I versi di Pelliccioli tra ritorno alla terra
e rapporto con la natura

[[ Prefabbricati, tubi, tralicci, autogrill schiacciano i filari, brandelli di campagna. Vagoni, sacchi, reti, gialli altoparlanti inghiottono corpi transfusi nei display. Reticolati in ferro, scavi, fondamenta, avvolte da ringhiera in plastica arancione, frazionano il volo dei passeri spiumati… ]]

Ne “L’inganno della superficie” Marco Pelliccioli descrive con queste parole una costruzione che ai margini della città ruba spazio alle campagne: la creazione di nuovi spazi urbani, il rapporto con una natura che si va a rattrapire è stato negli anni portato avanti da diversi autori, da Nelo Risi a Giovanni Giudici. Milano nella propria funzione è forse il luogo per eccellenza di questi scrittori, ma nel tempo le modificazioni delle nostre città sono diventate tema di molte aree e molte regioni: l’economia degli spazi, la sottrazione alla natura, ai “passeri spiumati” per utilizzare le parole di Pelliccioli diventa giorno dopo giorno materia più stringente. Basteranno i movimenti di opinione a cambiare le regole e i rapporti con la natura? Probabilmente no perché la partita si gioca altrove, si gioca cioè dove si immaginano le città, dove il disegno urbanistico diviene reale.

E’ possibile non consumare nuovo suolo? Leggi urbanistiche regionali in questo senso esistono, si veda ad esempio l’Emilia Romagna che concentra il fabbisogno di edifici sulle aree dismesse già cementificate o sulle aree urbane attraverso premi ai cambi d’uso a forte risparmio energetico, insieme al divieto di costruire sui terreni agricoli: la poesia di Pelliccioli insomma in un approccio politico come questo “non esisterebbe”.

Nell’ultimo rapporto disponibile ISPRA SNPA quello relativo all’anno 2019 il consumo di suolo in Italia cresce al ritmo confermato di 2 metri quadri al secondo, che corrisponde a 57 milioni di metri quadrati, e considerando la crescita demografica è come se ognuno dei 420 mila bambini venuti al mondo in quell’anno si portasse nella culla 135 metri quadrati di cemento, con un maggiore aumento proprio nelle aree a più avanzato rischio idrogeologico e sismico.

Controvertire questo consumo scriteriato non è solo una ipotesi affascinante o una suggestione, ma è una necessità in una terra che ha fatto del rischio idrogeologico una propria intrinseca caratteristica, che negli ultimi anni è stata sconvolta da una lunga serie di eventi sismici che se possibile ha ancora una volta e maggiormente evidenziato come uno sviluppo sconsiderato del cemento non faccia altro che togliere alla natura la possibilità di trovare dentro a se stessa gli antidoti per sopravvivere alla potenza, anche tragica, degli eventi avversi.

E in tutto questo ci siamo noi: noi cittadini, noi persone comuni, noi comunità locali: un movimento d’opinione che chieda con sempre maggiore forza non solo le questioni complessive, ma che vada a influire sul singolo quartiere, sulla singola frazione, sulla singola area industriale di qualsiasi piccolo/medio/grande comune italiano diventa fondamentale. Nei viaggi che molti di noi compiono questi scheletri di un passato edilizio anche recente, recentissimo diventano la norma dell’orizzonte, riconsiderarli, sostituirli senza intaccare ulteriore patrimonio diventa necessario per il nostro futuro, come necessario (come nei versi di Pelliccioli) diventa riaffidarsi ai campi, alla natura, alla terra: quella terra primordiale da cui tutti veniamo ma che così poco sappiamo rispettare presi da miopi necessità consumistiche che finiscono spesso per essere la porta di immani tragedie.

[[ Salire nei campi, la sera, la terra che porta ai vigneti / e battere zolle, le stelle, la notte più fonda / (le chiavi nell’erba) / rotolare col pozzo giù dal declivio / e avere paura, sentire dolore / se la fonte è la crepa / forse guarire ]]

Marco Pelliccioli, L’inganno della superficie, Stampa 2019.

Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2020. Report SNPA 15/2020