Economia e coronavirus.
Si esca subito
dalla convalescenza

Ultimi, penultimi, terzultimi. Diamo per scontato che il virus prima o poi se ne andrà e il mondo, prima o poi, ricomincerà a camminare sulle proprie gambe. La domanda che dobbiamo porci – ora, non domani – è che sarà di noi? Dove finirà l’Italia tra dodici, diciotto mesi? Quelle che avete letto all’inizio non sono le possibili risposte, ma le posizioni che il nostro Paese occupava alla fine dello scorso anno. Sì, quando la grande guerra virale non era ancora esplosa l’Italia era ultima in Europa come crescita del Pil, penultima come percentuale di laureati, terzultima come tasso di occupazione. E l’elenco delle voci in fondo alla classifica europea potrebbe tristemente continuare: occupazione femminile, occupazione giovanile, investimenti in ricerca, fondi per l’istruzione, dipendenza energetica, diseguaglianze economiche che aumentano invece di calare…

Una crescita mai oltre lo zero virgola

Se l’Italia fosse un corpo umano ci sarebbe da tremare. Perché il Covid, lo sappiamo, non fa sconti agli organismi già malati e debilitati. E perché la convalescenza è breve con i forti, interminabile con i deboli. Lo abbiamo visto con la crisi del 2007-2008, ancor più con quella del 2011: il Portogallo e persino l’anemica Grecia hanno ripreso a camminare lasciando un solo Paese (indovinate quale) all’ancora di una crescita mai andata oltre lo zero e virgola. Per tornare ai livelli del 2007, quando la Lehman Brothers era ancora “troppo grande per fallire”, Germania e Francia hanno impiegato tre anni, la Gran Bretagna cinque, dieci la Spagna: l’Italia, tredici anni dopo, è ancora lontana dal pareggiare il conto. E questo prima che il microscopico nemico ribaltasse il mondo.

La battaglia degli eurobond

A metà marzo il governo ha annunciato interventi straordinari per 25 miliardi di euro e altri 30 dovrebbero arrivare questo mese, nel frattempo ha aperto un confronto, anche duro, all’interno della Ue perché attraverso nuovi strumenti europei si possano attivare risorse assai più elevate.
E’ presto per dire come finirà la battaglia degli eurobond, ma sappiamo con certezza che le misure, tutte le misure per combattere, non il virus, ma quello che accadrà dopo, sono assolutamente indispensabili: perché bisogna fare in modo che i consumi riprendano, che le fabbriche non chiudano, che le piccole e medie imprese non spariscano.

Nello stesso tempo dovremmo dirci con estrema chiarezza che se vogliamo evitare l’incubo di una convalescenza infinita quelle iniziative, per quanto necessarie, non saranno mai sufficienti. Perché lo diventino è indispensabile che il bazooka che abbiamo e quello che vorremmo (leggi coronabond) inquadrino nel loro mirino, non il nemico virale e le sue devastanti conseguenze, ma un obbiettivo ancora più importante.

Rallentato l’ormone della crescita

virusSe l’Italia fosse un corpo umano, parleremmo di un groviglio di malattie trascurate e dimenticate, una miscela di patologie nessuna di per sé letale, ma la cui contemporanea presenza rischia, questa sì, di mettere in ginocchio la tenuta economica e sociale dell’intero Paese. Da troppi anni, anzi decenni abbiamo smesso di guardarci allo specchio pur di aggirare la verità.

Se lo avessimo fatto, se ci fossimo fissati negli occhi avremmo scoperto che il Pil languiva perché l’ormone della crescita, nel terzo millennio, non era più quello del dopoguerra e nemmeno quello del tanto celebrato Made in Italy; che la fuga dei cervelli provocava un pericoloso Alzheimer nel tessuto nervoso della comunità scientifica in particolare e creativa in generale; che la mancanza di osmosi non bloccava soltanto gli ascensori sociali, ma l’intero Paese; che quella meravigliosa e immensa rete neuronale chiamata Internet in Italia non è (non ancora) all’altezza delle sfide che dovremo affrontare: nella classifica europea che misura la digitalizzazione economica e sociale siamo al 24esimo posto su 28… Sono queste, e nemmeno tutte, le patologie che da una trentina d’anni hanno reso sempre più debole il nostro corpo economico e sociale, queste le malattie negate e trascurate che, a differenza degli altri Paesi occidentali, renderanno lunga, troppo lunga la nostra convalescenza post virale.

Il rischio di un’eterna convalescenza

Se l’Italia fosse un corpo umano, la domanda che dovremmo porci a questo punto non è più quando usciremo dall’inferno (ce lo stiamo chiedendo tutti), ma quando cominceremo a prenderci cura del nostro malandato organismo. Per non vivere da eterni convalescenti dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiamare per nome le nostre malattie e il coraggio, collettivo, di affrontarle una per una.

Un’impresa titanica? Un costo impossibile? Forse, ma ricordiamoci che mentre parliamo c’è un tassametro che gira silenzioso: ogni anno l’inefficienza digitale della Pubblica amministrazione costa allo Stato 25 miliardi di euro (studio del Politecnico di Milano), la fuga dei cervelli 14 miliardi (analisi di Giovanni Tria, ex ministro Economia) e da anni si ripete inutilmente che se l’occupazione femminile aumentasse del 10% il Pil crescerebbe del 7% (report di Bankitalia). Come diceva Einstein, che di problemi se ne intendeva: “Se continuiamo a fare le stesse cose, non pretendiamo poi che le cose cambino”.