I fratelli Coen approdano al Lido giocando con il mito del vecchio west

Alla Mostra del cinema di Venezia sono passati due western. E’ un dato clamoroso, perché il genere dei generi è stato quasi sempre snobbato dai grandi festival (anni fa, Cannes fece sensazione mettendo in concorso “Il cavaliere pallido” di Clint Eastwood). Ma la cosa si spiega analizzando meglio la natura produttiva, quindi esteriore, dei due film. “The Ballad of Buster Scruggs” è firmato da Joel e Ethan Coen, i fratelli del Minnesota che da anni frequentano regolarmente i festival più importanti. “The Sisters Brothers” è diretto da Jacques Audiard, francese, abituale frequentatore del festival di Cannes dove ha vinto una Palma d’oro – quindi, un altro “autore” consolidato. Per il resto il film è americano al 100 per 100, con attori del calibro di John C. Reilly, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal. La scelta di portarli a Venezia non è sorprendente. Semmai, va sottolineato che il film dei Coen è una produzione Netflix, quindi rientra nella politica di apertura alle grandi piattaforme digitali nella quale Venezia ha deciso di bypassare Cannes, vincendo per il momento la partita.

E’ interessante confrontare i due film perché entrambi “aggirano” la natura epica e romantica del western, usando i codici del genere per parlare d’altro. Ma questo “altro” è diversissimo da film a film, anzi: “The Ballad of Buster Scruggs” e “The Sisters Brothers” sono i due estremi di una forbice molto ampia, anche se è buffo constatare che il titolo del film di Audiard è un gioco di parole sul concetto di fratellanza (due fratelli, maschi, che di cognome fanno improbabilmente “Sisters”, sorelle) mentre il film dei Coen è ovviamente diretto… da due fratelli!

“The Ballad of Buster Scruggs” prosegue, secondo noi, un viaggio nell’anima profonda degli Usa che i Coen hanno iniziato almeno con “Crocevia della morte”, e proseguito con “Fratello dove sei?” (e dalli con i fratelli!),

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS

“Inside Llewyn Davis”, “Ave Cesare” e forse, a pensarci bene, anche con “Il grande Lebowski”. Sono tutti film su sottoculture: letterarie, musicali, cinematografiche, antropologiche. “The Ballad of Buster Scruggs” raccoglie sei brevi storie che Joel e Ethan hanno scritto nel corso degli anni senza sapere bene quale uso ne avrebbero fatto. L’idea, quindi, è venuta a posteriori: farne una silloge, un film a episodi in cui ogni storia esce letteralmente da un libro, inquadrato fin dai titoli di testa. Le pagine del libro si voltano da sole, vediamo illustrazioni in stile “dime novel” del passato, leggiamo gli incipit e poi inizia la visualizzazione cinematografica. E’ un omaggio alla letteratura western che negli Usa continua a essere popolarissima: sembra di veder tradotto in immagini il mondo di Louis L’Amour, esattamente come “Crocevia della morte” era una mimesi dei grandi scrittori di noir come Chandler e Hammett. Ma naturalmente la memoria cinematografica prende subito il sopravvento. Il film si apre con abbaglianti immagini della Monument Valley, il set ideale di John Ford, percorso da un cowboy canterino (Tim Blake Nelson) che sembra uscito dai vecchi B-western di Roy Rogers o di Gene Autry. Ma appena il cowboy arriva in una città si rivela anche un pistolero micidiale (è il Buster Scruggs del titolo). Sia le canzoni, sia i duelli alla pistola sono messi in scena in modo super-ironico: i Coen giocano con i cliché del genere e li smontano, per il momento il film sembra una scanzonata parodia anche se i morti si sprecano e il sangue scorre a fiumi. Negli episodi successivi, senza che l’ironia venga mai meno, le storie si fanno però più serie, più dolenti. Fino a un finale meraviglioso, nel quale cinque personaggi uno più logorroico dell’altro viaggiano su una diligenza il cui postiglione, nerovestito, non mostra mai il proprio volto. E’ il carretto fantasma di Sjostrom, più che la diligenza di “Ombre rosse” o di “The Hateful Eight” di Tarantino: è Caronte che ti porta all’inferno, dove forse molti personaggi sono vissuti per tutta la loro vita.

“The Ballad of Buster Scruggs” gioca con il mito del West, reso popolare prima dai romanzetti (nell’Ottocento) e solo dopo dal cinema. Ma va a scavare in ciò che c’è prima del mito, nelle radici profonde della vita di frontiera che affondano nelle canzoni, nei ricordi, nei comportamenti, nella vita quotidiana delle persone. E tutte queste radici portano a una sola cosa: la morte. Il sottotitolo del film, citando un saggio famoso, potrebbe essere “La morte nella cultura popolare del West americano”. E a differenza di “A Serious Man”, forse il capolavoro dei Coen dove la paura dell’Aldilà si confrontava con la religione ebraica, qui la morte arriva all’improvviso, è una Grande Mietitrice che non fa sconti come in “Non è un paese per vecchi” e non concede seconde chance. Assieme ai film citati sopra, contribuisce a costruire quell’ideale antologia di “Americana” che i Coen stanno componendo capitolo per capitolo. La nostra speranza è che facciano prima o poi un film sulla nascita del rock’n’roll, come hanno fatto per altri generi musicali come il country (“Fratello dove sei?”) e il folk politicizzato dei primi anni ’60 (“Inside Llewyn Davis”).

“The Sisters Brothers” di Audiard è invece un film che arriva “dopo” il western classico e lo dà totalmente per scontato, per acquisito. Somiglia a certi western revisionisti degli anni ’70 che usavano il genere per parlare d’altro (ad esempio, in “Soldato blu”, della guerra in Vietnam). Si ispira a un romanzo del canadese Patrick deWitt (in italiano “Arrivano i Sister”) e fin dal titolo gioca sull’ambiguità sessuale, ma non è un gay-movie, nemmeno un cripto-gay (non è “I segreti di Brokeback Mountain”, insomma, anche se ne eredita un interprete, Jake Gyllenhaal). E’ la storia di due killer che ammazzano come respirano, con quell’insensatezza, quella spensieratezza della morte che pervade tanto cinema contemporaneo da Tarantino in giù (anche il suddetto, primo episodio dei Coen gioca su questo tema). Ma poi si fanno sedurre da un bizzarro cercatore d’oro che sogna di fondare una città ideale nel luogo più sbagliato di tutti, Dallas (ma lui, nell’Ottocento, non può saperlo: noi, sì). Una cosa che i due film hanno in comune è la ricercatezza dei dialoghi: tutti parlano come libri stampati, e in un film diretto da un francese non si può non pensare ai racconti morali (cinematografici) di Eric Rohmer o ai seducenti dialoghi di Pierre de Marivaux. E’ un western che si diverte a “marivauder”, il verbo francese che allude appunto all’eleganza dell’eloquio nelle commedie del grande drammaturgo del Settecento. Quindi è un western… che non è un western!, che non si preoccupa minimamente di alcuna verosimiglianza storica, che usa i codici del genere per scherzare e portarci altrove – esattamente come molti western italiani, che ambientavano nel vecchio West ricostruito in Spagna o in Ciociaria storie che erano di fatto commedie all’italiana “travestite” o film politici sui sogni rivoluzionari e sulla dura realtà degli anni ’60.

Il film dei Coen è bellissimo, quello di Audiard un po’ meno, ma sono entrambi da vedere. Il primo anche su Netflix, il secondo possibilmente al cinema.