I gemelli di Pablo Iglesias, leader in congedo di paternità

Cambio della guardia alla guida di Podemos. Alla ripresa di lavori parlamentari dopo le vacanze di Natale, Pablo Iglesias non si presenterà per restare a casa ad accudire i suoi due gemelli, nati prematuri lo scorso 3 luglio. L’interim va alla sua compagna Irene Montero, portavoce del partito al Congresso e madre dei bebé che ha accudito finora. Scelta politica preannunciata dal leader di Podemos alla nascita dei piccoli e confermata a dispetto delle difficoltà del momento, dopo la scivolata elettorale in Andalusia, i sondaggi sfavorevoli e un anno irto di scadenze elettorali: dalle amministrative alle regionali, alle europee di maggio, che potrebbero persino coincidere con possibili elezioni anticipate.

L’idea è semplice: quando nascono dei figli bisogna prendersene cura, perché ne hanno bisogno e perché è l’essenza dell’essere genitori. E Pablo Iglesias ne ha fatto anche una bandiera politica, decidendo di dividere equamente con Montero il tempo di congedo previsto dalla legge per i lavoratori dipendenti (legge che in realtà non si applica ai parlamentari). “Dobbiamo essere d’esempio – ha detto Iglesias -. Abbiamo sempre sostenuto che i permessi debbano essere uguali, perché se diventano trasferibili tra moglie e marito, finisce che sono sempre le donne a restare a casa”.
Nella finanziaria sottoscritta con il Psoe in ottobre (ma non ancora approvata) Podemos ha quindi spinto per l’equiparazione del periodo di congedo di maternità e paternità. Se la manovra andrà in porto sarà così dal 2021, mentre da quest’anno passeranno da 5 a 8 le settimane di congedo per i papà (erano 4 fino al luglio scorso) per arrivare a 16 totali. Stessa durata che per le mamme e non trasferibili. E con stipendio pieno.

“Noi uomini non stiamo qui per aiutare le nostre compagne, ma per essere corresponsabili” della gestione dei figli, ha spiegato Iglesias, che nel dicembre scorso è stato confermato leader di Podemos (tra non pochi mugugni per la frettolosità con cui ha convocato le primarie, dove di fatto non ha avuto contendenti). E dopo aver già utilizzato in estate le quattro settimane che gli spettavano per assistere i gemelli, Iglesias ha tirato in barca i remi della politica e se ne resterà a casa fino a marzo, caso raro tra i neo-padri, specie se politici.

In effetti di norma sono le donne a portare il carico maggiore dei figli, specialmente quando sono piccoli. In Europa, dove la durata media del congedo di paternità è di 11 giorni (in Italia erano 5 fino al 2018, ora non è chiaro se diminuiranno o meno) appena il 10 per cento dei neo-papà ne approfitta. Intanto perché non sempre sono retribuiti (lo stesso vale anche in molti Paesi europei anche per i congedi di maternità). Si va dallo 0,02% della Grecia al 44% della Svezia, ma qui il congedo parentale arriva a 480 giorni ripartibili tra padre e madre (ma non meno di 60 a testa).
E c’è un’attenzione tutta nordica alla parità di genere.

In Italia appena il 6,9% dei papà utilizza i giorni di paternità. E non si vedono all’orizzonte politiche che vogliano invertire la rotta. Al contrario le novità introdotte sulla maternità, con la possibilità di continuare a lavorare fino al momento del parto, sembrano ragionare a senso unico: avere un figlio è un problema delle donne, ognuna per sé deve organizzarsi nell’impresa. Lavorando con il pancione, se serve, anche a costo che la disponibilità di una diventi ricattatoria per altre. Lasciando indietro le più deboli, quelle con lavori più a rischio e precari. Ignorando che un figlio non si mette al mondo ogni giorno e che servono tempo e spazio per accoglierlo al mondo. Quello che manca è una visione sociale della maternità e ci si stupisce ancora se, in questa giungla di diritti evanescenti e servizi sempre più privati, nascano pochi bambini. Nonostante i bonus, più o meno sostanziosi. E gli appelli variamente declinati a dare figli alla patria (e alle casse dell’Inps).

“I nostri figli hanno oggi due mesi perché sono nati in un paese che può contare su qualcosa di molto più importante di qualsiasi inno o bandiera: un sistema sanitario universale”, hanno scritto in una lettera aperta di ringraziamento Pablo Iglesias e Irene Montero, nel settembre scorso, ricordando che per Leo e Manuel, i due bambini, è servita una società intera per curarli e tenerli al mondo, dopo che erano nati con tre mesi d’anticipo. Sarebbe bello che un giorno si potesse dire qualcosa di simile per la maternità in generale. Che un figlio fosse il centro di un universo sociale non solo una pratica da affidare alle madri. Nell’attesa, Pablo almeno resta a casa..