La verità sul Jobs Act:
più precariato

Ogni mese quando arrivano le statistiche sul mercato del lavoro scoppia inevitabile la polemica tra i sostenitori del Jobs Act e lo schieramento dei critici, tra chi vede nelle cifre la creazione del milione di posti di lavoro e chi denuncia, invece, la drammatica condizione di vita di giovani, donne e disoccupati.

Mentre il progetto Jobs Act si avvia a chiudere il primo triennio di vita, forse si può utilizzare qualche dato certo per cercare di capire la dinamica del nostro mercato del lavoro.

Qualsiasi considerazione sul Jobs Act e sui suoi effetti dovrebbe tener conto preliminarmente delle condizioni economiche del Paese. Nei tre anni di attività del Jobs Act (2015, 2016, 2017) la crescita del Pil è stata in media attorno all’1% annuo e solo quest’anno si arriverà all’1,4-1,5%. E’ una crescita ancora debole, troppo debole per alimentare un boom occupazionale, che resta anche nel 2017 ben al di sotto la media europea (più 2,2%).

Al momento della discussione e del varo del Jobs Act (2014) il tasso di disoccupazione era del 13%, quello giovanile del 43%; alla fine del primo anno i livelli erano rispettivamente scesi all’11,5% e al 39%; nel 2016 erano del 12% e del 39,4%. Gli ultimi dati 2017 indicano un tasso di disoccupazione generale dell’11,2% e giovanile del 34,2%.

L’effetto principale sul mercato del lavoro e sulla creazione di occupazione è stato indotto dall’”esonero contributivo triennale” (citazione: Tito Boeri) inserito nella legge di Stabilità. Le imprese hanno ricevuto un bel regalo e hanno risparmiato 8060 euro per tre anni per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato nel 2015, e 3250 euro dall’anno successivo per 24 mesi. Il maggior effetto sui nuovi occupati è stato registrato negli ultimi mesi del 2015 quando le imprese hanno accelerato le assunzioni per godere pienamente dei benefici fiscali. A fine 2017, quando si esaurirà il piano triennale di decontribuzione per le imprese (forse rinnovato in altre dimensioni con la nuova legge di Stabilità), sarà interessante verificare quanto è costato alla casse dello Stato l’esonero contributivo. Attorno ai 20 miliardi di euro è una cifra plausibile, indicata da più di una fonte sindacale e politica. D’altra parte il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, quest’estate ha chiesto un piano di decontribuzione di 20 miliardi di euro per creare 900mila posti di lavoro in tre anni.

La decontribuzione a favore delle imprese ha avuto un effetto determinante sul Jobs Act nel primo anno (fonte Inps), cioè nel 2015 quando sono stati creati 934mila contratti a tempo indeterminato mentre nel 2016 il numero è crollato a 82.917. Diminuito il regalo, le imprese hanno ripreso le vecchie abitudini.
Il Jobs Act, inoltre, aveva come filosofia ispiratrice, e anche come slogan politico, la cancellazione dei contratti precari. In effetti nel primo anno abbiamo assistito alla crescita dei nuovi occupati attraverso la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato per usufruire dei vantaggi fiscali. Il fenomeno si è sgonfiato velocemente e i dati (primo trimestre 2017) indicano la creazione di 322mila posti, ma solo 17mila sono a tempo indeterminato. Un’analisi dell’Inps (giugno 2017) indica che su 100 rapporti di lavoro creati solo il 20% risulta stabile.

L’aumento del numero di occupati in Italia ha avuto un effetto sensibile sul tasso di occupazione che è migliorato con una certa costanza in questo triennio, pur tra alti e bassi. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è del 61,6% in Italia nel 2016 (Fonte: Istat) ma è un dato ancora lontano dalla media europea (70%), resta ben al di sotto di Svezia (80,5%), Germania (78%) e Francia (69,5%). Restiamo agli ultimi posti in Europa, solo la Grecia è dietro di noi (54,9%). Anche in questo caso le donne in Italia sono le più penalizzate: mentre l’occupazione maschile è nella media europea (70,6%), il tasso di occupazione femminile è deludente (51,6%).

Ci sono ancora due fenomeni, di solito poco trattati sui giornali dagli esperti di varia natura, che meritano di essere segnalati a chi volesse dare un giudizio sul Jobs Act.

Il primo: un aspetto importante e poco valorizzato (fonte: Relazione Inps sul mercato del lavoro) è che con il Jobs Act quattro nuovi assunti su dieci hanno un contratto part-time. Le imprese, dunque, non solo hanno ridotto i costi grazie al vantaggio della decontribuzione, ma hanno abbassato ulteriormente il costo del lavoro agendo sugli orari. Inoltre la parte più attiva del mercato del lavoro non è stata quella dei giovani, bensì la fascia degli over 50. Qui le analisi sono diverse. Chi si avvicina o si allontana dalla pensione, tutti vittime della professoressa Fornero, resta in azienda, mantiene il lavoro, e ci sono imprese che cercano pure gli ultracinquantenni per la loro esperienza professionale o perché sanno che comunque il rapporto durerà pochi anni.

Il secondo: la cancellazione dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, un atto di alto valore politico e simbolico per la storia di questo Paese e della sinistra anche se a nessuno interessa più, non ha prodotto particolari effetti positivi sulla creazione di nuovi posti di lavoro e ha portato, invece, qualche novità sui licenziamenti disciplinari. Nel 2016 sono cresciuti del 28% rispetto all’anno precedente (da 36.048 a 46.255). Bisognerà valutare a fine anno, alla fine del primo triennio del Jobs Act, quali saranno i dati sicuri dei licenziamenti disciplinari. Al momento si può ipotizzare che questo fenomeno deriverebbe da un abuso della legge e non da un’esplosione incontrollata di contrasti nelle aziende, da scioperi selvaggi, vertenze irresponsabili o altro. Il dato sarebbe la cartina di tornasole del deterioramente del clima sociale sui luoghi di lavoro: forse qualche imprenditore, o padrone, ha deciso di regolare qualche conto con la copertura della legge.