Berlusconi nel simbolo insulto alla democrazia

Pregiudicato. Non candidabile e non eleggibile per una legge dello Stato, la Severino. Eppure Silvio Berlusconi, esibendo con sfrontatezza il consueto disprezzo per le regole e le norme, non ha esitato a far trovare sul tavolo dell’incontro ad Arcore con i suoi alleati alle prossime elezioni il simbolo di Forza Italia su cui campeggia “Berlusconi presidente”. Già diffuso via twitter a tutti gli italiani. Non puntando più, per esserci, su un risultato positivo del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che, comunque, arriverebbe troppo tardi.

Un valore aggiunto alla coalizione quel nome. Valutabile, secondo i sondaggisti, in almeno due milioni in più di voti, e quindi ben accolto da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Almeno all’apparenza, perché il leader leghista continua a dire che toccherà a chi prende anche un voto in più dell’altro designare l’inquilino di Palazzo Chigi prossimo venturo. E quindi la mossa non deve essergli piaciuta tanto quanto ha mostrato. Sempre che la destra, con un pizzico di centro, riesca ad ottenere una clamorosa vittoria superando l’ipotesi di un risultato diviso tre che porterebbe ad una situazione di stallo tutta da gestire. E non dai leader dei diversi partiti. Nonostante insistano nel voler ignorare che qualunque decisione sul tema spetta al presidente della Repubblica.

Ma la mossa senza pudore di Berlusconi, quella di mettere il suo nome su un simbolo di partito, pur se suo, in una logica di puro marketing, ha una sua possibilità di riuscita? Partendo dal giudizio che un’operazione di questo tipo è offensiva di qualsiasi regola democratica ed è l’indicazione a molti, troppi, che le leggi ci sono ma possono essere aggirate per i propri obbiettivi, che il fumo negli occhi e le illusioni possono essere più convincenti delle idee, delle proposte, delle garanzie, la domanda appare legittima e anche preoccupante.

L’ex cavaliere l’ha studiata a modo suo. Nell’immediato si gioca la forza persuasiva del brand. Nel caso dovesse essere stoppato il simbolo potrà sempre riprendere e usare come arma la presunta persecuzione nei suoi confronti. Da parte dei magistrati, degli avversari politici, in questo caso dell’ufficio del ministero dell’Interno cui toccherà vagliare il simbolo e consentirne l’uso. Solo che quando fu fatta la legge per impedire una possibile confusione negli elettori, correva l’anno 1957, i problemi erano di grafica sovrapponibile o di slogan simili. Mai a pensare che più di sessanta anni dopo bisognasse stare a valutare se il nome di un non candidabile potesse stare in un simbolo. Trasmettendo in questo caso ai potenziali elettori il convincimento che quella persona possa essere eletta e, magari arrivare alla guida del Paese. Non lui direttamente ma la sua diretta emanazione. Poco importa. Un inaccettabile gioco delle tre carte.

Il vertice di Arcore a tre, andato avanti per ore, ha registrato l’allargamento al quarto Polo composto da esponenti politici del centrodestra che hanno cercato di camminare da soli e ora sono rientrati a casa nel ruolo di supporto. Le intenzioni di un eventuale centrodestra vincente sono state elencate in un comunicato congiunto. Meno tasse per tutti, meno burocrazia, meno Europa difesa del made in Italy, sostegno alla natalità, controllo dell’immigrazione e, concetto molto caro a Salvini, abolizione della legge Fornero. Chi più ne ha più ne metta. Nel futuro del centrodestra sembra che toccherà a Roberto Maroni, l’attuale presidente della Regione Lombardia che non si ricandiderà “per motivi personali”, avere un ruolo importante a Roma, cioè al governo. Tanto più che Antonio Tajani, il presidente del Parlamento europeo, per la destra altro possibile nome da spendersi al vertice, ha detto “sto bene dove sto”.