Il Covid insegna:
serve una sanità territoriale pubblica

Pochi oggi mettono in dubbio che il gran numero di morti per virus registrato in Italia rispetto ad altri paesi sia da addebitare alla vacuità del sistema sanitario territoriale. Cioè, la larghissima parte della opinione pubblica ha colto che il prezzo abnorme dai noi pagato in vite umane alla pandemia non è che, soprattutto, la conseguenza di un difetto di sistema: quasi nulla ormai separava e separa l’insorgenza del male da una corsia ospedaliera. Non ci sono stati e non ci sono filtri, luoghi intermedi, valvole di sfogo certo, tuttavia molto funzionali all’efficacia delle misure di contenimento del contagio.

Significa che sono state fatte poche diagnosi sul territorio, che le cure non sono intervenute tempestivamente, che l’emergenza dei sintomi è stata spesso colta quando era tardi, tardi almeno per evitare le rianimazioni. E nemmeno si poteva pensare che quella rete colabrodo di servizi di cui dispone la medicina territoriale potesse reggere l’urto. Cosa poteva fare in queste spaventose condizioni il medico di base?

Anche lui, indifeso, senza mezzi, alloggiato in appartamenti-studio del tutto insufficienti per garantire le distanze di salvaguardia, a rischio fortissimo. E tanti hanno pagato. Se le cose stanno così allora è chiaro che da qui non si esce senza ripensare totalmente la rete dei servizi sanitari, intanto territoriali. Avrebbe dovuto costringere la politica a fermarsi e cercar di capire, un po’ prima, ciò che era avvenuto non all’improvviso ai pronto soccorso presi d’assalto dai cittadini in ogni ospedale attrezzato, negli anni che hanno preceduto la pandemia.

Sanità senza rete

Era evidente che gallerie poco interessanti per la ricerca della diagnosi, della sicurezza, erano crollate. La loro funzione si era svuotata: non si azzardano diagnosi senza passare dalle “macchine”, radiografie, Tac, risonanze magnetiche, eco… e le macchine son solo negli ospedali, o nelle cliniche private e ciò che serve è una diagnosi attendibile. In più, è spesso un’impresa a esagerato tasso di responsabilità chiamare un medico al proprio capezzale, fosse anche un’influenza tosta.

Così non va. Perché avrebbe dovuto funzionare nel corso di una pandemia che avrebbe messo alle corde anche il sistema più rapido e funzionale? Così sappiamo che il male grande, per quanto riguarda le nostre strutture di difesa primaria, è la loro organizzazione, che certamente non può più essere ricondotta a com’era quando sembrava funzionale: non si esce da questo stallo semplicemente aumentando il numero di medici territoriali e mettendoli in condizione di operare senza affanni.
Non è più quel tempo, perché è stato operato un drenaggio di potere enorme ai danni del vecchio “ambulatorio”, ad opera degli ospedali, ricchi – ma mai abbastanza, sennò la sanità privata piange – di tecnologia costosa, centrali, visibili, a volte mastodontici, simboli molto efficienti, a loro volta, di potere, costosissimi, a volte prestigiosi, un grandissimo affare, una immagine potente, templi dedicati non di rado alla performance più che alla cura.

Anche lui, il grande ospedale non regge più. Basta in fondo poco per rovinare il sexappeal disegnato da primari eleganti, corsie linde e non deprimenti, hi tech in vista. Ed ecco infatti nei servizi tv di questi mesi, i corridoi lividi e sinistri intasati di barelle e di gente che soffre ammucchiata in una incongrua stazione: in quel luogo dovrebbe alloggiare la salvezza e invece ecco che tutto frana. Quindi, la prima cosa da fare – da massài della politica – è immaginare una nuova organizzazione dei servizi sanitari in grado di rispondere alle nuove esigenze, sufficientemente elastici da saper incassare un “terremoto” senza collassare del tutto. Ma non risulta che i mesi recenti siano serviti ad elaborare una strategia alternativa, a riflettere su come e cosa dovrebbe essere la sanità territoriale per dare le risposte che oggi la società pretende da lei. Nessuna nuova dal governo, nessuna nuova dai partiti. Perché? Non è forse il problema centrale, o almeno tra quelli più decisivi?

Le risorse europee e la riforma necessaria

Si possono giudicare le azioni messe a punto da questo governo davvero come si vuole. Errori, inadempienze, ritardi, passi falsi… come no. Ma fin qui non sembra accaduto nulla capace di togliere a questa maggioranza e a questo governo una autorevolezza che comunque è stata guadagnata sul campo in tempi difficilissimi, tragicamente difficili. Questo spiega il fatto che l’opposizione, le destre, abbiano davvero balbettato obiezioni e critiche con grandissima difficoltà, finendo troppo spesso nel ridicolo. Fino ad oggi; perché è preoccupante che non sia stata detta parola in questi mesi su questo terreno, mentre sono in arrivo le risorse europee e siamo alla vigilia di una piccola rivoluzione economica e sociale dalla quale, si spera, il Paese uscirà più forte e attrezzato.

E’ un compito troppo gravoso, troppo complesso, troppo costoso? E’ complesso anche perché in pratica si deve decidere cosa dare alla sanità privata? Cioè, dietro questa “timidezza” c’è la preoccupazione di andare a mettere i bastoni tra le ruote ad uno dei più grandi affari italiani? Non serve genialità per immaginare che si dovrebbero chiudere i piccoli ambulatori, ormai molto poco utili… che poi i cittadini dovrebbero essere serviti da palazzine di quartiere in cui operano i medici territoriali, in ambulatori serviti da tac, eco, radio, risonanze, ormai tecnologia di base. Niente posti letto, solo visite, analisi, diagnosi. E con queste ultime in mano, eventualmente, si va in ospedale. Turni per le visite a domicilio. Un format tra l’altro ben usato altrove, nulla di nuovissimo.

Ridimensionare il privato

Ma allora, chi si batte oggi contro il ricorso ai 37 miliardi del Mes per la sanità non fa sottobanco un enorme favore alla sanità privata che nel tempo ha saputo, con il favore non sempre disinteressato della politica, ben strutturarsi territorialmente proprio nella fascia delle analisi e degli esami che si definiscono “specialistici”?

Ecco, non sfugge la durezza del confronto utile ad uscirne, ma su questo non si dovrebbe transigere: la riforma sanitaria è imprescindibile e se non sarà “democratica” e cioè “pubblica” si tradirà un principio fondamentale, quello sulla base del quale l’assistenza sanitaria non può essere un affare, il privato può organizzare quel che vuole ma non può supplire il “pubblico”, tappare le sue falle.

Questo significherebbe, in primo luogo, decapitare le code ormai endemiche fuori dalla porta dei laboratori pubblici di analisi ed esami specialistici. Il primo effetto della soppressione delle code sarebbe il confinamento in un’altra dimensione operativa di tutti i centri privati, e questo, si capisce, verrebbe raccolto come un “affronto” intollerabile dagli investitori, in genere molto potenti e molto influenti, in grado di costruire o demolire una o più candidature. Si capisce anche che, dalle parti del governo, qualcuno cerchi di allontanare quanto è possibile questo calice amaro, questa impresa “impossibile”. Purtroppo, i tempi non lo consentono e i soldi, per una volta, ci sono. Intanto, si muore troppo facilmente anche nella cosiddetta seconda fase del morbo, e non è bello…