Il ’68 in musica
quando Endrigo vinse Sanremo

Il 3 febbraio del 1968 “Canzone per te”, musica di Sergio Endrigo e Luis Enriquez Bacalov, testo di Sergio Endrigo e Sergio Bardotti, vinse il Festival di Sanremo, interpretata da Sergio Endrigo e dal brasiliano Roberto Carlos. È diventato un luogo comune che quella vittoria fosse una sorta di compensazione, se non di rivincita, per l’eliminazione della canzone di Luigi Tenco dell’anno prima, che aveva portato al suicidio dello stesso Tenco.

Certamente Endrigo era da anni identificato come uno dei principali cantautori, al pari di Tenco. Va detto, però, che Tenco nel 1967 era andato a Sanremo con una canzone interamente scritta da lui e aveva concepito quella partecipazione come un modo per emulare Bob Dylan, Barry McGuire e le loro canzoni “contro” (a dire il vero, Dylan aveva smesso da un po’ di scriverne), che avevano goduto dell’appoggio delle case discografiche e dei media. “Ciao amore, ciao”, dopo vari aggiustamenti finalizzati al Festival e alla Rai, non aveva il mordente di “The Times They Are a-Changin’” o di “Eve of Destruction” (entrambe pubblicate come singoli nel 1965), ma conservava comunque il tono amaro delle canzoni di Tenco, alcune delle quali (anche recenti) certamente migliori di quella.

“Canzone per te”, a sua volta, era piena di quella tristezza, di quel sentimento desolato che aveva sempre caratterizzato una parte della produzione di Endrigo, ma si può anche dire che fosse stata pensata dai suoi autori (un gruppo collaudato che aveva lavorato ai maggiori successi di Endrigo) come una “canzone da festival” fin dall’inizio, con quell’alternanza riuscitissima fra strofa in minore e ritornello in maggiore (“Chissà se finirà…”), senza farsi mancare la modulazione finale un semitono sopra.

Molti cantautori avevano partecipato al Festival dopo le vittorie di Modugno nel ‘58 e ’59, anche se nessuno aveva mai più vinto (mai dopo che la parola “cantautore” era entrata nel lessico). Endrigo era il primo, ma dire che quella vittoria fosse nel segno di Tenco è forse eccessivo. Del resto, una canzone di Modugno, “Meraviglioso”, era stata scartata dalla commissione selezionatrice perché il testo raccontava di un suicidio mancato. Ma c’è dell’altro.

Alla fine del 1967 Big e Ciao Amici, due riviste “per giovani” avevano organizzato una tavola rotonda con la partecipazione dei principali discografici dell’epoca; l’intenzione, evidentemente, era di affermare l’immagine dei due periodici come organi semi-ufficiali dell’industria musicale, e non solo come fonte di notizie e pettegolezzi sulle star del pop nazionale e internazionale. L’obiettivo dichiarato della tavola rotonda era di raccogliere i giudizi degli addetti ai lavori su tre istituzioni importanti per l’industria: il Festival di Sanremo, il Cantagiro, la Rai. Il risultato fu raccolto in quattro pagine, metà delle quali occupate da fotografie, e da un sottotitolo: “Un solo sì: per il Festival. Questa la clamorosa conclusione del movimentato dibattito.”

Ciò che sbalordisce a rileggere oggi il “movimentato dibattito”, tenutosi alla fine dell’anno in cui il Festival di Sanremo era stato funestato dal suicidio di uno dei partecipanti, è che non ci sia il minimo accenno a Tenco e alla sua vicenda. Ci sbalordisce oggi perché la nostra memoria di quel periodo è condizionata dal racconto che proprio a partire da allora fu elaborato: quello di un campo, di un genere musicale (la “canzone d’autore”: il nome sarebbe entrato in circolazione solo alcuni anni dopo), i cui partecipanti erano sensibili alle ragioni dell’arte, della cultura, dell’“impegno”, e perciò intrinsecamente anti-commerciali (o forse “diversamente vendibili”). Ma per i discografici di allora questo genere – almeno in Italia – non esisteva: c’erano i cantautori, che più volte avevano gradito di partecipare al Festival, e quello di Tenco era evidentemente un incidente, che non modificava la natura di una manifestazione considerata “l’unica che possa permettere l’immediato lancio di un disco”.

È proprio impossibile descrivere quei discografici come preveggenti, ma quali erano, allora, i cantanti e autori per i quali l’“impegno” era più importante delle vendite? Un piccolo numero di esponenti del Nuovo Canzoniere Italiano, con qualche dissenso interno, e comunque lontanissimi dalle etichette discografiche principali, e un cantautore genovese semisconosciuto, ancora formalmente dilettante, al quale l’essere escluso dalle programmazioni radiotelevisive portava anche vantaggi (i liceali amavano le sue canzoni piene di situazioni e parole “proibite”): l’unico che fosse andato al funerale di Tenco, Fabrizio De André.

Attenzione, dunque, a rileggere il Sessantotto musicale (come qualunque passato) alla luce di concetti che appartengono a un periodo successivo. Se ne deve tener conto, sì, ma con cura. In Francia nel febbraio del 1968 la canzone in cima alle classifiche di vendita era un successo di Claude François, risalente alla fine del 1967: “Comme d’habitude”, un’altra struggente descrizione di un amore alla fine (come quella di Endrigo, Bardotti e Bacalov), che più tardi nel corso dell’anno Paul Anka avrebbe tradotto in inglese, facendone uno degli inni sempiterni del buon borghese, “My Way” (registrata il 30 dicembre 1968 da Frank Sinatra: il brano più eseguito nelle funeral homes nordamericane). E nel Maggio francese la canzone più venduta era “Rain and Tears”, un adattamento del Canone di Johann Pachelbel, arrangiato da Vangelis Papathanassiou e cantato da Demis Roussos, del gruppo pop greco Aphrodite’s Child. In Italia sarebbe stata prima per tre settimane, a novembre.