Il cibo in provetta, rivoluzione necessaria per salvare la terra

Il forum economico mondiale 2020 di Davos, in Svizzera, dal 21 al 24 gennaio, si propone di dar voce ai “Portatori di interessi per un mondo più coeso e sostenibile”, un titolo che mette l’ambiente al centro del confronto. Greta Thunberg, 17 anni, la svedese che ha dato un volto alle battaglie contro l’inquinamento, ha lanciato un appello che svilupperà, da relatrice, anche a Davos: “Non fermare immediatamente gli investimenti nei combustibili fossili – dice il messaggio- sarebbe un tradimento dell’umanità. I capi di governo facciano la loro parte mettendo fine a questa pazzia”. Coautori del documento altri venti ragazzi di diciassette Paesi. Per l’Italia c’è David Wicker, quindici anni, studente del liceo Blaise Pascal di Giaveno, nella Valle di Susa, organizzatore dei Fridays for future a Torino.

Apocalypse cow

L’altro tema sotto i riflettori è la sostituzione di raccolti e allevamenti con cibo ricavato da microbi e acqua e in alcuni casi un po’ di collagene estratto da animali vivi per ottenere grandi quantità di carne. La ricetta non sembra appetitosa, ma riesce a produrre e migliorare sapori, appetibilità, proprietà nutritive di ogni tipo di alimento. Potrebbe salvare la Terra per tre motivi: porrà fine alla distruzione delle foreste, farà risparmiare energia e acqua, farà fronte alle carestie che gli studiosi prevedono a breve a causa dell’innalzamento delle temperature, come illustra un articolo su sciencedirect.com.

Questa rivoluzione necessaria è raccontata in modo avvincente da George Monbiot in varie inchieste e dal documentario “Apocalypse cow, come la carne ha ucciso il pianeta”, in onda su Channel 4. L’autore, che è anche un attivista per l’ambiente, racconta come la nostra dieta contribuisca a condurre la Terra al disastro.

Ecco il cibo cresciuto in laboratorio

laboratorioLa tecnologia di base nel settore del cibo cresciuto in laboratorio, se dichiarata dai governi indisponibile per fare guadagni, potrà nutrire un pianeta dove ogni anno ottocento ventun milioni di persone soffrono la fame. Questi alimenti entreranno nel mercato a breve e rimpiazzeranno, già nel 2030, buona parte della carne. A Helsinki gli scienziati di Solar Foods, laboratorio sostenuto anche dal VTT, il Centro per la ricerca applicata finlandese e dall’università di Lappeeranta-Lahti, nel sud del Paese, possono già oggi produrre una varietà di ottime farine da una zuppa “primordiale” di batteri prelevati dal terreno e moltiplicati. Solar Foods lavora anche per l’Agenzia spaziale europea e prevede di distribuire entro due anni nei supermercati cinquanta milioni di pasti. Non è certo l’unico soggetto in corsa: è un settore in cui in Nord Europa privati e università investono moltissimo. L’unica fonte di energia usata per la lavorazione è l’idrogeno estratto dall’acqua. Le farine ottenute sono la base di quasi tutti i cibi. Quando i batteri vengono modificati essi creano le diverse proteine specifiche per ottenere carne, latte e uova cresciute in laboratorio ma non per questo meno autentiche.

Idrogeno contro fotosintesi

Altri prelievi di batteri forniscono l’acido laurico, un acido grasso saturo finora ricavato dalle palme, o un ottimo pesce che non ha mai nuotato cresciuto a partire dai grassi polinsaturi essenziali omega 3, sempre ottenuti dai microrganismi. I carboidrati che rimangono, quando le proteine e i grassi sono stati estratti, potranno essere usati per tutto il resto, dalla pasta agli spuntini. L’idrogeno utilizzato in questo tipo di lavorazioni è dieci volte più efficiente della fotosintesi e basta un piccolo spazio per avere tutto questo cibo, visto che verrebbero prodotte sole le parti commestibili di una pianta o di un alimento di origine animale.
In prospettiva la nostra dieta sarà sempre più debitrice alla vita unicellulare, anche se i frutteti e gli orti in parte resteranno. A chi inorridisce di fonte alla prospettiva di un declino della zootecnia e dell’agricoltura in generale i sostenitori del cibo coltivato in laboratorio rispondono con due argomenti. Il primo è la non sostenibilità ambientale degli allevamenti.

L’inquinamento da bovini

chimica ciboQuasi la metà dei raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali da macellare, anche se solo il 15% delle calorie usate in questo modo passano nel corpo degli esseri umani che mangiano carne. I processi digestivi dei bovini e la gestione del letame creano gas e sostanze inquinanti come il metano, il protossido d’azoto, l’anidride carbonica e l’ammoniaca. Enorme l’utilizzo di acqua e di energia per gestire gli allevamenti. Il secondo argomento è che, anche se da domani tutti i governi lavorassero a tempo pieno e in totale accordo per ridurre gli effetti del cambiamento climatico, per alcuni anni dovremmo in ogni caso fronteggiare le conseguenze del danno già fatto: ondate straordinarie di calore e grandi siccità, con un crollo nella produzione di farina, mais e soia, ma anche inondazioni.

L’impollinazione entomofila

Inoltre, è in atto un crollo dell’impollinazione entomofila, ad opera degli insetti: in Germania, ad esempio, uno studio dimostra che gli insetti volanti si sono ridotti nelle riserve naturali del 76% in ventisette anni a causa delle ostili condizioni ambientali, dai pesticidi a un generale degrado dell’habitat. In questo scenario è difficile pensare di sfamare il pianeta continuando con le vecchie pratiche agronomiche e zootecniche.
Sarà certamente difficile gestire processi di questa portata, a partire dalle conseguenze per chi lavora nel settore primario. È il difficile compito di risarcimento che spetta alla comunità mondiale, a cominciare dai governi.