I giovani e la fatica
della diversità

La fatica della diversità: aiutare i giovani a capire che conviene fare questo sforzo di accettazione e, se possibile, di comprensione, è il cuore del Toleransprojektet in Svezia.  È nato a Kungälv, una piccola città costiera a nord di Gothenberg, dove nel 1995 un gruppo di quattro giovani neo-nazisti tra i 15 e i 18 anni assassinarono, dopo averlo torturato, John Hron, 14 anni, svedese originario della Repubblica Ceca. Hron non nascondeva le proprie idee contrarie alla violenza ed era stato bullizzato a scuola da uno dei quattro. La vittima stava facendo un campeggio vicino a casa con un coetaneo. Gli aggressori volevano costringerlo a dire che amava il nazismo, ma Hron si rifiutò. Le torture durarono molte ore e furono orribili. Alla fine il corpo fu gettano nel lago. Si salvò l’amico di John. Le pene furono di otto anni di carcere per l’unico maggiorenne e di più brevi periodi in istituti educativi per i più giovani. Tutti e quattro dissero di ispirarsi allaVittArisktMotstånd, la “resistenza bianca ariana”.

La città di Kungälv, a cominciare dai docenti e dagli amministratori locali, capirono di dover fare un lavoro lungo, fatti di piccoli e spesso non durevoli risultati. Fondarono il Progetto tolleranza e incaricarono ChristerMattsson, un insegnante del luogo e un ricercatore, di studiare la situazione cercando di allontanare dal fanatismo e dalla violenza i ragazzi. Mattsson partì dall’idea che l’odio nasce nel piccolo, nella quotidianità dei rapporti, e avviò subito un primo gruppo di discussione con studenti dai 14 ai 16 anni, inclusi ovviamente quelli vicini a posizioni neo-naziste.

I motivi alla base dell’essere sempre arrabbiati e pieni di odio, attaccando i soggetti diversi, fu il primo campo di graduale indagine con gli studenti. Nel tempo altre sessanta scuole svedesi si unirono al progetto, appoggiato anche dalla fondazione svedese “Ordine del cucchiaino da tè”, nata col sostegno dello scrittore israeliano Amos Oz con lo scopo di combattere la discriminazione politica, religiosa, etnica o sessuale. Aiutarono molto anche la casa editrice Wahlström&Widstrand e la rivista culturale Vi, fondata nel 1913 dal movimento cooperativo svedese. La pedagogia di Kungälv evita ogni atteggiamento autoritario e di scontro, anche verbale.

Oz, morto nel dicembre del 2018, scrisse che “nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza…Per battere un’idea, ne devi avere una migliore”. Le condizioni economiche disagiate, l’interruzione del percorso scolastico, una scarsa accettazione di sé sono alcuni dei fattori che si sono rivelati importante nell’adesione a vari tipi di sotto-culture violente, secondo i ricercatori del Progetto tolleranza. Le politiche locali sono state migliorate. Hanno aiutato anche esperti di altri Paesi, come Maarten van Zalk, docente di psicologia comportamentale all’università di Osnabrück, in Germania: abbattere le barriere tra gruppi di ragazzi si è rivelato una strategia di successo.

Il quadro non è comunque rosa: la tomba di John è stata profanata più volte, crescono nuovi gruppi neo-nazisti, sono lunghi i tempi di reazione, resistenza e opposizione a schemi distruttivi. Cos’è la tolleranza? Il progetto la definisce come “l’abilità umana di incontrare persone diverse da sé e di trovare i necessari e reciproci compromessi per ridurre le frizioni e promuovere la convivenza, condividere gli spazi, rispettare le scelte che non riducono la libertà degli altri. Una comunità che riesce in questo è tollerante e promuoverà la diversità, ciascuno avrà il diritto di definirsi per ciò che è”. Le Nazioni Unite hanno indicato il modello Kungälv come una strada praticabile e appropriata per combattere l’estremismo e l’odio tra i giovani. Il costo per farlo è alto, il costo del non far nulla è insostenibile: i finanziamenti ammontano a un milione e 218 mila euro in 15 anni, il danno materiale e sociale provocato dai gruppi neo-nazisti senza alcun a azione di contrasto sarebbe stato di oltre 27 milioni di euro, secondo il modello elaborato dall’Agenzia nazionale svedese per la gioventù.

Adesso studenti anche molto diversi sono portati a interagire: la conoscenza reciproca rompe il cerchio dell’odio e il reclutamento pescando dalle scuole è ormai molto difficile. Insegnanti e operatori sociali di vari Paesi europei hanno iniziato a prendere contatti col progetto (Toleransprojektet.se) e possono partecipare alla formazione. La prima regola è che ad ogni ragazzo deve essere dato il tempo, che varia da persona a persona, di imparare a controllare le parole, le azioni e infine di iniziare a cercare di comprendere gli altri.