I non lettori, tema
da campagna elettorale

Sul finire del 2017 l’Istat ha fotografato lo stato della lettura e dei lettori nel nostro paese. I dati confermano che l’Italia è un paese soprattutto di non lettori che accrescono sempre più la loro già nutrita pattuglia. Circa il 60 per cento della popolazione è fatta di persone che non hanno letto neppure un libro nel corso di un anno. Unici a resistere sono i ragazzi sino ai 14 anni dove il segno è positivo. I piccoli lettori crescono stabilmente.

Serve, allora, porsi un quesito. Perché a un certo punto si smette di leggere e anzi, chi era un buon lettore diventa un non lettore?

La domanda se l’è posta anche Ermanno Detti, scrittore, studioso, direttore della rivista di letture e letteratura per ragazzi Il Pepeverde, in un convegno a Torino sul finire del 2017. A trent’anni dalla pubblicazione del suo libro Il piacere di leggere, Detti si interroga su cosa è cambiato da allora nella produzione e nella fruizione dei libri per ragazzi.
Innanzitutto, sostiene Detti, a fronte di una notevole quantità di storie pubblicate manca l’eccellenza e anche là dove esiste, è difficile da scovare e riconoscere perché il mercato editoriale è fatto di promozioni e mass marketing tarati sulla qualità media, su ciò che va bene a tutti ed è di facile consumo. Il resto lo fa la velocità con cui ogni prodotto editoriale viene prodotto, consumato e dimenticato. Un anno è la vita medio-lunga delle storie di carta.

Eppure leggere è importante. Ce lo dicono anche le neuroscienze. La lettura, o meglio le buone letture, modificano il cervello, danno più benzina al linguaggio e più strumenti per risolvere situazioni complesse, soprattutto regalano l’empatia. Si legga Alberto Oliverio Neuropedagogia. Il cervello che impara (Giunti).

Cosa succede dunque nel nostro paese? Succede che la cultura e le istituzioni preposte alla promozione della lettura sono distribuite a macchia di leopardo, forti o quasi al Nord e assenti o quasi al Sud. Le biblioteche scolastiche sono realtà traballanti. Soprattutto, sostiene Detti, non si è riusciti a trasformare la lettura in un piacere, in qualcosa che con gli anni non si vuol abbandonare e che, anzi, si ricerca sempre più. Il monito è alle agenzie educative, alla scuola, agli insegnanti ma anche a quel collante che si è perso tra scuola e famiglia. Resta la domanda. Perché in Italia le cose vanno diversamente che in altri paesi europei? Un quesito che interpella la politica e le politiche culturali ed educative del nostro paese. Un bel tema per la prossima campagna elettorale.