Ricchi sempre più ricchi, lo sviluppo impossibile

Le diverse ricerche sulle disuguaglianze che si succedono ormai periodicamente, come quella resa pubblica da Oxfam International, sono tutte concordi nell’evidenziare l’accentuarsi del fenomeno, quali che siano i parametri presi a riferimento. Nel dibattito pubblico gran parte degli esperti tendono a sottolineare che la crescita delle disuguaglianze sia un fatto deleterio per lo sviluppo quali-quantitativo, globale e nazionale.

Non è un fatto di poco conto perché, implicitamente, questa considerazione smentisce l’ideologia neoliberista che ha condizionato le scelte di politica economica e sociale. Ideologia che ben si riassume nel cartello mostrato dalla premier britannica Margaret Thatcher nella campagna elettorale del 1983, “Lasciate che i ricchi si arricchiscano”; continuavano i teorici del neoliberismo “perché sempre più briciole cadranno dalla tavola imbandita dei ricchi, così che anche i poveri potranno sfamarsi”. Una ideologia che ha clamorosamente mancato le proprie promesse, producendo la più devastante e persistente crisi finanziaria ed economica dell’ultimo secolo; durante la quale i più si sono impoveriti e i pochi si sono arricchiti. Questo è il senso di tutte le ricerche sull’argomento.
Ma vale la pena approfondire il discorso per comprendere meglio perché e a danno di cosa sia avvenuta questa polarizzazione della ricchezza e cosa è possibile fare per invertire la tendenza. Per questo ci è particolarmente utile il recente World Inequality Report, coordinato da alcuni dei maggiori esperti sull’argomento (F.Alvaredo, T.Piketty, E.Saez, G.Zucman, L.Chancel), che si segnala per il rigore del metodo scientifico e l’utilizzo di una base dati enorme e molto ben organizzata.

Anche questo Rapporto, come quello di Oxfam, ci dice che la diseguaglianza di reddito è cresciuta ovunque nel mondo, ma in alcune aree in modo più intenso che in altre: se in Europa il 10% della popolazione più ricca accumula il 37% della ricchezza, in Cina lo stesso gruppo detiene il 41% della ricchezza, in Russia il 46%, in Brasile e in India il 55% e nel Medio Oriente il 61%. Fra il 1980 e il 2016 la traiettoria seguita da Cina, India e Russia è stata particolarmente veloce e ripida. Ma fra Europa e Stati Uniti, che nel 1980 avevano un livello di diseguaglianza paragonabile (l’1% più ricco della popolazione possedeva fra il 10 e il 15% della ricchezza e il 50% più povero ne possedeva fra il 21 e il 24%), le cose sono andate in modo molto diverso, per cui nel 2016 negli Stati Uniti il 10% più ricco possiede oltre il 20% della ricchezza e il 50% appena il 13%, mentre in Europa i più ricchi arrivano al 12% della ricchezza e i più poveri al 22%.

L’accentuarsi della diseguaglianza negli USA è dovuto in larga parte alle crescenti diseguaglianze educative, combinate con un sistema fiscale che è cresciuto in modo meno progressivo nonostante la crescita dei redditi da lavoro negli anni ’80 e dei redditi da capitale negli anni 2000. All’opposto in Europa il declino della progressività nel sistema fiscale è stato meno virulento e la disuguaglianza dei salari è stata temperata da costi del sistema educativo e di welfare più favorevoli alle famiglie a basso o medio reddito. Questi dati ci indicano che il ruolo dello Stato non è marginale nelle dinamiche economiche. Ma il problema è che le leve economiche a disposizione del pubblico sono fortemente diminuite negli stessi anni, come spiega il Rapporto. Infatti dal 1970 ad oggi si è assistito nel mondo a un enorme trasferimento di quote di ricchezza dal pubblico ai privati.

Il rapporto tra ricchezza privata netta e reddito nazionale netto ci fa capire il valore totale della ricchezza a disposizione degli individui in un paese, comparato con la ricchezza pubblica detenuta dal governo. Lo squilibrio si è accentuato in tutti i paesi: la ricchezza privata netta è cresciuta dal 200-350% del reddito nazionale nei paesi sviluppati nel 1970 al 400-700% di oggi. E la tendenza non è stata influenzata dalla crisi del 2008 o dalle varie bolle dei prezzi osservata in vari paesi (come Giappone e Spagna). Cina e Russia sono stati campioni di questo trasferimento di ricchezza dalle mani pubbliche a quelle private, ma il fenomeno è osservabile ovunque. Di contro, la ricchezza pubblica (cioè i beni pubblici meno il debito pubblico), si è drasticamente ridotta a partire dal 1980: in Cina e Russia dal 60-70% al 20-30%. Più di recente è diventata negativa in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna e rasenta lo zero in Giappone, Germania e Francia. Questo fatto limita le possibilità dei governi di regolare l’economia, di redistribuire i redditi e di mitigare la crescente disuguaglianza.


Il World Inequality Report simula l’andamento delle disuguaglianza al 2050 in diversi scenari. Quello del “business as usual”, dominato cioè dal proseguimento delle politiche degli ultimi decenni, ci presenta una ulteriore concentrazione di ricchezza: l’1% più ricco della combinazione degli andamenti di Cina, USA e Europa aumenterà il possesso di ricchezza globale dal 28% al 33%, mentre il 75% più povero rimarrà con il 10%. Lo 0,1% più ricco della popolazione arriverà a detenere tanta ricchezza quanto quella della classe media, cioè circa il 25%. Altri scenari indicano un divaricarsi maggiore fra l’1% più ricco e il 50% più povero qualora il mondo seguisse il trend della diseguaglianza seguito dagli USA nel periodo 1980-2016 (28% contro 7% della ricchezza). Il divario si riduce se ciascun paese seguirà il proprio trend di diseguaglianza nello stesso periodo (25% contro 9%); ancora meglio seguendo il trend europeo (19% contro 13%). Sempre usando questi tre scenari si nota come l’evoluzione della disuguaglianza pesi sullo sradicamento della povertà globale, che nello scenario USA guided porta il reddito del 50% più povero della popolazione dai € 3.100 odierni ai € 4.500 del 2050; quello dell’andamento proprio di ogni paese a € 6.300; mentre il trend europeo arriva a € 9.100.


Una cosa è certa: per combattere la disuguaglianza occorrono cambiamenti sostanziali nella politiche fiscali nazionali e globali. Facilitare l’accesso alla formazione, la progressività fiscale, politiche salariali più eque sono insieme le chiavi per ridurre le disuguaglianze e favorire un più equilibrato sviluppo. Il Rapporto propone di creare un registro finanziario globale utilizzabile dalle autorità nazionali contro le frodi fiscali, concentrate nei paradisi fiscali. Oggi, in questi luoghi ameni e opachi, si trova il 10% del PIL globale. Da secoli esistono registri sulla consistenza di proprietà terriere e immobiliari, ma oggi gran parte della ricchezza si manifesta in termini finanziari e non esiste un registro davvero attendibile di tali proprietà, sia per i paradisi fiscali, che per le caratteristiche intrinseche della finanza (high frequency trading).
Vi è dunque un certo consenso intorno alla negatività della disuguaglianza, come anche sui punti su cui intervenire, ma non altrettanto sulla volontà politica per farlo: questo sarebbe oggi il banco di prova su cui la politica dovrebbe tornare a trovare un senso, una utilità.