I giovani e l’Europa
“Serve un’altra idea
per sentirsi uniti”

Quale è l’idea che hanno i giovani dell’Europa? Che cosa pensano che vada cambiato? E quali sono i temi centrali di un possibile nuovo europeismo che coinvolga i cittadini e sani quella frattura tra le istituzioni di Bruxelles e il popolo che ha segnato in modo negativo gli ultimi anni? Sono domande attuali.

Proviamo a cercare le risposte partendo da un piccolo centro. Si chiama Bagnara, è  un Comune di qualche migliaio di anime al confine tra Bologna e Ravenna. Un Comune che da diverse tornate amministrative non è più rosso, come non è più rossa la vicina Imola – in questo caso solo da pochi mesi. Qui c’è un circolo del Pd con una grande sala, che si chiama sala Mandela dai tempi in cui il futuro leader sudafricano ancora era incarcerato. E’ un altro mondo quello di Bagnara, dove convivono sui tavoli le bandiere del Partito Comunista e quelle che rappresentano le diverse tappe dell’evoluzione di quel partito, fino al Partito Democratico. Qui non si fa più da diversi anni la Festa dell’Unità: pochi sono i volontari, poco è l’entusiasmo, soprattutto negli anni dell’affermazione della lista civica di Centrodestra.

Oggi, con un nuovo segretario dem, a Bagnara si cerca di aprire una stagione di nuove sfide: è la richiesta di aggregazione attorno a identità diverse da quelle dell’attuale governo Lega/M5s a far tornare la passione e a riportare molti a impegnarsi. Tra nemmeno due mesi ci sarà la prima prova importante: le elezioni Europee.

Questa volta ad incontrarsi a Bagnara sono i Giovani Democratici: il tema appunto è l’Europa, le richieste di cambiamento, le necessità di rinnovamento ma anche le paure che nascono attorno al “potere europeo” che oggi il vento populista vorrebbe spazzare via.

“Gli italiani, anche la popolazione più giovane sicuramente” – dice Edoardo – “credono ancora nel progetto europeo. La mobilità e la circolazione delle persone lo rendono ancora fondamentale per la nostra quotidianità. Bisogna però riconoscere che gli attuali modelli non riescono ad unire, anzi provocano serie fratture nel tessuto sociale”. Ecco come la questione sociale, la stessa che è stata il cuore dell’idea di Europa, sembra essere il vero tema, la causa principale dell’incrinatura della fiducia collettiva. Continua Edoardo: “Credo che serva un piano di investimenti che garantisca l’occupazione e non ci renda deboli di fronte a colossi aziendali e industriali che non contrattano più coi singoli paesi. Una Europa forte serve a bilanciare i grandi processi economico-sociali”.

Andrea punta il dito sulle disuguaglianze: “E’ il tema delle ingiustizie e della difficoltà economica a portare a un progressivo disfacimento dell’Europa – dice – L’idea che va portata avanti non è quella del rigore che ha dominato in questi anni, quanto piuttosto quella della condivisione. L’Europa esiste per armonizzare i servizi e semplificare, per favorire l’uguaglianza tra le persone. Su questo dovrebbero battere le forze progressiste se vogliono diventare un’alternativa credibile”.

Si susseguono gli interventi di Greta e Michelangelo che insistono su un argomento che sta fomentando le paure. Il pericolo, spiegano, non viene dall’immigrazione quanto piuttosto dalla insicurezza all’interno delle città,  nei luoghi della vita quotidiania. Per questi giovani nessuno va considerato “diverso” e quindi non possono esistere cittadini di serie A e di serie B. Il compito della politica, e in particolare della sinistra, è cercare di favorire condizioni di vita buone per tutti. Bisogna coltivare la speranza e battersi affinché una Unione come quella europea sia in grado di aiutare le persone in difficoltà e sostenere lo sviluppo economico e la crescita senza svilire i lavoratori.

C’è in questa prospettiva un ritorno alle idee di un passato virtuoso, un ritorno alle antiche speranze e ai valori delle prime conquiste comuni: nessuna retorica, sia chiaro, nessuna nostalgia, ma solo la consapevolezza che solo ritrovando se stessi ci si può opporre al populismo che sta insinuandosi anche tra le nuove generazioni.

Eccola la grande battaglia a cui pensano questi fagazzi di Bagnara: una Europa innovativa e tecnologica, ma mai distante da ognuno di noi. Nemmeno dalle persone più fragili. Saremo in grado di costruirla con il voto di fine maggio o le “Exit” saranno di ogni Nazione, di ogni luogo, di ogni società ed infine di ognuno di noi?

La paura atavica per quello che è diverso da noi rischia di prendere il sopravvento: l’alternativa è costruire mondi nuovi, più giusti, maggiormente condivisi. A quale Europa si rivolgeranno presto i nostri giovani dipende anche da noi. Eppure esco da questa sede – che sembra davvero lontana da qualsiasi frenesia tecnologica – con l’impressione che qualcuno ancora sa prendersi il tempo per parlarsi, per guardarsi in faccia, per dirsi ancora “eccoci”, “sono io”, “siamo noi” e con la certezza che in questa sala di questo piccolo Comune si è avviato un modello di dialogo non banale, quasi raro, da difendere con le unghie, con i denti. Il voto di maggio servirà anche a questo: fare emergere una nuova Europa anche nell’Italia guidata dai populisti, un paese in deflazione e sull’orlo del baratro dove un terzo delle persone rinuncia a curarsi, e rinuncia perché non ha i soldi per farlo, al netto di tutti gli annunci sprezzanti tra una felpa e l’altra.