Il capitano abusivo
che sogna
di diventare colonnello

C’è tra gli interpreti chi legge, lo ha fatto anche Marco Revelli, il linguaggio politico di Salvini come il compimento della svolta comunicativa inaugurata con il berlusconismo. Questo accostamento però non è del tutto convincente. Intanto, a mettere nei guai il cavaliere è stata Ruby, a impensierire il capitano sono invece le inchieste dell’Espresso sui Rubli. A parte questo piccolo dettaglio di una “l” in più, la differenza di stile e di contenuti è notevole.

La promessa di miracolo

L’assalto di Berlusconi allo Stato di diritto era condotto in un senso anch’esso dissolutore che riconduceva il politico alla declinazione neo-patrimoniale dello Stato. La privatizzazione dello Stato, con il conflitto di interesse e un diritto penale ad personam, non era associata ad una volontà di indurimento repressivo e carcerario. In cambio del potere, Berlusconi elargiva una promessa di miracolo per tutti e un diritto penale minimo, solo per lui, con in più un codice personale concepito a posta per il clandestino che nel suo nudo corpo era visto come corpo di reato.

La favola berlusconiana, più che per il truce volto poliziesco del nuovo ordine securitario, si proponeva al pubblico disincantato per il gusto apparentemente giocoso del capo spensierato (il nichilismo aziendalista) e per il contagio ludico-monetario che il governo-azienda nelle mani del più ricco avrebbe trasmesso a tutti in una ritrovata atmosfera di bengodi. Alle vecchiette prometteva dentiere gratis, non la bellezza di prigioni per i naufraghi. Dopo i centri di accoglienza e i respingimenti il governo dei miracoli pensava anche alle sanatorie.

Il potere non piange

Con la sua sconfinata ricchezza, il cavaliere donava appartamenti alle fanciulle reclutate per le serate eleganti di Arcore. Il capitano, che di giorno si fa riprendere a dorso nudo sulle spiagge assolate, di sera, sulle orme di un novello Disraeli padano, segue la ragazza già ricca per assaporare nel Granducato il lusso delle ville paterne. Berlusconi piangeva in diretta video per i naufraghi albanesi speronati dalla nave in acque pugliesi. Adesso il potere non piange, chi salva la vita al naufrago rischia anzi una multa milionaria.

Il capitano a petto nudo, che concede siparietti di commozione per i pargoli lasciati soli o a cavalcare tra le acque con i potenti mezzi della polizia, dichiara guerra agli stranieri (“se vuoi rompere le palle te ne torni al tuo Paese perché qua di rompicoglioni ne abbiamo anche troppi”), non somiglia al cavaliere con la bandana, ma riconduce, fatte naturalmente le debite proporzioni tra un grande personaggio del tragico e un piccolo e al momento solo farsesco protagonista della cronaca, ad un altro politico che si lasciava riprendere a petto nudo.

I pieni poteri

Alla fresca richiesta di pieni poteri, il capitano con la pancia scoperta ha fatto seguire, non si sa se con un accostamento puramente casuale o invece con una consapevolezza storico-politica in merito alle immagini e ai termini lessicali impiegati, che supporrebbe però letture storiografiche delle quali è lecito dubitare, la rivendicazione di un controllo del potere per almeno dieci anni.

Sarà un numero sparato a casaccio, ma è lo stesso arco di tempo richiesto da quel tale di Forlì per creare da palazzo Venezia l’italiano nuovo.
Come quelli del “Corriere” di alcuni anni fa, che sono poi i veri padri costituenti della terza repubblica populista, anche il sedentario marciatore di Predappio naturalmente se la prendeva con “la casta degli uomini politici”. E per reagire contro “le caste politiche ingiolittate, ìncagoiate, con una mentalità tremebonda ed ancillare”, non già “per una libidine di potere” ma solo per un “dovere” sacro, egli si dichiarava disponibile al sacrificio di “assumermi il compito di governare la nazione italiana ancora da dieci a quindici anni”.

Antichi istinti

Quando il capitano reclama per sé almeno dieci anni di pieni poteri nel motto “chi sbaglia paga”, solletica proprio il gusto amaro degli istinti antichi, depositati come detriti in uno stanco riaffiorare di tracce di orribili storie già vissute. E per questa coazione a ripetere scenette già recitate, scandisce a ritmo ternario (“regole, ordine, disciplina”), sfida le istituzioni (“Deputati e senatori alzino il culo e vengano in Parlamento”), ordina lo scioglimento delle camere.

Capitani abusivi

Va fermato, questo delirio di potenza che a Pescara ha mostrato i denti contro i deputati che “vogliono tenersi la poltrona”. L’altro comandante, per la sua resistibile ascesa, approfittò del cedimento della corona che, in un ripensamento notturno, rifiutò di firmare il decreto Facta, che già era stato affisso nelle strade di Roma. Il capitano attuale ha contato sinora su troppe incertezze, reticenze, rinunce a far valere la correttezza istituzionale dinanzi al pacchiano tentativo di trasformare la polizia di Stato in un reparto-milizia personale agli ordini del ministro che gira truccato con la divisa.
E però, dall’attimo stesso in cui Grillo, proponendosi di “elevarsi come capo contro i nuovi barbari”, ha sottratto terreno ad ogni possibilità di un governo di tregua, che poteva scaturire solo da una autonoma iniziativa del capo dello Stato, non resta che il voto per difendere la repubblica dagli attacchi eversivi, e dalla inconfondibile simbologia fascista, provenienti da capitani abusivi che sognano di diventare colonnelli per almeno due lustri.