Il bombarolo, l’Italia
e il silenzio a 5 stelle

Può anche darsi che Matteo Salvini, mentre Elisa Isoardi stira le camicie per sé e per lui, le confidi in anteprima  “sparo una cretinata sull’anagrafe dei rom, così quei fessi della sinistra ci cascano mani e piedi e io mi prendo un altro tre per cento”;  può darsi davvero che il suo puzzolente tiro alla fune con la paura degli italiani – ieri i migranti e i porti, oggi i rom, domani chissà chi, ma la Storia qualche suggerimento ce l’ha dato – serva a soggiogare i Cinque stelle, o a vampirizzarli in una prossima campagna elettorale.  Ma se pure fosse tutta tattica sulfurea,  tutto stop’n’go da social game, tutto Risiko padano con l’occhio alle urne,  forme e modi del salvinismo hanno sfondato la soglia minima di civiltà del Paese. Qualcuno dovrà trovare il modo di dire basta.

Questa brodaglia di odio e di razze il ministro e i suoi accoliti la stanno cucinando non in Val Brembana o in piazza Bra,  ma nelle stanze del Viminale.  Nel luogo cioè, per antonomasia, in cui si esercita il potere e l’equilibrio, la forza coercitiva dello Stato ma anche la sua capacità di misura e di dialogo.  Le trecentomila doppiette minacciate da Bossi,  i carri armati di cartone, i cappi lumbàrd a Montecitorio furono trattati,  vent’anni fa, come oleografia padana.  Oggi, invece, è dall’interno del Quartier generale che un ministro parte al braccio di ferro con l’Europa mutuando minacce dal fascista Orban,  giocherellando con gli screening su base etnica e  rammaricandosi perché i diritti sono uguali per tutti.  Non c’è smentita che tenga, il folk è finito e al suo posto si va affermando un oscuro misto di avventura e approssimazione.

C’è una seconda ragione per cui vanno raffreddati e presto gli istinti belluini del Matteo in cravatta verde, e gli anni di piombo dovrebbero avercela insegnata:  il nemico a ogni pie’ sospinto,  l’anatema di fuoco contro questo o quel capro espiatorio  trasformano le parole in pietre vere.  La violenza verbale reclama violenza fisica.  E se un certo genere di sfida e di linguaggio piove sull’Italia dal Viminale,  così si allena ogni sacca di revanche, ogni coscienza spaventata, ogni cittadino  defraudato al veleno dell’odio. Chi governa avrebbe una ulteriore responsabilità, saper produrre insegnamento, esempio, pedagogia.  Ma questo, a Salvini, non l’hanno spiegato.

Ecco perchè non si deve fermare l’altolà che è già partito dai luoghi d’Italia in cui si praticano valori di tolleranza:  dalle chiese e dal mondo del volontariato, dai partiti che non indossano fez e orbace, dalle grandi organizzazioni sociali, sindacato e Confindustria in testa. Soprattutto, dal Pd e dalla sinistra:  se non è questa l’ora per seppellire le asce di guerra, riportare lo sguardo in avanti, cessare la guerra civile in nome di una causa più urgente, quando sarà mai?  Prima che  il paese si inginocchi a un regime di sopraffazione, bisogna ripetere forte e chiaro ai comunicatori padani e ai fabbricanti di odio che la trincea costituzionale e settanta anni di valori comuni saranno difesi. Grazie anche al fatto che al Quirinale siede un galantuomo, e un politico accorto.

Qualcosa di  meno simbolico dovrebbero invece mettere in campo i cinque stelle, che col ministro “bombarolo” condividono un intero governo. Purtroppo Luigi Di Maio parla una lingua fumosa, sbiadita. Fa finta di non capire, si rallegra per le smentite pro forma del Viminale.  Nemmeno prova a chiarire al partner che se non tornerà nel perimetro di una serena dialettica politica questo esecutivo potrebbe cadere.  Preferisce il sogno del governo a ogni costo:  rincorrere la Lega contro l’Europa e contro i migranti. Eppure sondaggi e urne lo hanno avvisato che un prezzo si paga, presso quegli elettori che ancora ragionano secondo convivenza e  civiltà.

Come recitano i versi che in migliaia di post ieri erano citati   – “prima vennero a prendere gli zingari,  poi gli ebrei, poi gli omosessuali. Poi vennero a prendere me, ma non era rimasto nessuno a protestare” -,  l’accomodamento purchessia, quando si ripete davanti alla sopraffazione e all’ingiustizia, diventa colpa e poi complicità. Questa campana, oggi, suona per i Cinque stelle.