Il curling va
alle Olimpiadi

Il curling va alle Olimpiadi e il calcio non va ai mondiali: tiè! Così imparate, assuefatti poltronari, ultrà e provinciali, che vi fate incantare da un gol di Icardi o da un dribbling di Dybala. Lo sport nazionale dei Paperoni resta a casa, quello che sa di camini, valli innevate e di bocciofila entra nella più grande delle manifestazioni agonistiche (o meglio, nel Circo dello sport che sono diventati i Giochi olimpici).


Bravi ragazzi e complimenti a voi, sul serio. A voi, perfetti sconosciuti, che andrete in febbraio in Corea del Sud a far rotolare le pietre sul ghiaccio. Noi, come paese, non sapevamo nulla del curling e in realtà non è che adesso ne sappiamo molto di più. Ma vennero le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e fummo folgorati come Paolo sulla via di Damasco. Cominciammo a vedere giovanotti che strofinavano la pista di ghiaccio con spazzole e olio di gomito davanti e dietro un pietra rotonda con una specie di coperchio che scivolava via. Fu allora che familiarizzammo, si fa per dire, con termini come “stone”, quel blocco di granito che viene lanciato dai giocatori, “bottom”, il centro del gioco, “scopa”, l’attrezzo che serve a rallentare o prolungare la traiettoria, “curler”, il giocatore. Sembrava un po’ come quando nelle case italiane piombò la Coppa America di vela. Tutti andavamo per mare, e tutti discutevamo di strambate, di cazzare rande, di gennaker. Facevamo il tifo per Azzurra e pretendevamo di insegnare la tattica di gara a Cino Ricci. Con le pietre rotolanti sul ghiaccio non fu proprio così ma successe qualcosa di simile. Tanti consensi, come per i primi “vaffa” di Grillo e l’esordio dei Cinque Stelle. Pietre rotolanti, a loro modo.


Complice in questa ondata di entusiasmo, un po’ di anni più tardi per la verità, quel film gustoso – come una vecchia commedia all’italiana – che fu “La mossa del pinguino” firmato da Claudio Amendola che lo scrisse insieme ad Edoardo Leo (che faceva anche il protagonista). Una sgangherata formazione di precari e disoccupati, di vita e di lavoro, che scopriva da Roma questo sport nordico e partecipava alle Olimpiadi per lucrare qualche piccolo profitto. I quattro pensavano che fosse una cosa facile facile, roba per nonnetti in pensione. Il curling non avrà le dirette di Sky e qualche Ilaria D’Amico nei pomeriggi della domenica. Ma ha un’anima democratica, ti dice che ognuno di noi può provarci. In fondo è come tirare le freccette, sia detto con rispetto. Anche con il calcio una volta era così, quando si giocava in mezzo alla strada e tutti eravamo bravi a scartare gli altri ragazzi del quartiere. Allora sognavamo di essere Pelè, Maradona o Falcao. Poi venimmo svegliati e precipitammo nel calcetto nel migliore dei casi.
Il curling invece è una cosa seria. Nel Paese di Eupalla è vittima di luoghi comuni. Uno, fra i tanti, è pensare che sulla neve e sul ghiaccio non avremo più certi personaggi vincenti: i Thoeni, i Tomba, i Gros, i Ghedina, le Compagnoni, gli Zoeggler. O le Kostner o gli Innerhofer, per stare a quelli più vicini nel tempo. C’è ancora qualcuno che vede lo sci? Questi del curling si chiamano, prendete nota, Retornaz, Mosaner, Pilzer, Ferrazza, Gonin. Saranno famosi. Forse. E se porteranno qualche medaglia, allora, diventeremo trasformisticamente il paese del curling. Altro che sport di m…come lo battezzava volgarmente Ricky Memphis in quel film. Dirette tv e aperture di giornali e siti, esperti a spiegarci il nuovo fenomeno di costume: CAMPIONI. Più del Canada, più della Scozia. Più della Svezia, che butteremo fuori dai mondiali. Di curling, s’intende.