Il “caso Tridico” è
il caso dei populisti
Di Maio-Salvini-Conte

Se proprio esiste un “caso Tridico”, questo non ha nulla a che fare con l’attuale presidente dell’Inps, ma chiama in causa pesantemente il mondo della politica e dell’informazione. Meglio: ci dice quanto la politica – di governo e di opposizione, purtroppo senza distinzione – e i media – di destra e sinistra, senza distinzione – siano ormai infettati nel profondo dal virus del populismo.

Ritorno alla prima repubblicaI fatti, brevemente. Il quotidiano “La Repubblica” svela che lo scorso 7 agosto, “nel mezzo dell’estate e della pandemia”, i ministri del Lavoro e dell’Economia hanno innalzato lo stipendio del presidente dell’Inps da 62 mila a 150 mila euro lordi. Seguono dichiarazioni indignate della politica, titoli ed editoriali di fuoco sulla stampa, predicozzi nei talk show. Per restare ai primi segnaliamo il ministro degli Esteri ed ex ministro del Lavoro Di Maio che pretende “immediati chiarimenti”; il leader della Lega, nonché ex vicepremier Salvini che parla di “beffa” ai cassintegrati” e chiede le immediate dimissioni dello stesso Tridico; il presidente del Consiglio Conte che annuncia “accertamenti”; il gruppo di Italia Viva che al pari di Salvini sollecita le dimissioni.

Prima di andare avanti è bene sapere che 1) Il raddoppio dello stipendio del presidente e l’adeguamento per gli altri consiglieri dell’Inps era stato deliberato in realtà dal precedente governo Conte-Salvini-Di Maio, su proposta dell’allora ministro del Lavoro che dava seguito a una delibera Inps, ma non c’era stato il tempo di predisporre le delibere attuative perché di lì a poco più di un mese il governo giallo-verde sarebbe affondato al Papetee. 2) Il tetto degli stipendi dei manager pubblici è fissato a 240 mila euro lordi, e dunque il responsabile dell’Inps – la cui importanza nel sistema Italia è fuori discussione – resta significativamente al di sotto di quella soglia. 3) Il caso è scoppiato perché i sindaci dell’Istituto previdenziale avevano sollevato la questione degli arretrati da versare, che non possono (giustamente) riguardare il periodo tra l’elezione e l’inizio dell’operatività del presidente che si è avuta solo con il completamento del consiglio di amministrazione.

Manca il coraggio

Tornando al punto uno, cioè la politica, si verificano ora i seguenti paradossi: il ministro Di Maio dovrà chiedere chiarimenti sulla vicenda all’ex ministro Di Maio; l’ex vicepremier Salvini dovrà confessare di aver partecipato attivamente alla “beffa ai cassintegrati”; il presidente del Consiglio Conte dovrà svolgere gli accertamenti nei suoi cassetti di palazzo Chigi, dove si spera che siano conservati gli atti governativi, e se non li ritrova potrà comunque chiedere al suo factotum Rocco Casalino… Nessuno che abbia il coraggio di mettere la faccia su una decisione che non è per niente scandalosa, nessuno che abbia il coraggio di affrontare i giornali e le tv per dire: “Di cosa stiamo parlando?” (Per inciso: gli stipendi dei vertici apicali nel mondo dell’informazione sono ben superiori a quelli del presidente dell’Inps e di tanti manager pubblici).

Naturalmente tutto ciò non ha niente a che fare con la questione politica della direzione dell’Inps, sulle prove a dir poco scadenti che il suo presidente ha fornito nel corso della sua gestione, in particolare nei periodi più drammatici della pandemia. Ma un conto è la critica politica, un conto la demagogia. Sta qui l’ultimo paradosso della vicenda: i (sedicenti) campioni del garantismo e dell’anti-populismo di Italia Viva accanto a Salvini e Meloni nel chiedere la testa di un dirigente sulla base di un titolo di giornale. E’ proprio vero, il virus del populismo ormai non risparmia nessuno.