Il referendum
tra sì, no e la fuga

Mentre il presidente Maroni garantisce ai suoi concittadini che votando sì la Lombardia farà passi da gigante (vedi l’intervista di sabato scorso alla Stampa) e quattrini a palate pioveranno nelle casse regionali, i suoi avversari e in particolare i suoi avversari di sinistra o di centrosinistra continuano a oscillare tra il no risoluto, il sì per non lasciargli l’esclusiva della battaglia autonomista e l’invito alla castagnata, variante autunnale del craxiano “tutti al mare”, la scelta più plausibile degli ignari lombardi che poco o nulla sanno del referendum. E’ vero che Barcellona ha ridato fiato alle trombe indipendentiste di Pontida e il Corriere non ha mancato di rievocare la discesa dal Monviso a Venezia del “fondatore” Umberto Bossi con l’ampolla dell’acqua sacra del Po da versare in Adriatico e che lo stesso giornale di via Solferino, conti economici alla mano, ha rinvigorito il mito della Padania, ricca, felice, europea… senza la palla al piede di quegli altri due terzi di terra italiana. E’ vero che manca una decina di giorni allo storico evento (22 ottobre) e che quindi ci sarà tempo per informare e informarsi. Ma qui siamo a Milano, sotto la Madonnina e lontani dalla Sagrada Famiglia di Gaudì, e l’indifferenza sembra maggioritaria e sarà difficile smontarla e rianimarla in partecipazione attiva. Anche perché, informandosi davvero, si potrebbe facilmente capire che le cose non funzionano come racconta Maroni: il sì al referendum non elargirà oro e potere, ma soltanto la facoltà di “richiedere allo Stato ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Nel rispetto della Costituzione. Insomma i cittadini lombardi scegliendo il sì semplicemente autorizzerebbero il presidente regionale a intavolare, come prevede da tempo la legge (una legge di quindici anni fa), una trattativa per ottenere dallo Stato ulteriori competenze. Come lo stesso presidente regionale avrebbe sempre potuto fare, senza scomodare i suoi concittadini per una consultazione che non chiede neppure il quorum, tanto è ininfluente se non fasulla. Quorum che invece viene preteso in Veneto: la questione è sempre la stessa, ma almeno lì sono più seri.

A che cosa serva questo referendum, se non a sperperare qualche decina di milioni (quaranta secondo l’ammissione dello stesso Maroni, ma la democrazia non ha prezzo, come ben si sa) e a rilanciare l’opaca presidenza leghista, non si comprende. Di sicuro serve a dividere quanto è già diviso, cioè il fronte politico italiano, da destra a sinistra. Cominciamo da destra con l’impennata della Meloni, confortata da La Russa, che accusa Maroni di far propaganda, annunciando che se vivesse a Milano non andrebbe a votare, mentre la compagna di partito e assessore regionale in Lombardia, Viviana Beccalossi, fa sapere che si schiera per il sì, spiegando che nazionalismo e principi federalisti possono convivere. Proprio così… I Cinquestelle sono ufficialmente per il sì, la base non è tanto d’accordo.

Il segretario regionale del Pd, Alfieri, guarda altrove, indicando l’esempio emiliano: lì la spinta a rinegoziare le competenze con Roma viene semplicemente da un voto del consiglio regionale (contrari Fratelli d’Italia e pure la Lega). Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, probabile candidato alla presidenza regionale per il Pd, si schiera per il sì, per non lasciare il tema dell’autonomia in mano alla Lega. Come il sindaco di Milano, Sala. Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro e ora bersaniano in Regione, accusa Gori di impedire così qualsiasi processo unitario. Il capogruppo del Pd, in consiglio regionale, Brambilla, preferisce l’astensione… Pisapia giudica il referendum una truffa, un inganno ordito da Maroni per recuperare terreno dopo tante promesse a vuoto (in campagna elettorale aveva assicurato che con lui al governo la Lombardia avrebbe recuperato il 75 per cento delle tasse versate). Riassunto concluso, tante teste, tante sentenze…

Grazie alla sua gioviale spensieratezza, la politica italiana non teme il grottesco… Inscenando il teatrino referendario mette a nudo la sua povertà: la propaganda da una parte, la subalternità dall’altra (nei confronti di Maroni). Invece di mettere in campo una seria riflessione sull’istituto regionale e sulla sua monumentale burocrazia, alimentata in Lombardia dal clientelismo e dal familismo strategici di Formigoni prima (con Comunione e liberazione) e del suo successore, ci si ripara chiamando in causa il consenso popolare, giungendo a evocare la Catalogna o la secessione vecchia maniera del dimenticato Bossi.

Per mia consolazione, percorrendo le strade tra i paesi al’interno del triangolo Milano-Como-Lecco, non ho visto un solo manifesto che ricordasse il citato referendum. Purtroppo rientrando a Milano ne ho visto, quasi davanti a casa, uno gigantesco, la dove prima campeggiava il richiamo alla fede nerazzurra e al relativo abbonamento. Manifesto bianco e verde, con tanto di simbolo regionale: propaganda anche questa, sotto sembianze istituzionali, cioè a spese della comunità. Manifesto riprodotto in dimensioni opportune e autoadesivo per le fiancate dei taxi.

Il 22 ottobre se votassi no potrei sembrare quello che boicotta giuste istanze d’autonomia, ma se votassi sì darei solo un aiutino al pessimo Maroni. Andrò in montagna.