Il bluff minaccioso
della Nuova Destra

La guerra civile ha già fatto da tempo il suo ingresso nelle metropoli. Le sue metastasi sono parte integrante della vita quotidiana delle grandi città, e questo non solo a Lima e Johannesburg, Bombay e Rio, ma anche a Parigi e Berlino, Detroit e Birmingham, Milano e Amburgo. La nostra è una pura illusione se crediamo davvero che regni la pace soltanto perché possiamo ancora scendere a comprarci il pane senza cadere sotto il fuoco dei cecchini. La guerra civile non viene dall’esterno, non è un virus importato, bensì un processo endogeno. Nei paesi industrializzati vi è ancora una forte maggioranza a favore della pace. Le nostre guerre civili, finora, non hanno contagiato le masse: sono guerre molecolari. Ma possono comunque, come dimostra la rivolta di Los Angeles *, scatenarsi in qualsiasi momento, raggiungendo dimensioni incalcolabili.

Ma è lecito paragonare l’uno con l’altro questi fenomeni? Il capo di una banda armata in Liberia con lo c che rompe la sua bottiglia di birra in testa a un pensionato che non c’entra niente con lui? L’autonomo di Berlino con i Khmer Rossi della Cambogia? E tutto questo con la normalità di una città di provincia tedesca, svedese o francese? Temo che, al di là di tutte le differenze, esista un denominatore comune. Quel che colpisce in tutti i casi è, da un lato, il carattere autistico degli aggressori e dall’altro la loro incapacità di distinguere fra distruzione e autodistruzione. Nelle guerre civili odierne è svanita ogni legittimazione. La violenza si è liberata completamente da motivazioni ideologiche. I guerriglieri e i terroristi degli anni Sessanta e Settanta ritenevano ancora necessario giustificarsi. Con l’aiuto di volantini e proclami, pedanti catechismi e confessioni dal tono burocratico legittimavano i loro atti di violenza sul piano ideologico. E questo, ai criminali di oggi, pare superfluo. Quel che li contraddistingue è una mancanza assoluta di principi. Il loro onore si chiama viltà: già la semplice distinzione fra coraggio e viltà è per loro del tutto incomprensibile. Anche questo fenomeno è indizio di un comportamento autistico e di perdita di princìpi. 

Bisogna forse ricordare che le battaglie con cui si giunse nel secolo XIX alla formazione dei moderni Stati nazionali non furono semplici risse di carattere irrazionale. Il Nazionalismo europeo di vecchio stampo ha pur sempre dato vita a delle Costituzioni, abolito la servitù della gleba, emancipato gli ebrei, affermato lo Stato di diritto e il suffragio universale. Gli attuali protagonisti della guerra per bande sono ben lungi dal mirare a innovazioni di tale portata. Quel che interessa ai nazionalisti degli ultimi tempi è soltanto la forza devastatrice implicita nelle differenze etniche. Il diritto all’autodeterminazione, di cui tanto parlano, non è altro che il diritto di stabilire a quale popolo, invece, sia permesso o meno sopravvivere in un dato territorio; il loro scopo è annientare “vite prive di valore”, e nulla più.

Anche la sostanza ideologica che sorregge il fondamentalismo islamico è probabilmente molto più inconsistente di quanto credano gli occidentali. Qualsiasi musulmano dotato di ragione può dirci che questo movimento non ha proprio nulla a che vedere con la religione rivelata. Si tratta piuttosto di una reazione radicale alla pressione esercitata dalla modernizzazione. I desideri dei fondamentalisti rivelano una fissazione su quell’Occidente che di fatto combattono. Le loro brame sono rivolte alle sue conquiste più micidiali: bombe atomiche, missili, produzione di gas tossici. Le varie sette, fazioni e milizie fondamentaliste mirano soprattutto a strangolare i loro stessi correligionari. Anche in questo caso quindi non si tratta tanto di princìpi, quanto di un loro surrogato. 

E ora passiamo ai protagonisti della nostra guerra molecolare. Li chiamano estremisti di destra oppure neonazisti. Ma anche in questo caso l’ideologia non è nient’altro che una pura farsa. Il giovane assassino a caccia di gente inerme, interrogato sui motivi della sua violenza, risponde: “L’ho fatto senza pensarci”, “Gli stranieri mi erano antipatici”. Il suo modo di vestire, la musica e i video che costituiscono la sua cultura sono in tutto e per tutto americani. La bandiera di guerra del Reich viene sventolata in jeans e T-shirt. Dal momento che il proprio futuro non ha per lui il benché minimo significato, non c’è da meravigliarsi che non gliene importi nulla nemmeno del suo paese.

Lo stesso vale anche per il radicalismo di destra nella sua foggia politica. Non appena un partito d’estrema destra si avvicina a una qualche forma di potere, si rivela privo di qualsiasi progettualità. Quel che viene spacciato per tale è un programma del tutto fantomatico la cui inefficacia risulta già dai riscontri economici più elementari. Tutti i paesi industrializzati sono profondamente integrati nel mercato economico mondiale e da questo interamente dipendenti. Fenomeni come l’autarchia, l’omogeneità di carattere razziale o etnico e iniziative politiche di singoli Stati a ciò ispirate, porterebbero certamente la popolazione di tali paesi a morire di fame. L’idea di un internazionalismo di destra è quindi del tutto paradossale. Ed è per questo che la Nuova Destra, come suole definirsi, non è neppure in grado di condurre una politica europea coerente. Ovviamente, neppure gli esponenti della destra credono al proprio bluff. Una volta scomparsa la loro vecchia “concezione del mondo” non rimane altro che il desiderio di una vuota aggressività.

(Hans Magnus Enzensberger, “Prospettive sulla guerra civile”, 1993)

  • Aprile 1992. Quattro poliziotti di Los Angeles incriminati per l’assassinio di Rodney King, tassista nero, vengono assolti. Si scatena la rivolta della comunità afroamericana.