I soldi dell’Europa arrivano
il problema è se l’Italia
sarà capace di spenderli

Ora si tratta di far presto. L’iniziativa di Macron e Angela Merkel ha segnato una svolta fondamentale nella politica dell’Unione europea, ma per ora siamo sul piano dei princìpi e delle affermazioni di buona volontà. Princìpi e buone volontà ben forti, comunque. La Germania ha accettato il metodo della condivisione del debito. Chiunque abbia seguito le vicende europee da almeno due decenni a questa parte sa come e quanto deve essere apprezzata la novità. L’idea che l’Unione europea in quanto tale potesse farsi carico dei debiti dei singoli stati (e soprattutto, va da sé, dei più inguaiati) è stato un tabù insormontabile in tutte le fasi del confronto politico all’interno dell’Unione stessa. Un tabù potentemente sostenuto – va detto – dalle pubbliche opinioni dei paesi “forti”, assai refrattarie al pensiero che una parte delle proprie tasse potesse essere spesa per sostenere i paesi incapaci di mantenere il controllo sui propri conti. Ora invece dimenticate le invettive contro la Dolce Vita dei paesi in cui fioriscono i limoni (soprattutto uno: quello che piaceva tanto a Goethe), le asprezze di un ministro delle Finanze durissimo e purissimo come fu Wolfgang Schäuble, gli altolà della Bundesbank, perfino le sanzioni al limite del sadismo comminate alla Grecia e via elencando. La sciagura collettiva che sta massacrando l’Europa, senza distinguere tra ricchi e poveri, formichine laboriose e cicale incoscienti, ha cambiato tanto le carte in tavola che si è vista Frau Merkel far sì con la testa e sorridere quando Macron, sullo schermo della conference call, si è messo a spiegare il meccanismo della proposta: 500 miliardi di cui si farà carico il bilancio comunitario e che andranno ai settori e ai paesi più in difficoltà in forma di trasferimenti. Non prestiti, attenzione, ma sovvenzioni a fondo perduto. Il carico finanziario andrà sul bilancio dell’Unione e per sostenerlo la Commissione potrà emettere delle obbligazioni. Il prestito, se ci sarà, sarà a carico di Bruxelles. Più condivisione di così… Uno schema che avrebbe fatto inorridire la cancelliera solo una decina di giorni fa. E che – sia permessa una notazione maligna – ha spiazzato pure i giornali della destra di casa nostra che ancora ieri pomeriggio continuavano, almeno alcuni, a parlare di “prestiti”, come se non ci volessero credere: ti pare che la Merkel e Macron ci regalano i soldi?

Prudente favore

Lo schema nelle ultime ore si è andato precisando. E si è arricchito di particolari che paiono giustificare il prudente favore con cui l’intesa franco-tedesca è stata accolta dal governo italiano. I fondi dovrebbero essere assegnati ai paesi che più hanno sofferto per l’epidemia, l’Italia (cui andrebbero da 80 a 100 miliardi), la Spagna e la Francia sulla base di progetti che non riguarderanno, come è il caso del MES, soltanto le spese sanitarie ma i settori che più e meglio dovrebbero contribuire alla ripresa dello sviluppo. Lo stesso Macron ha citato quello del turismo, che dovrebbe essere oggetto tra l’altro di iniziative su cui starebbero lavorando gli uffici della Commissione in vista della riapertura delle frontiere interne, e il comunicato diffuso dopo il colloquio fa riferimento al green deal, il progetto di risanamento e rinnovamento ambientale, cui la Commissione von der Leyen stava lavorando quando è scoppiata la pandemia. Per l’Italia questo potrebbe significare investimenti nel settore dell’edilizia ecosostenibile, programmi di sistemazione delle aule scolastiche, di sistemazione idrogeologica, di messa in sicurezza sismica e via secondo le infinite necessità di risanamento. Dal presidente francese e dalla cancelliera tedesca vengono poi delle raccomandazioni sulla fiscalità europea, dall’adozione della carbon tax all’adeguamento delle imposte alle multinazionali del web. Un capitolo interessante non solo perché permette di individuare dove cercare i soldi, ma anche perché indica chiaramente la volontà di sostanziare con risorse proprie il bilancio dell’Unione e questa è un’altra, non certo la minore, delle novità che si sono andate manifestando nell’iniziativa europea post-virus.

Che cosa accadrà ora? L’iniziativa franco-tedesca è, per ora, soltanto una proposta. Essa dovrà essere discussa e eventualmente adottata dalla Commissione. Il primo giudizio della presidente von der Leyen è stato positivo. Macron e Merkel hanno in qualche modo forzato esitazioni e lentezze con cui l’esecutivo brussellese stava procedendo nella definizione del meccanismo del Recovery Fund, lavoro che avrebbe dovuto essere compiuto già da un paio di settimane e che, per quanto se ne sapeva, era ancora in alto mare proprio a causa dei contrasti non risolti sulla forma delle erogazioni: prestiti o sovvenzioni a fondo perduto? Non è detto che il recepimento della proposta franco-tedesca esaurisca il quadro delle risorse pensate a dotazione del Fondo. La Commissione potrebbe completare lo schema con altre ipotesi di intervento finanziario. È quello che palesemente spera il governo italiano. Non a caso Conte ha parlato di “un primo passo importante” e ambienti governativi, dai ministeri dell’Economia e dei Rapporti con l’Europa, sottolineano il fatto che la dotazione dello schema franco-tedesco è ben inferiore ai mille o millecinquecento miliardi di cui si è parlato nei giorni scorsi per il Recovery Fund. Anche se va sottolineato a questo proposito che il calcolo complessivo delle risorse messe in campo va fatto tenendo conto degli effetti-volano, ovvero gli investimenti secondari indotti da una così massiccia iniezione di liquidità.

Il fronte rigorista

L’incertezza più grande, a questo punto, è la forza dell’opposizione che certamente si sta organizzando in queste ore contro l’ipotesi delle sovvenzioni a fondo perduto. La “conversione” tedesca sulla condivisione del debito non ha certamente convinto gli altri governi del fronte “rigorista”, i quali continueranno a chiedere che si parli di prestiti, come ha già fatto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, magari legati a “condizioni” per i paesi che li dovessero ricevere. Oltre che dall’Austria, resistenze potrebbero venire dai Paesi Bassi, dalla Danimarca, forse dalla Svezia o dalla Finlandia. Ieri pomeriggio era in corso una riunione in videoconferenza dell’Ecofin, cioè di tutti i ministri economici e finanziari dell’Unione (compresi quelli extra area euro), ma fino a sera non si è saputo nulla della discussione.

C’è poi il capitolo delle reazioni italiane. La destra sovranista ha provato ad alzare barricate sul patetico bastione dell’opposizione alla “prepotenza” dell’asse franco-tedesco che, come al solito, deciderebbe per tutti ignorando i sacri diritti dell’Italia. Come se il presidente della Francia e la cancelliera della Germania non avessero il diritto di presentare proposte. Curiosa pretesa da parte di chi sostiene i diritti sovrani degli stati. Speriamo vivamente che nei prossimi giorni ci vengano risparmiate le geremiadi sull’Europa carolingia che maltratta l’Italia, i cui governanti (quando sono gli altri) si fanno maltrattare e non sbattono i pugni sul tavolo.

Problemi molto più seri sono quelli che l’Italia potrebbe provocare a se stessa se dovesse arrivare impreparata all’appuntamento dei benefici che ci stanno piovendo addosso: dal Quantitative Easing della Banca Centrale, la cui presidente Christine Lagarde ha dichiarato ieri che il Patto di Stabilità non sarà più ripristinato con le durezze di prima offrendo così un’altra testimonianza dei mutamenti di fondo che stanno avvenendo tra Bruxelles e Francoforte, al programma Sure contro la disoccupazione, ai finanziamenti della BEI, ai 37 miliardi del MES (quando Conte si deciderà a disfarsi dei veti assurdi che lo bloccano), alla prima tranche del Recovery Fund che, se si riuscirà a mettere a punto il meccanismo del “ponte” sul bilancio pluriennale 21-27, potrebbe essere disponibile già nel primo autunno. Per mettere a frutto i soldi che stanno arrivando occorrerà far funzionare bene e presto tutti gli strumenti della spesa. L’esperienza delle ultime settimane, con i ritardi, gli errori e le farraginosità che hanno contraddistinto l’iniziativa del governo sono un grosso elemento di preoccupazione. E ancor più lo è il complesso di inerzie, inefficienze e ritardi che hanno caratterizzato in passato l’utilizzazione dei fondi europei. Questo è un lavoro cui mettere mano subito.