Narrativa e paura,
la “fake narrative”
al tempo del contagio

Si è scritto troppo sulla paura del contagio. Scritto e narrato. Per una volta la cronaca è tornata centrale, ma non per scovare notizie e fare le pulci al vero, bensì per portare prove visive della romanzata paura. Opinioni amplificate dai fatti e fatti amplificati per generare opinioni. In seconda e terza fila è rimasto il problema della logica emergenziale, disposta, come ci spiegano testi classici più o meno recenti, a dare assoluta preminenza a misure di massima restrizione della libertà. La vita, la nuda vita, prima di tutto, a tutti i costi. Umano più che umano.

coronavirus paura
Il caso del coronavirus rientra nella biopolitica in grande stile – il timore che un ignoto organismo del quale si sa ancora poco faccia una strage di innocenti induce tutti, liberali e non, ad accettare la dura logica dell’emergenza. Contenere la libera circolazione, leggere protocolli di igiene e profilassi scritti ormai dovunque: questo rientra nella logica dell’emergenza. Anche a costo di rinunciare al guadagno: l’economia scende in picchiata, eppure come si può onestamente scegliere l’interesse economico prima e sopra la vita?

Pochi i dubbi sulla politica dell’emergenza

Anche a costo di ragionare per sola abnegazione: medici, infermieri e ricercatori lavorano senza sosta da giorni, senza lamentarsi; per dovere, non solo deontologico. Insomma, pochi, pochissimi hanno finora sollevato questioni o dubbi sulla politica dell’emergenza.
Dubbi e critica sulle scelte emergenziali sono legittime. Certamente.

Ma quando ci si cimenta in questo lavoro ci si trova di fronte al seguente problema: cercando informazioni, sui media carta, digitali e televisivi ci si accorge di aver un’enorme difficoltà a separare le notizie dalla narrativa. Tolte le comunicazioni ufficiali, tolti gli scarni dieci punti che ci insegnano cosa fare e non fare per evitare contagi, tutto il resto è narrativa. E questa è abbondantissima, tutt’altro che scarna e, aggiungo, disgustosamente colorita, arricchita, ingrassata – la narrativa fa il fatto. E questa narrativa su cui i media marciano in audience e vendite è l’aspetto più riprovevole, più indigesto, di questa vicenda di contagio globale.

C’è bisogno del vero, non della narrativa

coronavirusIn questi casi soprattutto, la sfera pubblica di formazione dell’opinione dovrebbe essere ispirata non solo dai principi di deontologia professionale (impegnarsi a raccontare il vero anche quando viene imbellito da una narrativa da romanzo!) ma anche da ragioni pubbliche di responsabilità verso la cittadinanza e il Paese.

I media hanno in queste due settimane mostrato un volto sfigurato – generato paura e alimentato scientemente emozioni di assoluta incertezza e pessimismo. Hanno fatto delle news una narrativa e celato il vero sotto una coltre di parole, aggettivi, frasi e punteggiature degna dei romanzi d’appendice. Alla fine, il falso danzava allegramente insieme al vero.

Nessuna accusa di spargere fake news. Ma, certo, si può senza timore di esagerazione parlare di fake narrative. Siamo stati sommersi da una onnipresente verità romanzata, sotto la quale quel briciolo di verità restava sempre e solo lo stesso: le scarne comunicazioni ufficiali. Il resto, un romanzo non sempre ben scritto. Ma che cosa esattamente sta producendo questo virus che lascia sul tappeto non tanti più morti di quanti ne lascierebbe una pesante influenza? E’ forse la sua circolazione globale in tempo quasi reale che colpisce la nostra fantasia e che piace così tanto ai narratori delle news?