I soldi ci sono. E se l’Europa li usasse?

Partiamo da un bell’esempio di excusatio non petita. In un manualetto della Commissione UE dedicato alla confutazione dei luoghi comuni negativi sul bilancio dell’Unione si legge: non è vero che il quadro finanziario pluriennale (cioè le previsioni di bilancio relative agli anni a venire) sia “un altro esempio del cammino dell’Unione Europea verso una programmazione centralizzata dell’economia”. Giustissimo: non è vero. Ma quello che cercheremo di spiegare, sperando di riuscirci, è che invece sarebbe molto meglio che lo fosse.

Una “programmazione centralizzata dell’economia” è proprio quello cui le sinistre e le forze europeiste dovrebbero tendere se volessero davvero, come dicono, rovesciare la logica che ha portato l’austerity e il predominio dei mercati sulla politica che stanno facendo crescere in modo devastante le diseguaglianze nei paesi e tra i paesi dell’Unione e uccidendo la fede dei cittadini d’ogni paese nell’Europa. Si tratterebbe solo di rimettere la realtà sui piedi, partendo non dalla disciplina di bilancio (che è necessaria, ma posteriori e non a priori) e dalle risorse (che non sono così scarse come molti ci vogliono far credere).

Proviamo a offrire qualche spunto a chi, a sinistra, volesse cimentarsi in questa rivoluzione copernicana. Nei giorni scorsi il commissario al Bilancio, il tedesco Günther Oettinger ha presentato la sua proposta per il bilancio pluriennale 2021 – 2027. Il progetto dovrà affrontare una serie di passaggi – Commissione nella sua collegialità, Consiglio dei ministri finanziari, Consiglio europeo, parlamento europeo, parlamenti nazionali – che sicuramente lo modificheranno e l’esperienza ci dice che le modifiche consisteranno in sostanziosi tagli. Ma prendiamolo così com’è. Il documento prevede impegni di spesa per 1135 miliardi di euro, che sembrano tantissimi soldi ma sono appena l’1,111 (per la precisione l’1,1 periodico) del reddito nazionale lordo di 27 paesi dell’Unione, cioè tutti meno la Gran Bretagna che allora sarà già fuori, mentre potrebbero (forse) essere entrati un paio di paesi dei Balcani occidentali.

Proviamo ad immaginare la disponibilità che deriverebbe da un aumento, anche abbastanza contenuto, di quell’1 virgola 1. Un aumento realizzato come? Intanto razionalizzando il sistema delle cosiddette risorse proprie, ovvero le percentuali di IVA, di altre tasse e di dazi che ogni stato versa alle casse comunitarie, i contributi calcolati in relazione al PIL dei diversi stati più una serie infinita e complicatissima di gabelle (prelievi sulle entrate dagli scambi, dalle tasse sulle società, dagli imballaggi in plastica e via elencando). Si può capire che, specialmente di questi tempi, si possano avere molti scrupoli ad usare un’espressione come “tassa per l’Europa”, ma non dovrebbe essere impossibile introdurre un sistema di contribuzioni nazionali meno astruso di quello esistente, intanto, per cominciare, con un maggiore prelievo sull’IVA, oggi esercitato per lo 0,3 e per alcuni paesi per lo 0,5%. Attualmente i contributi dei paesi al bilancio comunitario “costano” circa 200 euro l’anno ad ogni cittadino europeo, ovvero una somma molto inferiore alla somma media degli esborsi per le tasse nazionali. Un piccolo riequilibrio non peserebbe sui bilanci delle famiglie, diminuirebbe di poco le entrate fiscali dei singoli stati ma aumenterebbe in maniera sensibile le entrate dell’Unione.

Ma allora perché non lo si fa e non lo si è fatto finora e, anzi, ogni ipotesi di aumento del bilancio comunitario viene accolta come un’insopportabile provocazione non solo da paesi come la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Finlandia, ma da tutti quelli che si dedicano al fatuo esercizio del calcolo vittimistico delle differenze “tra quanto versiamo e quanto riceviamo” (come se in quello che “riceviamo” non dovessero essere calcolati tutti i benefici di appartenere a un mercato unico)?

La risposta è semplice: non lo si fa perché da molti anni tra le classi dirigenti europee domina una particolare concezione politico-ideologica. In termini nobili potremmo definirla come adesione al principio della sussidiarietà (le politiche europee cominciano dove quelle nazionali non arrivano), in termini più rozzi come tutela egoistica degli interessi nazionali immediati. Quelli che obbediscono al principio “i soldi sono miei e li gestisco io” e fanno da ostacolo insormontabile ad ogni cessione di sovranità finanziaria, anzi di sovranità tout-court, propensione assai diffusa di questi tempi un po’ dappertutto.

La sinistra europea dovrebbe combattere molto più di quanto abbia fatto, almeno negli ultimi anni, questa tendenza. Compito non facile giacché la questione delle cessioni di sovranità si interseca malamente nell’attuale sistema dei poteri comunitari con quello della democrazia. Superato il livello nazionale, dove, come e quando si esercita il potere di controllo democratico sulle decisioni? Il problema fu posto con evidenza qualche anno fa dalla Corte Costituzionale tedesca, la quale bocciò una decisione sul fondo di garanzia presa dal governo di Berlino in ambito europeo perché, non essendo stata discussa dal Bundestag, era sfuggita ad ogni controllo popolare nelle forme democratiche parlamentari.

Non complichiamo ulteriormente le cose. L’excursus serviva solo ad evidenziare come i due piani (economia e politica, risorse ed esercizio della democrazia) siano intimamente connessi e quanto abbia sbagliato in passato la sinistra ad affrontarli separatamente, o più semplicemente a dimenticarsi del secondo. E quanto sia necessario, invece, combattere su tutti e due i fronti.

La rivoluzione copernicana non dovrebbe riguardare solo le entrate ma, ovviamente, anche le uscite. Avere più soldi dovrebbe servire, ovviamente, a fare più politica. I capitoli di spesa del bilancio comunitario attuale, sia annuale che poliennale, sono francamente ridicoli.

Vediamo quelli illustrati da Oettinger. Senza entrare in troppi dettagli, diciamo solo che il bilancio pluriennale prevede una leggera diminuzione dei sussidi all’agricoltura (-7%) e un taglio del 4% alle spese per la coesione, ovvero ai fondi destinati ad aiutare le regioni meno fortunate e a ridurre le diseguaglianze territoriali, mentre più risorse verrebbero destinate ai settori nei quali si dovrebbe creare – dice il commissario – un “valore aggiunto europeo”, cioè un valore derivante dalla dimensione europea rispetto a quella nazionale, nei campi della ricerca, delle migrazioni, del controllo delle frontiere, della difesa, del cambiamento climatico. Si dovrebbe creare poi una nuova “riserva dell’Unione”, cioè un certo ammontare di risorse per affrontare imprevisti ed emergenze.

In questa inconsistente vaghezza, l’unica indicazione politicamente apprezzabile è quella che stabilirebbe un legame tra l’erogazione dei fondi (ridotti) per la coesione e il rispetto degli standard in materia di diritti civili e di accoglienza, con l’esplicito riferimento, nelle carte della Commissione, a due paesi che potrebbero essere penalizzati: la Polonia e l’Ungheria. Ricordiamo en passant che i due paesi in questione approfittano molto largamente, oggi come oggi, dei fondi e che gli economisti calcolano che proprio i soldi che arrivano da Bruxelles abbiano permesso a Budapest di lanciarsi nella sperimentazione (disastrosa) della flat tax che tanto piace anche alla destra nostrana. Ma per ora siamo all’enunciazione di buone intenzioni. Bisognerà vedere che cosa ne uscirebbe quando si dovesse arrivare al dunque, considerando che per queste decisioni è comunque necessaria l’unanimità.

Pare del tutto evidente la pochezza degli obiettivi di spesa e d’altronde essa è dimensionata sulla poca consistenza delle entrate. Ma una buona “programmazione centralizzata dell’economia” consentirebbe ben altri interventi. Se il bilancio europeo venisse dedicato a politiche industriali europee, a politiche sociali europee, a politiche del lavoro europee, a politiche giovanili europee, a investimenti europei nelle reti e nelle grandi infrastrutture e se avesse una sua consistenza. Se la Banca europea degli Investimenti, con il suo capitale versato di quasi 200 miliardi, venisse richiamata ai suoi compiti originari, di ente finanziatore in aiuto dello sviluppo dove ce n’è bisogno e si smettesse di pretendere che funzioni con la logica delle banche private, potremmo finalmente smettere di sentire le lamentele sulla triste constatazione che non ci sono i soldi. I soldi in Europa ci sono. Questa è la parte del mondo che, insieme con gli Stati Uniti, ha la maggiore ricchezza privata.