I rischi della Spd tra
coalizione e nuovo voto

“Martin, hör’ die Signale!”, ovvero: Schulz stacci a sentire. I congressi degli Jusos, i giovani della SPD, sono sempre alquanto vivaci e mai facili passerelle per i dirigenti socialdemocratici. Stavolta quando il presidente del partito è salito sul palco alle sue spalle è comparso quello striscione. Tradotto dalla lingua semplice degli slogan a quella più articolata della politica diceva: non venire a proporci di tornare all’alleanza con la CDU. Questa assemblea della groβe Koalition pensa che sia “una vera schifezza”, ha detto icasticamente il nuovo capo degli Jusos appena eletto Kevin Kühnert dal pulpito. Se la facessimo – aveva appena ammonito la presidente uscente Johanna Uekermann –  infliggeremmo “il colpo di grazia all’ultimo granello di credibilità che ancora ci resta come SPD”. Quando si dice parlar chiaro.

Li starà a sentire Martino? Grande questione aperta, che – così vogliono statuto e tradizione della socialdemocrazia tedesca – verrà sottoposta ora a un referendum tra gli iscritti. Per tutta la campagna elettorale e poi dopo il voto Martin Schulz è andato ripetendo che mai e poi mai avrebbe accettato di sedersi a un tavolo con Angela Merkel per negoziare una nuova coalizione. La SPD aveva già dato, grazie, riducendo di un terzo il proprio consenso elettorale, fino al magro 20 e qualcosa per cento trovato dentro le urne del 24 settembre. Se c’è una cosa su cui tutti gli osservatori politici – di sinistra, di centro o di destra – concordano, in Germania, è che il disastro elettorale dei socialdemocratici abbia tante spiegazioni, certo, ma che la principale sia proprio quella di essersi alleato come junior-partner con la CDU per due legislature. Ma qualche giorno fa qualcosa è cambiato. Non che qualche trattativa sia iniziata, perché Frau Merkel, cancelliera designata, in realtà non l’ha neppure offerta (e non è detto che abbia davvero intenzione di farlo), ma Schulz per la prima volta non ha escluso che possa avvenire. Aspettiamo di vedere che ci propongono e poi valuteremo: non escludiamo nulla.

Tanto è bastato perché, soprattutto fuori della Germania, si diffondesse l’idea che una nuova groβe Koalition sia appena dietro l’angolo. Non è così, e non solo perché i negoziati, se dovessero davvero cominciare, sarebbe comunque lunghi e molto difficili, non molto meno di quelli, falliti dopo 61 giorni, tra CDU/CSU, Fdp e Verdi per tentare di metter su la “coalizione Jamaica”. Ma soprattutto perché le ragioni che portarono al Gran Rifiuto di Schulz (e di tutto il gruppo dirigente del partito) sono ancora tutte là. Sarebbe sbagliato, infatti, e ingeneroso, semplificare il problema che la SPD ha davanti come una scelta tra l’interesse di partito, sia pure drammaticamente esistenziale, e l’interesse nazionale. Cioè: continuiamo a perdere voti ma assicuriamo un governo alla Germania. Così l’hanno posta i commentatori della destra – ma non Merkel – e anche una parte della destra della stessa SPD, che ha trovato espressione autorevole nell’esortazione del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier a riprendere il dialogo tra “tutti” i partiti per dare un governo al paese evitando la jattura di elezioni anticipate.

Ma i motivi per cui il gruppo dirigente socialdemocratico si era schierato per il no alla groβe Koalition sono ben più complessi, e anche meno egoistici. Essi consistono nella consapevolezza che le grandi coalizioni in Germania tendono a ridurre gli spazi di democrazia facendo venir meno una sana e completa dialettica tra maggioranza e minoranza, tra governo e opposizione. La debolezza dell’opposizione alla grande coalizione che appoggiava il cancelliere Kurt Kiesinger contribuì a portare al clima sociale e politico che venne definito con l’espressione “anni di piombo” e alla forzatura delle leggi di emergenza. Niente di simile è accaduto con i governi Merkel, ma non sfugge, neppure ai dirigenti più avveduti come lo stesso Schulz, che la presenza di una sola sinistra all’opposizione, quella minoritaria della Linke, è stata non l’ultima delle cause dell’appiattimento della socialdemocrazia tedesca (come di tutta o quasi la sinistra non radicale europea) sul pensiero unico che ha prodotto da un lato la finanziarizzazione selvaggia dell’economia e dall’altro l’austerity.

Stavolta c’è un rischio in più. Una nuova groβe Koalition lascerebbe all’opposizione la Linke, i liberali, i Verdi, ma soprattutto gli estremisti nazionalisti e xenofobi di Alternative für Deutschland. Afd sarebbe al Bundestag il gruppo parlamentare più forte dell’opposizione e godrebbe dei privilegi connessi a questo status: presidenze di commissioni, diritto di imporre la discussione su proprie leggi, precedenza ai propri oratori nei dibattiti in aula e altro ancora. Provate a immaginare una seduta del Bundestag in cui subito dopo Angela Merkel (o chi sarà) si alzi uno dei due presidenti del gruppo Afd, Alice Weidel o Alexander Gauland, a rivendicare l’onore dei soldati della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale o a chiedere la chiusura di tutte le moschee in Germania…

Non è un problema da poco e spiega già da solo la prudenza con la quale Schulz e gli altri dirigenti cominciano ad evocare la possibilità dell’apertura di un dialogo con la CDU/CSU. L’alternativa, esorcizzata dal presidente Steinmeier ma evocata come una soluzione comunque migliore di un “pasticcio” (inciucio, diremmo in Italia) dalla cancelliera, sono le elezioni anticipate che, anch’esse, non sarebbero affatto una passeggiata. Primo per la caduta d’immagine che porterebbero con sé nel paese che per decenni è stato considerato il paradigma della stabilità. Secondo perché appare abbastanza verosimile che un simile scenario favorirebbe la demagogia antisistema degli estremisti di AfD. Molti ritengono che tra l’ipotesi di una riproposizione dell’alleanza con la destra, scelta coscientemente suicidaria, e quella di una campagna elettorale comunque molto difficile, la SPD dovrebbe scegliere la seconda. Magari ritrovando ragioni e contenuti a sinistra, anche in termini di alleanze. Il referendum tra gli iscritti indicherà la strada da prendere.