Il calcio femminile appassiona. Vincono le statunitensi, in polemica con Trump

Al Parc olympique lyonnais entusiasmo alle stelle durante la finale della Coppa del mondo di calcio femminile: per la quinta volta di fila le statunitensi hanno battuto avversarie europee di alto rango atletico e tattico.

Il rigore di Megan

calcio femminileEra accaduto con le svedesi, le spagnole, le francesi e le inglesi, ora anche le olandesi regine d’Europa hanno dovuto cedere alle ragazze della coach Jill Ellis. Un 2 a 0 che non ha tolto nulla allo spettacolo, alla bellezza del gioco, a una festa sportiva che incorona il calcio femminile come un fenomeno in crescita ovunque, una proposta di sana attività fisica e un modello importante per bambine e ragazze. Il rigore trasformato al 16’ da Megan Rapinoe e, otto minuti dopo, il goal di Rose Lavelle, hanno deciso la partita. Le commentatrici americane hanno detto che bisogna togliersi il cappello di fronte alla prestazione delle arancioni allenate da Sarina Wiegman.
Bello l’allegro ed educato il pubblico di Lione. È vero, Caitlin Murray, ex giocatrice che ora scrive per il Guardian, ha subito twittato il generale buuuh di disapprovazione quando è stato presentato il presidente della Fifa Gianni Infantino. Bisogna ammettere tuttavia che la Federazione un po’ di paternalismo avrebbe dovuto lasciarlo in archivio, affrontando temi concreti, a partire da come far crescere e far arrivare nelle periferie la pratica sportiva femminile.

A parte la strigliata a Infantino, le sostenitrici e i sostenitori hanno seguito il gioco con un genuino interesse al fair play e in un clima di amicizia, una lezione che sembra assorbita, con saggezza tutta femminile, dalla cattedra del rugby, in cui l’unico tempo che conta è il terzo, quando si mangia assieme da fratelli assieme agli avversari.

In ginocchio durante l’inno contro l’ingiustizia sociale

Molta eleganza, ma anche niente miele su questa Coppa del mondo femminile che si spera possa dare un assist al malconcio football dei maschi, travolto da tanti scandali e in crisi, sia di pubblico che finanziaria. “La biondina graziosa”, come bontà loro i commentatori di Fox la definiscono, Meghan Rapinoe, ha trovato il tempo di segnare, vincere e poco prima, in conferenza stampa, di ribattere alle accuse del presidente Donald Trump.

La polemica dura da un pezzo ma non sembra scalfire Megan, che è stata la prima atleta bianca a inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno degli Stati Uniti in segno di protesta contro l’ingiustizia sociale. Poi la Federazione americana calcio ha inviato l’ordine tassativo di restare in piedi. Non basta: sta circolando un video (non è chiaro se precedente l’inizio dei mondiali o meno) in cui Megan Rapinoe afferma che non andrà alla Casa Bianca in caso di vittoria.

Botta e risposta

Come poteva Trump resistere? “Prima di tutto Megan e la squadra devono vincere – ha twittato – ma io le inviterò comunque. Megan non dovrebbe mai mancare di rispetto al proprio Paese, alla Casa Bianca, alla propria bandiera, specialmente perché è stato fatto così tanto per lei e la squadra”.
Serafica la replica della Rapinoe davanti alla stampa:”Presumo che il presidente Trump abbia parecchie cose più importanti da sbrigare che mandarmi la lista delle cose da fare. Sono peraltro convinta che se ne sia dimenticate parecchie. E ora prego, la prossima domanda…”.
Resta, per ora, su tutto il calcio delle donne, la cifra indomita e pulita degli albori del calcio femminile, quando a metà Ottocento un quotidiano scozzese annunciò la fondazione di un club e nel 1863 l’Associazione inglese football emanò le norme ufficiali. Mentre anche nei college e nelle public school d’élite le allenatrici, spesso femministe, urlavano “run, girls, run fast!”, le donne più ambiziose della classe media e alta affrontavano sfide enormi per entrare in carriere finora loro precluse. Le ragazze dovevano veramente correre, e veloci.

Un solo mondiale di calcio maschile e femminile?

A metà Ottocento nasce il Langham Place Circle, guidato da Barbara Bodichon Leigh-Smith. Un movimento culturale che si riverbera anche nella psicologia del sé femminile, nella percezione del proprio schema corporeo: bello, e anche vigoroso, forte, ricco di energia. Cresceva l’interesse generale per il calcio delle donne: nel 1920, a Liverpool, cinquantatremila persone seguirono la partita tra due squadre femminili.
Il grande vantaggio degli Stati Uniti nasce nel 1971, quando, appellandosi al titolo nono, si decreta che i fondi per i giovani sportivi delle università vanno divisi a metà tra uomini e donne. Entrano nei college con borse di studio, e possono accedere a una formazione atletica di prim’ordine, migliaia di calciatrici.
Qui in Olanda la serata delle campionesse del calcio è stata seguita da uno share stellare, si calcola un 83.4 per cento con grandi riunioni nelle case, nei centri di comunità, nelle biblioteche, nei bar con terrazze all’aperto e anche nelle principali tazze. Tante torte e biscotti con glassa arancione, tante bambine che giocano a calcio in uniforme e felici di vedere le fuoriclasse in campo.
Ora si fa strada la proposta di fare un solo mondiale di calcio, come nel tennis o come alle Olimpiadi, in cui giochino sia le formazioni degli uomini che quelle delle donne. Evidentemente, messo da parte un po’ di paternalismo, c’è chi adesso fiuta l’affare.