Il bullismo social del vicepremier: la sinistra rompa la trappola

Tremila tweet dal gennaio 2017 a oggi. Tremila diviso cinquecento giorni – il tempo di Trump alla Casa Bianca – fa sei tweet il giorno. Un record? Forse. Reggerà fintanto che qualcuno non lo confronterà con i compulsivi delle italiche terre: nessuno ha contato, ad esempio, quelli di Salvini, nelle poche settimane della vicepresidenza. Potrà variare il numero ma la musica è la stessa. Il linguaggio di entrambi è una sorta di marchio di fabbrica: aggressività, vittimismo con accuse che fanno puntualmente rimbalzare su chi li attacca (metodo boomerang), spregiudicatezza nell’annuncio di provvidenziali provvedimenti. La loro lingua (alcuni già parlano di neo-lingua) resterà come memoria nel cloud, la grande nuvola nella quale si accumulano i cimeli della post-verità e non della storia vera. Hanno la capacità, questi tweet, di mandare in bestia i democratici di ogni continente che spesso rimangono come tramortiti dalla rudezza del linguaggio e dall’esibizione cruda del potere e del loro modo di concepirlo. E’ bene rispondere alla prepotenza con altrettanta prepotenza? A chi è utile un braccio di ferro sull’arroganza?

Vittorio Zucconi, a fine giugno, ci ha segnalato che alcuni commentatori d’oltre oceano invitano a scansare il ” bullismo” del loro presidente. E riporta un’acuta osservazione di Chris Cuomo, conduttore di talk show: ”è proprio nel vittimismo -nota – e nel mito dell’uomo solo contro tutti che Trump acquista forza e i suoi elettori, che si sentono vittime delle élite e dell’establishment, si stringono attorno a lui”. Insomma la tentazione, umanissima, di rispondere colpo su colpo, insulto su insulto, non sembra pagare, soprattutto in America (…) I suoi avversari si stanno chiudendo nella ” Trappola Trump”, nel gioco quotidiano di tranelli senza regole che lui impone e che lo fa lievitare nell’indice di popolarità, sorretto dalla marmorea, settaria accondiscendenza dei propri elettori, che nella rissa da cortile sguazzano (…) Non si ferma il vento di tempesta soffiando più forte”. Qualcosa del genere sta accadendo anche da noi e il suggerimento di Cuomo andrebbe adottato anche nei confronti degli “urlatori seriali” di casa nostra. Il varco tra privato e pubblico s’è aperto ormai da qualche tempo, spostando tutti i parametri dell’ignoranza, dell’oscenità e dell’aggressività. Ha vinto l’ipertrofia dell’io e così diventa norma vivere e parlare sopra le righe; porsi sempre al centro del sistema di relazioni e della scena pubblica mediatica e avere un’insistita incapacità di ascolto.

Sono tendenze generali che si sono affermate al sorgere del nuovo millennio: avere nemici, ricorrendo, anche alla costruzione di conflitti artificiali; esibire il corpo come fosse un’icona; usare il selfie in modo compulsivo e ricercare lo scatto virale per mostrare, con finta spontaneità, d’esser gente tra la gente. Il “leader de’ noantri” deve essere sempre in prima fila contro l’anti-casta e esser capace di alimentare il catalogo dell’invidia universale. Notava, giorni addietro, David Allegranti su Il Foglio: ” Il gentismo è procedere per sottrazione; non aspira al miglioramento delle generali condizioni di vita e pretende il livellamento collettivo verso il basso”.

Questa insofferenza per le classi dirigenti è uno degli effetti della lunga crisi economica che provoca immensi disagi sociali: la “povertà operosa”, cioè quella condizione in cui per decenni sono vissute intere classi sociali (il lavoro come pre-condizione per garantirsi i diritti primari del welfare) si sta tramutando in miseria, gettando ai margini della vita garantita milioni di persone. Nelle nostre periferie e nelle periferie del mondo. Stanno saltando gli schemi dell’opinione pubblica borghese ma anche le innovazioni derivate dalla nascita dei movimenti sindacali e dei grandi partiti di massa. E’ come se il lungo e tormentato Novecento ci avesse lasciato i conti da pagare. Osserva Jurgen Habermas, in un suo recente intervento, che una sorta di rivolta anti establishement sta dilagando ovunque e le stesse nazioni sono sopraffatte dagli imperativi incontrollati di un capitalismo mondiale guidati da mercati finanziari senza regole. L’Europa, al centro di questo processo, erige i suoi muri nazionali (non a caso usano la parla sovranità) e quelli che dovrebbero difenderla dai mondi esterni, portatori di minacce. Un altro rilevante contributo alla creazione di questo clima è stato fornito dalla fabbrica delle fake-news, vere holding della contraffazione. Ormai con certezza è stata dimostrata l’esistenza di questi infausti centri, molti collocati nei paesi dell’Est, capaci di condurre campagne di diffamazione con effetti rilevanti sui sistemi dei paesi democratici.

Eppure una sorta di “autoinganno razionalistico” che domina questa fasulla fase della post-modernità ci induce a sottovalutare questi processi. L’autoinganno ci porta a credere che i cittadini agiscano con maturità e tolleranza, di cogliere la realtà in modo oggettivo. Gettiamoci alle spalle queste credenze. Già ci aveva messo in guardia, circa un secolo fa Walter Lippmann. I media digitali, che si aggiungono alle abbuffate televisive, dilatano questa credenza e su questo equivoco il “gentismo” fabbrica, in parte, le proprie fortune. La gente si forma un’idea dei fatti non per una conoscenza diretta di ciò che accade ma sulle immagini fornite. E spesso le immagini fornite sono lavorate ad arte. Immagini e parole che possono esser ripetute all’infinito e comprese anche da tutti. Stereotipi, appunto. L’espressione proviene dal mondo della tipografia ed era una tecnica che permetteva di riprodurre i testi nella quantità desiderata.

Quella tecnica si basava sulla costruzione di cliché, diventato, poi, non a caso, sinonimo di luogo comune, generatore di conformismi. Ciò che il cittadino sa, lo apprende attraverso stereotipi che semplificano e rendono immediatamente comprensibile gli ambienti più complessi, magari costruendosi delle “mappe” che gli permettono di collocare le news in un ambiente a lui noto. Quella della mappa è una metafora che, però, esemplifica le modalità che permettono di ridurre e semplificare fatti che altrimenti sarebbero incomprensibili, specie in una fase come questa nella quale le conoscenze si differenziano sempre più anche con il riaffiorare di nuovi analfabetismi.

Condivido l’idea – che però andrebbe tradotta in pratica- di smetterla di alimentare il rito mediatico che stanno imponendo i nuovi capi del gentismo. Non sono l’ombelico del mondo. Serve una forte cura anti-narcisistica della nostra società. Malattia, il narcisismo, che ha attecchito anche nella sinistra, dove dilaga e che, come l’edera, s’è abbarbicata sull’antica pianta mandandola in rovina. Smascherare questi stereotipi è essenziale per ridare valore alla pratica democratica. Ho richiamato volutamente il pensiero di Lippmann perché il tema vero che si suggerisce oggi, con urgenza, come un secolo fa, è- in sostanza- quello di ridiscutere della concentrazione del potere mediatico. Basterebbero severe norme antitrust, ad esempio. Nessuna, dico nessuna parte politica, è stata in grado di andare in profondità su questo delicato argomento. Guardando troppo alla tattica e poco all’orizzonte i democratici finiscono con avere il fiato corto e così di perdere inevitabilmente il confronto.