I soldi ci sono.
Vanno cercati
nei paradisi dei ricchi

I soldi ci sono. Diventeremo matti per trovare i soldi che servono a sterilizzare l’aumento dell’Iva, per ridurre il cuneo fiscale e mettere un po’ di soldi in tasca di chi lavora, per rendere gratuito l’asilo nido, per riparare le scuole, e avanti di questo passo. E invece i soldi ci sono, anzi, ci sarebbero.

Non con la patrimoniale, che spaventa tutti, anche chi non ha alcun patrimonio, nel paese che ha il record mondiale di evasione fiscale, ma con i miliardi di euro che le ricchissime multinazionali e i giganti del web non pagano grazie ai “paradisi fiscali”, che ci rubano le tasse e ci rendono più poveri ed indebitati. Non Cayman o Bermude, il vero “Paradiso dei ricchi”, secondo il libro di Leo Sisti -uno dei più importanti giornalisti investigativi italiani- è il Lussemburgo, governato dal 1995 al 2013, da Jean-Claude Juncker, diventato presidente della Commissione europea dal 2014 al 2019. “Così l’Europa dell’austerità –spiega il sottotitolo del libro di Sisti, edito da Chiarelettere – difende gli interessi di milionari e multinazionali”.

paradisi fiscaliGli interessi delle multinazionali

Qualcuno, così, si è arricchito a nostre spese, facendo pagare tasse ridicole a milionari e multinazionali, grazie ad “autorità elastiche e cordiali” e ad “accordi amichevoli” che hanno prodotto normative “ammazza tasse”. Tasse che avrebbero dovuto pagare da noi e in altri paesi europei, e che invece sono volate in Lussemburgo, “un vero paradiso fiscale nel cuore dell’Europa”.

Per anni, centinaia di multinazionali, da Amazon a Pepsi Cola, da Ikea a Gazprom, senza dimenticare la Fiat, hanno pagato cifre irrisorie rispetto al dovuto. Ma è tutto regolare perché il sistema è organizzato in funzione dell’elusione fiscale, anche se in anni lontani il Granducato diede “protezione” a Licio Gelli, capo della P2, a Roberto Calvi e a Michele Sindona, detentori di mille oscuri segreti ormai dimenticati. Adesso le cose sono un po’ migliorate, ma siamo ancora ben lontani dalla “armonizzazione fiscale” che dovrebbe essere il cardine di un vero “mercato comune europeo”.

Lussemburgo, e non solo

Ma, attenzione, non c’è solo il Lussemburgo di Jean-Claude Juncker. Steve Jobs, fondatore della Apple e morto nel 2011, aveva negoziato con l’Irlanda una tassa sui profitti per cui in tre anni, su 38 miliardi di dollari, ha pagato quasi niente, e così il Senato americano ha certificato che “L’Irlanda, in sostanza, è un paradiso fiscale per la Apple”.

Adesso, il “dinosauro” Jean-Claude Juncker ha lasciato il posto alla baronessa Ursula von der Leyen, medico, madre di sette figli, che propone un’Europa più verde e attenta al clima, con l’intenzione di recuperare il ritardo digitale rispetto a Usa e Cina, chiede maggiore attenzione alle periferie, promette la revisione del trattato di Dublino per la redistribuzione dei migranti e forse un po’ di flessibilità sul patto di stabilità.

Più equità fiscale

Dopo il suicidio politico di Salvini, che inseguiva i “pieni poteri”, il nuovo governo giallorosso ha un disperato bisogno di soldi per mantenere troppe promesse, ma soprattutto ha bisogno dell’Europa e della fiducia dei mercati. Pochi se ne sono accorti, ma l’Italexit -minacciata da Salvini- è costata agli italiani quasi venti miliardi di euro, anche se adesso la riduzione dello spread promette di farcene risparmiarne una decina, che però non bastano.

“Chiudete i paradisi dei ricchi”

Ecco, allora, come ha suggerito Leo Sisti alla presentazione del suo libro qualche tempo fa a Grado, che i cittadini italiani potrebbero inviare una lettera ai loro deputati europei –di tutti i partiti- per far chiudere i “paradisi dei ricchi” e avere una vera “armonizzazione fiscale”, anche perché –in base ai risultati della commissione speciale istituita dall’Europarlamento- alle casse dell’Europa, mancano 1000 miliardi di euro all’anno tra elusione ed evasione fiscale.

Non favori o trattative con il cappello in mano, quindi, ma più giustizia ed equità fiscale, senza che qualcuno –che ha avuto la pretesa di imporre l’austerità a noi cicale- faccia il furbo per incassare le tasse che spetterebbero ai paesi dove è stato svolto il lavoro. Non sarà facile, ma -forse- l’idea potrebbe piacere anche alla baronessa Ursula von der Leyen.