I partiti ignorano
i rischi dell’economia

Si avvia alla conclusione una campagna elettorale deludente, forse la peggiore nella storia dell’Italia repubblicana. La discutibile qualità di larga parte, non tutti per carità, della classe politica e il triste livello del confronto, tra insulti minacce e violenze, suscitano pesanti interrogativi sulla composizione del prossimo parlamento e sulla sua capacità di produrre una maggioranza solida e un governo stabile e autorevole. La classe politica sembra colpita da un’afasia quasi generalizzata che le impedisce di formulare proposte coraggiose e credibili sul futuro del Paese, non riesce a comunicare e a farsi ascoltare.

Il confronto politico, ostaggio di una “nuova legge elettorale che nasce già provvisoria” secondo la definizione del costituzionalista Stefano Ceccanti, è dominato da un vocabolario indecente, dalla rissa, dalla strumentalizzazione, dall’offesa personale diretta verso l’avversario politico. L’università di Urbino, utilizzando dati Ipsos, ha indicato al 74% l’indice di aggressività (toni pesanti e linguaggio insultante da parte di personaggi politici) e al 76% l’indice di falsità, cioè la diffusione di fake news percepita dai cittadini. Non è un caso, dunque, se la percentuale di astensione è stimata da tutti i sondaggi ben oltre il 30%.

In questo clima, forse coltivando l’illusione che la ripresa dell’economia sia forte e radicata e che i nostri problemi più gravi siano in fase di risoluzione, il mondo politico e più in generale la classe dirigente del Paese non hanno ancora colto e condiviso le minacce intrinseche al voto del 4 marzo e gli effetti di una possibile lunga fase di incertezza.
Il quotidiano inglese The Guardian ha diffuso, pochi giorni fa, un dossier sulle elezioni introducendo l’Italia con questa sintesi: “Con un debito pubblico di 2,3 trilioni d euro, pari al 135% del Pil e al 20% del debito totale dell’Eurozona, con un deficit persistente, un’economia stagnante, un sistema bancario scosso e un populismo dilagante nel sistema politico, l’Italia è un rischio non solo per se stessa ma anche per l’Unione Europea”.

Nonostante il miglioramento del Pil, i segni di dinamismo della nostra industria, l’interesse di grandi interessi internazionale a rilevare imprese tricolori (l’ultimo caso la vendita di Italo a un fondo Usa per 2 miliardi), l’Italia continua ad essere considerata instabile, un rischio futuro. La campagna elettorale sfugge ai grandi temi, ai problemi strutturali, profondi del Paese, prevalgono la propaganda e gli slogan. Abbiamo perso gli anni migliori, quelli con i tassi di interesse “a zero”, e non siamo riusciti ad abbattere il debito pubblico. Ora in Europa si lavora per preparare il dopo Draghi alla Bce, si va verso l’esaurimento del quantitative easing (l’acquisto di titoli del debito pubblico) che ci ha consentito di risparmiare centinaia di miliardi di euro. E dopo cosa faremo? Silenzio. E se il 5 marzo davanti a un risultato elettorale incerto e confuso ripartisse lo spread tra Btp e Bund, cosa succederebbe? Le promesse dei partiti con giganteschi impegni di spesa senza copertura affidabili non aiutano a renderci credibili. Né vale la giustificazione, a volte adottata anche a sinistra, che la responsabilità è dell’Europa e dei suoi capricci. Sarà utile ricordare che tutte le misure e regole europee, dai vincoli di bilancio al bail-in per i salvataggi bancari, sono stati approvati dai governi italiani che si sono succeduti. Nessuno si è alzato in piedi e ha voltato le spalle.

Così in prossimità del voto investitori speculativi, che muovono miliardi sul pianeta come se fossero noccioline senza controlli e limiti, hanno iniziato a scommettere pesantemente contro l’Italia. O meglio hanno assunto posizioni “al ribasso” convinti che dopo il voto il nostro Paese vivrà una lunga fase di instabilità: niente maggioranza in Parlamento, governo debole, conti pubblici fuori controllo.
Bridgewater ha puntato quasi 3 miliardi di euro contro le migliori società quotate in piazza Affari convinto che sono destinate a scendere. Altri due fondi speculativi, Aqr e Marshall Wace, si sono allineati sul fronte ribassista puntando altri miliardi. Ma non sono i soli. La quota di vendite “allo scoperto” avrebbe raggiunto un valore di circa 14 miliardi di euro.
Ora possiamo auspicare con tutte le nostre forze che questi speculatori possano perdere le loro scommesse, affogare nei loro miliardi e che l’Italia si presenti solida, stabile e credibile dopo il 4 marzo. La campagna elettorale, però, non ha offerto grandi speranze e il nostro Paese, purtroppo, non è ancora guarito.