Il caso Berlusconi
e le amnesie di Renzi

Nelle ore in cui la rappresentante legale del governo italiano era impegnata, davanti all’austera Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, a sostenere che nei confronti di Silvio Berlusconi, in tema di decadenza e ineleggibilità, non c’era stato alcun arbitrio, il via libera all’ex Cavaliere a ridiscendere in campo, non solo come leader ma anche da competitor diretto, glielo forniva proprio Matteo Renzi.

E già. In un Paese strano com’è l’Italia di questa epoca, una comunità orfana della politica, che se ne sta sempre più in disparte tra le pieghe di un dissenso che non riconosce neanche più il voto come occasione per far sentire la propria voce, può succedere che il volitivo segretario del Pd superi in velocità i lunghi ed estenuanti riti della giustizia. E cominci a ipotizzare un duello diretto, voto su voto, magari proprio nel collegio di Milano uno. Oppure ovunque l’avversario voglia. Così, con la consueta leggerezza. Come se intanto, non si stesse svolgendo a Strasburgo un confronto tra due tesi contrapposte, una delle quali sostenuta in nome di una legge dello Stato italiano.

L’idea di scontrarsi con il più diretto degli avversari, sogno o incubo che sia, potrebbe dai più essere derubricata a ipotesi di scuola. Una provocazione. Ma è troppo facile così. Resta il fatto che c’è una fastidiosa contemporaneità tra le arringhe degli avvocati e le grida dei sodali dell’ex cavaliere con l’ipotesi avanzata da Renzi. Come se il gusto della sfida meriti di essere assaporato ogni volta che se ne ha voglia. E che fa se a qualche centinaia di chilometri, davanti a tutto il mondo, un rappresentante del governo italiano si sia impegnato a spiegare che le regole sono state rispettate. Che le decisioni sono state prese nel rispetto di una legge . E che ora tocca a quei giudici decidere chi ha ragione e chi ha torto. Con i loro tempi certo. Almeno tre mesi. Ma anche di più. Fino a un anno.

Troppo. L’idea di questa attesa è inaccettabile per Berlusconi che ha rialzato la testa. E per i suoi che solo pochi mesi fa pensavano di dover dire addio allo scranno ed ora si sono rinvigoriti. Allora l’idea su cui loro si stanno impegnando è quella di far slittare il voto almeno a maggio, neanche non dovesse essere il presidente della Repubblica a decidere, in nome di un risparmio certo con un election day unificando tutte le consultazioni del 2018. E di un guadagno altrettanto certo per il centrodestra. Sperando che da Strasburgo arrivi in tempo una buona notizia che consenta all’uomo di Arcore di fare il candidato vincente piuttosto che l’ispiratore, di successo, ma destinato dalla legge a condurre da esterno il confronto con le diverse anime di una coalizione che per ora riesce ancora a mostrarsi unita. Ma fino a quando?

Tempi strani in questa Italia. Può anche accadere che da Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, il giornale che in questi anni ha combattuto contro Berlusconi e il berlusconismo una guerra ininterrotta, arrivi un’incoronazione sorprendente. Tra l’ex cavaliere e Luigi Di Maio a Palazzo Chigi Scalfari manderebbe Berlusconi, il nemico storico che, evidentemente in questo momento garantisce di più dell’improvvisazione e l’inconcludenza dei Cinque Stelle.

Come sono lontani, però, i tempi delle dieci domande di Giuseppe D’Avanzo a cui Berlusconi non rispose mai…