I “giovani, i “vecchi” e la didattica a distanza… ma chi si deve aggiornare?

Tutti parlano di didattica a distanza (DAD: permettetemi di non usare questo acronimo, che mi fa venire il latte alle ginocchia). Troppi? Be’, è più che legittimo che ne parlino i diretti interessati: gli studenti e i docenti, e anche gli esperti di didattica e di comunicazione. Ma il discorso sui media è gestito soprattutto da persone che con la didattica (a distanza o in presenza) non hanno nessun rapporto, o se ne hanno uno è indiretto, per sentito dire. In ogni caso, è facile che ogni discorso sulla didattica sia influenzato dai luoghi comuni che incrostano la nostra competenza su temi strettamente intrecciati con la didattica: i rapporti tra le generazioni, la conoscenza della tecnica, le funzioni e le modalità dell’insegnamento e dell’apprendimento.

L’esperienza di un professore

didattica a distanzaMi occupo di didattica, anche se da diversi lustri, in un campo molto specifico, quello della musica (la sua storia, la sua economia, la sua analisi), e insegno a ragazzi e ragazze grosso modo fra i venti e i venticinque anni, all’università e al conservatorio: quindi ho poco da commentare (se non, anche nel mio caso, per sentito dire) sulla didattica nella scuola dell’obbligo e alle superiori. Ma su alcuni argomenti, che magari interessano anche altre età e altri tipi di scuola, credo di avere una certa esperienza, che vorrei mettere a disposizione di chi mi legge.

La tecnologia è sempre giovane?

Primo e fondamentale luogo comune: “i giovani se ne intendono di tecnologia”. Mah. I giovani che ho conosciuto negli ultimi vent’anni se ne intendono di tecnologia – si sottintende: di informatica, perché su altre discipline nessuno osa aprir bocca – tanto quanto un automobilista medio se ne intende di motori. Sanno usare uno smartphone e le applicazioni (quelle che a loro interessano) che girano su uno smartphone; certamente sanno anche usare (non tutti) una console per videogiochi.

tecnologiaQuando si passa a un Pc o a un Mac le cose si complicano: certo su Google, YouTube e Wikipedia sanno andare tutti, e Skype e Zoom hanno pochi misteri, ma anche senza passare a cose più specialistiche – come il funzionamento delle reti, l’architettura di un sistema di directories, il funzionamento di un microprocessore, o addirittura la programmazione (Python? C++? Java? xml?: cosa saranno mai?) – basta vedere come studenti e studentesse usano Word o Excel, anche sulle soglie della laurea o del dottorato, per mettersi le mani nei capelli (be’, basterebbe anche vedere in che italiano scrivono). “Database” è una parolina cool, che di solito si spende nei progetti (anche in quelli pomposi degli accademici), ma di studenti ventenni che sappiano “mettere su” un database ne ho trovati pochissimi.

Errore di prospettiva storica

Corollario del primo luogo comune: i docenti, in quanto “vecchi”, non capiscono niente di tecnologia. Qui, anche e soprattutto da parte dei giornalisti che fanno propria e amplificano questa credenza, c’è un errore di prospettiva storica, che sarebbe facilissimo da correggere. Il primo Pc e il primo Mac risalgono all’inizio degli anni Ottanta (l’IBM al 1981, il Mac al 1984). A quell’epoca, e già da un po’, c’era il boom degli home computer.

computerNell’arco del decennio furono sempre di più quelli che iniziarono a scrivere con un word processor (WordStar, Apple Write), a fare calcoli con i fogli elettronici (Lotus 1-2-3, qualcuno se lo ricorda?), a impaginare riviste, a usare applicazioni grafiche, perfino a programmare (in Basic, in Pascal). Nel decennio successivo il web ha una crescita esponenziale, gli utenti collegati si familiarizzano con la posta elettronica e i motori di ricerca.

Per un ventennio, per ragioni culturali ed economiche, i computer e i relativi programmi (si diceva così, non “app”) viaggiano con manuali corposi, ciascuno dei quali offre informazioni a volte fin troppo dettagliate sul funzionamento. Che età avevano, diciamo a metà degli anni Novanta, gli utenti di quei computer e di quei programmi? Diciamo fra i venti e i trent’anni? Magari qualcuno di più? Oggi ne hanno fra i quarantacinque e i sessanta.

I vecchi usano computer e tecnologie

Conosco un settantenne che ha cominciato a programmare in FORTRAN all’università nel 1970, che nel 1984 pubblicava programmi in assembly per il chip 6502, che nel 1988 partecipava alle conferenze di presentazione di un nuovo microprocessore chiamato ARM (cos’è?). Insomma, presumere che un ultraquarantenne, per il solo fatto di essere “vecchio”, sia digiuno di tecnologia, è davvero una stupidaggine, tanto quanto presumere che uno nato prima della Seconda Guerra Mondiale non sappia cosa sia il rock’n’roll (Chuck Berry è nato nel 1926, Elvis Presley nel 1935, John Lennon nel 1940).

Federico Faggin, il progettista del primo microprocessore commerciale, oggi ha settantanove anni, Steve Wozniak (co-fondatore della Apple) ne ha settanta, Bill Gates ha cinquantacinque anni, così come Tim Berners-Lee (l’inventore del World Wide Web), e Steve Jobs ne avrebbe altrettanti. Ma, certo, parliamo di competenze di massa, non di inventori geniali. Sicuramente non possiamo presumere che tutti i docenti di oggi (italiani) abbiano conoscenze approfondite di informatica: alcuni ne sanno di più, altri di meno, qualcuno magari è riuscito ad arrivare a oggi senza aver mai maneggiato un Pc. Be’, proprio come i ventenni. Che però, incoraggiati dall’onnipresente letteratura sulla “Generazione Z”, spesso a lezione si comportano come se avessero la scienza infusa.

Il computer amplificatore di intelligenza

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Foto di Martinelle da Pixabay

Vero è che un computer è soltanto (se va bene) un amplificatore di intelligenza, e quindi se l’intelligenza che ci si mette dentro – nella didattica – è zero o prossima allo zero, tale sarà anche quella che ne risulta in uscita. “Garbage in, garbage out” (GIGO), come si dice nel gergo dei programmatori.

Ma qui arriviamo al secondo, potente, luogo comune: quello che la didattica a distanza sia di per sé inutile o nociva. Lo è se il docente, sotto qualunque aspetto, non è capace, ma è difficile (mi pare) che un docente “bravo” nelle lezioni in presenza sia un disastro a distanza. Chi insegna sa che ci sono delle difficoltà, che la mancanza di un contatto diretto (anche solo uno sguardo, un movimento nervoso o rilassato sul banco, un’espressione di assenso o dissenso) rende più difficile la comunicazione, non meno che in una telefonata rispetto a un incontro di persona.

Cosa accade in una classe

Ma chi insegna sa anche che ciò che accade durante una lezione a distanza è spesso soltanto un’altra versione di quello che accade in aula. Se uno studente si piazza in fondo all’aula, o si mette il cappuccio del suo hoodie (così non si vede se è attento o se invece sta consultando WhatsApp, o i suoi account di Instagram o Facebook), lo farà anche a distanza, più facilmente. Se agli esami scritti è abituato a copiare, proverà a farlo anche durante un orale online, e l’atteggiamento è esattamente lo stesso: quello di chi crede di farla franca pensando di non essere visto (cosa che avviene nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, perché chi non sta sulla cattedra pensa che quel “vecchio” o “vecchia” lì davanti abbia una specie di schermo che impedisce di guardare a pochi metri di distanza).

E se le università di tutto il mondo ammoniscono che il plagio è un reato grave, ciò non impedisce che negli esami scritti, o in tesi di laurea o di dottorato, compaiano frasi, paragrafi o interi capitoli copiati e incollati da altri testi trovati in rete: figurarsi se durante la didattica a distanza non ci sono quelli che ci provano.

Per non dire di quelli che accedono a una lezione a distanza all’inizio della lezione, lasciano aperto il loro account, se ne vanno (o fanno altro), e poi ritornano alla fine per chiuderlo. Ecco, a questo proposito mi sentirei di consigliare agli studenti che si lamentano della qualità della didattica a distanza di riservare un po’ della loro attenzione ai loro colleghi “furbi”, i cui comportamenti spesso danneggiano l’attività didattica nel suo complesso. Come vedrete, fra l’altro, in gran parte di quello che ho scritto finora ho usato “studenti” al maschile, e non solo per brevità: i maschi spesso eccellono rispetto alle femmine nelle attività di disturbo.

Le applicazioni a disposizione

tecnologiaPer concludere, vorrei anche spendere qualche parola sulla tecnologia “in sé”, e cioè sulle applicazioni che docenti e studenti sono costretti a usare per la didattica a distanza: Microsoft Teams, Google Meet, Skype, Zoom, Starleaf, e qualcun’altra. Sono tutte applicazioni nate per impieghi aziendali, o personali (Skype, in questo caso). Gli impedimenti alla didattica in presenza hanno provocato un boom degli utilizzi in campo scolastico e universitario, ma solo molto lentamente i produttori hanno adeguato il loro software alle esigenze dei docenti e degli studenti. Spesso, ad esempio, l’audio è pessimo.

Per sfruttare la modesta ampiezza di banda a disposizione, l’audio in uscita è compresso e ridotto a un solo canale (solo Zoom, pare, offre un’opzione stereo, che è difficile da impostare): e questo può andar bene per la riunione di un gruppo di marketing, ma molto meno bene in una lezione, specialmente se per gli studenti quella qualità audio è in competizione con quella (sia pure non eccelsa) di YouTube o di Spotify.

Non è sempre colpa dei docenti

Poi, quando si presenta lo schermo, le funzioni delle applicazioni che si vogliono mostrare vengono limitate: invece che vedere una serie di slides che fluiscono una dopo l’altra, con le loro animazioni, si guarda l’ambiente di editing, che è rudimentale. Mostrare un filmato è un problema: si vedrà a scatti.

Insomma, è inutile che ce la si prenda con i docenti che “non sanno rendere interessanti le loro lezioni” se si danno loro strumenti inadeguati, per di più con la pretesa che quelli forniti siano il massimo della modernità, e che quindi se le lezioni sono azzoppate è colpa dei docenti, che sono “vecchi” e non sanno usare la tecnologia.

Forse è qualcun altro che deve aggiornarsi, no?