Se non siamo più capaci
di piangere
la morte e la sofferenza

Trentanove migranti cinesi trovati morti assiderati nell’Essex, nella zona industriale di Gray a una trentina di chilometri da Londra, trentanove migranti a bordo di un container dove le temperature presumibilmente arrivavano a 25 gradi sottozero, troppo per qualsiasi essere umano. La notizia già oggi, dopo pochi giorni, è sparita dalle cronache e se ne hanno parlato nei giorni scorsi gli organi di informazione è stato soprattutto per il numero elevato di persone decedute assieme tragicamente. Forse sarà impossibile ricostruire le vite di quelle persone, per quale motivo abbiano lasciato la loro terra, per quale motivo abbiano attraversato mezzo pianeta, siano arrivate in Belgio a Zeebrugge e da nel Regno Unito.

Sicuramente queste non sono le uniche persone che sono morte attraversando confini alla ricerca di una vita migliore, sicuramente tanti disperati e tanti ultimi stanno già attorno a noi anche se noi facciamo finta di non vederli. Perché una delle questioni stringenti della contemporaneità e di un certo modo di intendere la politica e la quotidianità è quella di occuparsi quasi solo di chi “ce l’ha fatta”, dei vincenti, delle persone di successo come se la vita fosse sempre e comunque una eterna convention, come se i perdenti, gli sconfitti non esistessero a questo mondo.

Sono, queste, persone che quasi mai guardiamo: chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, chi ha bisogno dell’aiuto dei servizi sociali per difficoltà quotidiane o di salute, chi non riesce a trovare un lavoro, sono questi uomini e queste donne che dormono al freddo sotto le nostre strade, che fanno la fila per un pacco coi generi di prima necessità. Sono persone che disprezziamo, che siamo convinti non si diano da fare, non lavorino abbastanza proprio come chi nelle grandi aziende non riesce a portare i numeri di vendita perché “non si impegna abbastanza”.

Ecco, noi oggi odiamo quelle persone, e il termine odio non è eccessivo: viviamo in maniera veemente la loro presenza come se il pane che sperano un giorno di potere mettere a tavola fosse nostro e solo il nostro, come se la tavola sotto cui sperano un giorno di potersi sedere fosse la nostra, e solo la nostra, come se la casa che sognano un giorno di potere abitare fosse la nostra, e solo la nostra.

Come cani rabbiosi difendiamo una proprietà che ci appartiene non solo perché “ce la siamo guadagnati” ma anche perché siamo stati fortunati, o almeno più fortunati di altri. Eppure anche solo la loro presenza sembra darci dà fastidio. Trentanove migranti tutti assieme per qualche minuto riescono a fare notizia, ma trentanove singole persone in difficoltà nei nostri abituali luoghi di vita notizia non ne fanno, le nostre coscienze non le smuovono, trentanove disperati soli sono invisibili, senza nome, senza alcun interesse.

Abbiamo abbandonato un concetto di società moderna occidentale dove chi poteva fare di più aiutava le persone in difficoltà, abbiamo preferito modelli di esaltazione, modelli dove le battaglie si conducono personalmente e per se stessi, dove per essere visibili serve un buon ufficio stampa, qualche comparsata televisiva e ogni forma di lotta diviene magicamente sostenibile. Vince chi può permetterselo, rimane solo chi non ha i mezzi o la forza di fare sentire il proprio grido, il proprio grido straziante.

Questo succede ovunque, questo succede anche nelle nostre strade, nelle nostre piazze, sotto le nostre case: non conosciamo più le persone, non sappiamo più niente di loro, se ci chiedono aiuto non le ascoltiamo. Quel container in fondo siamo ormai anche noi.