Il caso Moro e il lodo d’intelligence
del governo italiano con l’Olp

… L’altra dirimente questione che attivò la dimensione spionistico-informativa del sequestro di Aldo Moro fu, se possibile, più delicata di quella relativa a Gladio perché è rimasta segreto di Stato fino al 2014. Si tratta di un lodo d’intelligence che il governo italiano, quando Mariano Rumor era presidente del Consiglio e Moro era ministro degli Esteri, aveva stipulato nell’ottobre 1973 con la parte maggioritaria dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

Il lodo d’intelligence con i palestinesi

Gotor MoroL’accordo riguardò la fazione di Al-Fatah, guidata da Yasser Arafat, e quella dei marxisti-leninisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), capitanato da George Habash.
Il governo italiano per evitare che la penisola, già dilaniata con regolare puntualità dallo stragismo neo-fascista tra il 1969 e il 1974, si trasformasse in un nuovo campo di battaglia anche di quello scontro internazionale, strinse questi accordi che miravano a salvaguardare l’Italia da dirottamenti aerei e da attentati dei guerriglieri arabo-palestinesi entro i confini nazionali o contro il corpo e le sedi diplomatiche in giro per il mondo.

In cambio di questa tutela, volta a garantire il più possibile la sicurezza quotidiana e l’incolumità dei cittadini italiani, il nostro Paese s’impegnò – per cause di forza maggiore inerenti la ragione di Stato, ma trascurando il dettato costituzionale che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale – ad assicurare alla controparte palestinese due condizioni: anzitutto, concesse dei salvacondotti giudiziari ai miliziani arabo-palestinesi catturati sul suolo nazionale dalle forze dell’ordine nell’atto di compiere attentati verso obiettivi italiani o stranieri (in particolare israeliani e statunitensi); in secondo luogo, tollerò il continuo traffico d’armi che dal nord Europa, servendosi dell’Italia come una passarella, i palestinesi utilizzavano per combattere gli Israeliani in Medioriente.

Nelle lettere di Moro

Nelle missive che Moro scrisse ricorrono numerosi criptici riferimenti a queste vicende, proprio in un fascio di lettere indirizzate a Renato Dell’Andro, il giurista che aveva collaborato alla stesura del lodo d’intelligence, che il prigioniero scrisse con certezza il 23 aprile 1978, ma che i sequestratori trattennero presso di sé per quasi una settimana dal momento che le distribuirono – riservatamente, essendo consapevoli del loro delicato contenuto spionistico che evidentemente, in questo caso, erano desiderose di preservare – soltanto il 29 aprile 1978.
Basti pensare che Moro, il 23 aprile 1978, scrisse a don Antonio Mennini, figlio del vicepresidente laico dell’Istituto per le opere di religione (Ior), la cosiddetta «Banca Vaticana» (il dettaglio non pare secondario), invitandolo a recapitare «tre lettere importanti di persona e con molta urgenza», nelle quali affrontava il tema del lodo di intelligence con i palestinesi. In una di queste missive, quella rivolta a Erminio Pennacchini, il prigioniero chiedeva esplicitamente la presenza a Roma del colonnello Giovannone, l’autore dell’intesa segreta con i palestinesi («Vorrei che comunque Giovannoni [sic] fosse su piazza»).
Ora sappiamo che, già nel pomeriggio del 24 aprile, l’ufficiale dei servizi era in viaggio verso la capitale facendo scalo tecnico a Creta e che in nottata avrebbe proseguito «colloqui per ricerca valido contatto con le Brigate rosse in Europa». Dal momento che le lettere uscirono dalla prigione soltanto il 29 aprile, è evidente che qualcuno dal suo interno fece trapelare all’esterno la richiesta di Moro riguardante Giovannone e ciò spiega come mai i brigatisti, diversamente dal solito, tergiversarono per quasi una settimana nel distribuire le tre missive del prigioniero.

Craxi e le lettere del prigioniero in anteprima

lettera di MoroNell’ottobre 2016, il giornalista Umberto Giovine, nel 1978 direttore della rivista socialista «Critica sociale», ha testimoniato davanti all’ultima Commissione Moro che, sicuramente dopo il 18 aprile, entrò in possesso di tre lettere dattiloscritte di Moro, prima ancora che fossero rese note dai sequestratori. Tra lo stupore dei presenti e il sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica italiana e dei principali organi di stampa del Paese, egli ha seraficamente affermato di averle recapitate al segretario del Partito socialista Bettino Craxi per una lettura preventiva.

In altre parole, ha sostenuto, oltre ogni ragionevole dubbio, che durante il sequestro Moro, il leader socialista ebbe la possibilità di leggere alcune missive del prigioniero in formato dattiloscritto prima che fossero distribuite in modo riservato dalle Brigate rosse.
Secondo Giovine le missive gli erano state consegnate dal sociologo Aldo Bonomi, il quale, a sua volta interrogato dalla Commissione, ha confermato il fatto sostenendo, però, di avere ricevuto le lettere dall’avvocato difensore dei brigatisti Giannino Guiso, defunto nel marzo 2015, del quale era amico. Questi delicati scambi epistolari avvennero presso la libreria Calusca, fondata dallo scrittore e attivista Primo Moroni, un centro politico-culturale collegato all’area milanese di Autonomia operaia.

Dell’Andro, consulente del lodo d’intelligence

Essi si svolsero esattamente nei giorni in cui il segretario dei socialisti Craxi, tra Roma (via Lanfranco Pace-Franco Piperno) e Milano (via Aldo Bonomi-Umberto Giovine), era impegnato, servendosi di Claudio Signorile, in una trattativa con i sequestratori che un capo politico come lui non avrebbe mai delegato ad altri. Un negoziato che di sicuro raggiunse, via Moretti, l’antro dove Moro era rinchiuso perché in una lettera egli si informò con trepidazione dell’iniziativa di Signorile («Che pensa dell’iniziativa di Craxi? Ha uno spessore? Freato riesce a pilotare Signorile»).

lettera MoroNella lettera indirizzata a don Mennini, ufficialmente mai recapitata dai brigatisti, Moro si affannava a spiegare come il sacerdote dovesse consegnare la missiva direttamente nelle mani di Dell’Andro, ossia colui il quale, nell’ottobre 1973, era stato tra i consulenti giuridici del lodo d’intelligence con i palestinesi e per due volte specificava: «può essere all’albergo Minerva» e poi, tra le righe, aggiungeva addirittura uno schizzo con la scritta «Chiesa Minerva. Questo a destra è Dell’Andro», che anche il dattilografo si curò di riprodurre.
Ebbene, l’agente segreto che nel settembre 1973 si era recato in missione in Libia per scongiurare la minaccia di un attentato da parte di Settembre nero contro un gruppo di diplomatici italiani e avviò la trattativa decisiva che il 19 ottobre successivo avrebbe portato alla stipula degli accordi di non belligeranza con i palestinesi si chiamava, per l’appunto, Giovanni Battista Minerva, il quale operava in quel teatro in stretto collegamento con Giovannone.

La tutela dei segreti militari e diplomatici

Ovviamente, meno di cinque anni dopo quei fatti, l’alto ufficiale dei servizi, responsabile dal 1965 della gestione dei fondi riservati del Sid e, come Giovannone, uomo di fiducia di Moro (una sua figlia era assistente ordinaria a Scienze politiche dell’uomo politico) era perfettamente in grado di comprendere il riferimento dissimulato del prigioniero, per ordine del quale nel 1973 aveva agito nel supremo interesse dello Stato e della difesa del suo corpo diplomatico.
A ben guardare, il fondato timore che si fosse aperta una falla informativa dall’esterno all’interno della prigione – a prescindere dalla sua effettiva realizzazione – dovette produrre condizionamenti tanto profondi da trasformare una storia italiana in un problema internazionale in cui divenne anzitutto necessario tutelare i segreti militari e gli equilibri politici e diplomatici stabiliti dalla Guerra fredda sull’incandescente fronte mediorientale.

In questo frangente, nei primi dieci giorni di aprile, la questione delle carte di Moro e delle sue informazioni cominciò ad assumere un rilievo pari, se non superiore, all’esigenza di liberare l’ostaggio: sino al tragico e beffardo finale di partita che comportò la morte del prigioniero e la scomparsa degli originali dei suoi interrogatori.

tratto da Miguel Gotor, Il sovrano spodestato. Una conferenza sul caso Moro, Roma, Castelvecchi editore, 2020 (pp. 88, euro 11.50)