Gli enormi danni
della politica
degli annunci

Chi digita su Google ‘politica degli annunci’ ottiene per l’Italia contemporanea 41 milioni di risultati.
Se la tendenza riguardasse solo i tempi delle campagne elettorali sarebbe fisiologica. Se si dilatasse all’intero arco di una legislatura diventerebbe patologica. Se durasse decenni sarebbe tragica. Sotto il vestito niente, alla lunga si prende la polmonite.


Si comincia con Berlusconi, le sue scrivanie, i suoi contratti, le sue promesse mirabolanti infrante sullo spread. Si prosegue con le slides di Renzi il rottamatore, il nostro Blair schiantato sul referendum.
Ora siamo ad una fase di apoteosi accelerata, con i tweet e i selfie dei gialloverdi che ogni giorno si scatenano sui social e nei talk show con i loro proclami senza contraddittorio. Con le sortite di avanscoperta, i ballon d’essai sui like, che non testano la fattibilità di una decisione ma il suo potenziale gradimento. Con mosse azzardate seguite da impotenti retromarce.
Non sono solo parole: o meglio, sono parole che producono fatti. E’ un marketing spregiudicato che ha conseguenze, poiché la forma della comunicazione – in politica più che altrove – diventa sostanza.
Non c’è bisogno di essere gufi rosiconi per capire che tutto ciò produce forti rischi.
La finanziaria non c’è ancora, nessuna decisione è stata presa, ma i suoi esiti li stiamo vivendo giorno per giorno. Nessun italiano povero ha ancora incassato un solo euro ma gli italiani che risparmiano, che possiedono titoli di Stato o che chiedono un prestito alle banche, hanno già subìto perdite pesanti.


Una forza che sta al governo, per quanto neofita (ma la Lega non lo è affatto) non può non sapere che la credibilità di un Paese è materia prima.
L’economia è fatta di aspettative, così come la politica. Non aspettarsi che gli investitori e le istituzioni internazionali prendano le proprie misure in base agli annunci e cerchino di pararsi le spalle prima che sia troppo tardi, è un comportamento o incosciente o criminale.
La logica vorrebbe dire “verificheremo nel momento in cui avremo dei risultati, e i risultati non si ottengono in qualche settimana”, ma la realtà dice altro, le reazioni umane dicono altro, la storia dice altro, e chi ha fatto della propaganda la propria cifra non può non saperlo.
Gli slogan sono per loro natura immediati, l’azione è per forza graduale. Il cortocircuito temporale è un boomerang per chi lo lancia.