I grandi classici come guida
nella vita degli altri

È in libreria da qualche giorno il nuovo libro di Paolo Di Paolo, “Vite che sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie” (Laterza). Lo scrittore propone un viaggio per tappe tra grandi classici, da Dickens a Tolstoj, da Charlotte Brontë a Camus, e autori contemporanei, legando ogni libro a un appuntamento speciale della vita. Anticipiamo un brano.

Pensateci. Pensate a questo preciso istante con tutta la concentrazione di cui siete capaci. State leggendo un libro, sì. Avete ritagliato un’ora per farlo. Ma c’è qualcosa che preme – una scadenza? Una preoccupazione? E qualcosa che, dal passato, si è rifatta viva qualche ora fa. E le persone che oggi avete incontrato, ascoltato al telefono – la loro vita, il loro imprevedibile agitarsi. E poi la città, o la natura, fuori, che non è un fondale, ma respira, avvolge, determina. Mettete insieme tutto questo – nella sua meraviglia, nella sua minaccia –, tendete l’orecchio: il fruscio del tempo che passa. È passato, sta passando. Continuerà a passare, anche senza di noi – ma in un qualche modo, pensa Clarissa Dalloway, per le strade di Londra, «nel flusso e riflusso di tutte le cose», qualcosa sarebbe sopravvissuta, restando parte degli alberi, della gente mai incontrata… Ecco, provate a immaginare come si fa a restituire su carta questo groviglio di sentimenti, ogni loro tonalità: Virginia Woolf, nelle pagine della Signora Dalloway, trova un linguaggio per fissare questo movimento di pensieri e stati d’animo senza raggelarlo, per riprodurre gli «strati della mente», per sfidare il mistero, non del cuore umano, come avrebbe detto un romantico, ma del sistema nervoso, del cervello. Il mondo è nella testa.

Amo un cartello su cui è scritto «Macondo», e un altro più grande, nella strada centrale, che dice «Dio esiste». Un uomo di no- me Buendía – nel romanzo Cent’anni di solitudine– che «con uno stecco inchiostrato» segna ogni cosa col suo nome: «tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola». E alla rinfusa, dappertutto nelle pagine di Gabriel García Márquez: una donna che «si dissangua di pianto» in un giardino sotto la pioggia, certe piogge interminabili, che durano interi lunedì e fanno perdere la nozione del tempo, oppure crepitano sottilmente contro le reti di ferro delle finestre. Un ombrello da pagliaccio di circo «che ora serve soltanto per contare le stelle» e l’attesa eterna e disperante di chi aspetta la posta quando non arriva. Una selva di odori, a folate, come raffiche di musica: rum canforato nella stanza di un nonno, odore di carte da gioco nuove, nella stanza materna, odore di catrame e palline di naftalina, di biancheria e finestre chiuse, odore di gelsomini che c’erano fino a nove anni fa. L’odore delle mandorle amare. Una donna che scrive sui muri di un sogno «occhi di cane azzurro»; una donna vera che scrive lettere d’amore fingendo di prendere appunti durante le lezioni e mette nelle buste «foglie disseccate nei dizionari, ali di farfalla, piume di uccelli magici». Una folla di orefici, zingari, giocattoli, uccelli, colonnelli, gente che aspetta, aspetta – e quest’attesa è la vita.

Amo la lezione di scuola culinaria, sapore e arte di dona Flor, in Dona Flor e i suoi due mariti di Jorge Amado: stufato di granchi molli. E quell’appassionata difesa della cipolla da chi la considera puzzolente: «che ne sanno di aromi puri? A Vadinho piaceva mangiare la cipolla cruda, e il suo bacio sapeva di fuoco». Il giorno della sepoltura di Vadinho la città si solleva in aria, e gli orologi segnano allo stesso tempo mezzogiorno e mezzanotte. È la guerra degli spiriti. «Lo scontro avvenne sul crocicchio dell’ultimo cammino, ai confini del nulla».

Amo il momento doloroso in cui Paul Auster, nelle pagine iniziali dell’Invenzione della solitudine, apre l’armadio della camera da letto di suo padre, morto da poco, e trova centinaia di foto «ammucchiate in buste scolorite di carta grezza, attaccate alle nere pagine di album incurvati, sparse in disordine nei cassetti. Dal modo di conservarle ho dedotto che non le guardava mai». E quell’album molto grande, in pelle, con il titolo dorato in copertina: «Questa è la nostra vita: Gli Auster». Il narratore lo apre, ma è completamente vuoto.