo fa (1918: tra il mezzo milione e il milione di vittime) ovviamente, ma l’”asiatica”, apparsa tra il 1957 e il 1958. In casa, nel condominio, al mercato si sentiva sussurrare quella parola: asiatica. Non mancarono i morti (si parla di un milione in tutto il mondo). Ci mancarono per fortuna i social e la tv era agli albori: niente fake news, nessuna confidenza dell’amico infermiere, nessun consiglio dell’erborista, solo comunicazioni ufficiali e chiacchiere tra le madri sul ballatoio di casa. Così non si scrisse di panico e di altri tremendissimi effetti collaterali, neppure di una caccia all’untore e neanche di interpretazioni personali delle regole di comportamento proposte dalle autorità (che erano ancora “autorità”).

In compenso di tante dis-attenzioni, Milano si ritrova con un sindaco, Beppe Sala, che non ha paura di mostrarsi saggio: “Piuttosto che pensare di correre ai supermercati ad accaparrarsi alimenti, cerchiamo di spendere del tempo per prenderci cura di coloro che sono più gracili, i nostri anziani in particolare che sono soggetti al rischio… Il governo e soprattutto la Regione Lombardia che ha deleghe in materia di salute hanno stabilito regole per limitare la diffusione del Coronavirus. Vorrei dire una cosa molto chiara e semplice: queste regole non si discutono, si applicano…”.