I flussi migratori nella geopolitica

Da sempre l’ambiente fisico e il contesto geografico condizionano scelte e sentimenti, le dinamiche storiche individuali e collettive. Fiumi e montagne, deserti e mari, ciclo delle acque e clima hanno influenzato vicenda politica e sviluppo sociale dei popoli, guerre e poteri del passato e del presente. Tutto ciò è noto come “geopolitica”, il rapporto tra fattori geografici e relazioni internazionali. Recentemente è uscito un bel libro che illustra con chiarezza “Le dieci mappe che spiegano il mondo”, opera di Tim Marshall, esperto giornalista inglese, prezioso per orientarsi fra le “notizie” internazionali di questi anni con lungimiranza sana e spirito critico, verso quanto è già accaduto, quanto leggiamo e vediamo di giorno in giorno e quanto probabilmente accadrà. Come spesso accade per discipline globali vecchie e nuove, il rischio è di connettere due scienze, la geografia fisica e la politica internazionale, e di trascurare altre scienze connesse e indispensabili a capire il mondo: biologia, fisica, ecologia (le relazioni fra specie, i relativi equilibrio e resilienza, i limiti planetari ora raggiunti o sfiorati). Ciò vale anche per i cenni ai flussi migratori nella geopolitica.
Continua a mancare nelle scienze sociali una teoria evoluzionistica organica delle migrazioni. Marshall richiama spesso e a proposito aspetti delle emigrazioni e immigrazioni, innanzitutto quando in più punti ricorda implicitamente che prima del migrare viene il risiedere (a esempio circa le profonde diversità fra le repubbliche dell’ex Urss): è il contesto ambientale a determinare le scelte di insediamento delle persone, sono le barriere fisiche a determinare poi le linee di separazione tra di loro, e quindi anche lo sviluppo di lingue e costumi diversi. Ciò renderà prima o poi necessario retrodatare la geopolitica indietro nel tempo, a prima della storia contemporanea. Anche perché, da un certo momento in poi, potenze organizzate hanno spostato quote della propria popolazione (con migrazioni più o meno forzate) in luoghi dove volevano espandere il proprio controllo, coloni o colonialisti che fossero. Marshall cita tre vicende: Stalin per i russi verso la Transnitria e la Crimea (qui dopo aver deportato gran parte della popolazione tatara), la Cina maoista per gli Han verso Mongolia, Manciuria, Xinjiang, Tibet e pure (in maggiore o minor misura e con scopi specifici) molti stati di altri continenti (soprattutto l’Africa e soprattutto Angola, Kenia, Tanzania), l’espansione degli americani verso Ovest nell’Ottocento a costituire la struttura attuale degli USA (l’Homestead Act del 1862 in pratica concedeva 65 ettari a chiunque si impegnasse a coltivarli per almeno 5 anni). Il fatto è che città-Stato e imperi hanno cominciato molto prima, millenni fa a dire il vero, a espandersi e colonizzare, a inventarsi “zone cuscinetto”, a invadere e integrare territori dove pur vivevano altri gruppi umani (poi spesso de-portati).
Marshall accenna agli effetti sulle migrazioni dei processi di unificazione: dinamiche che ridefiniscono i confini (India-Pakistan nel 1947, Turchia nella UE in un improbabile futuro, Cina-Coree, ecc.) comportano sempre notevoli flussi, sia che li si voglia incentivare sia che se ne abbia paura. E qui sarebbe opportuno vedere le connessioni sociologiche e statistiche fra migrazioni interne e migrazioni internazionali, come sia comunque difficile rinchiudere dentro un confine persone tutte delle stesse religione e lingua, se non altro per la nota evoluzione geografica e genetica di Homo sapiens sul pianeta (ne ha parlato già in questa sede Pietro Greco). Non sono incidenti di percorso le continue delocalizzazioni che si verificano per grandi opere (Marshall cita i canali di Panama e Nicaragua), grandi dighe, infrastrutture, urbanizzazioni o per i disastri cosiddetti naturali, anche quando il migrante forzato esprime una qualche forma di consenso e resta all’interno del proprio paese.