Huawei: nella guerra
commerciale in gioco
anche la democrazia

Molti di noi stanno maledicendo il giorno in cui si sono fatti tentare da uno smartphone cinese col logo Huawei. Altri – in vena di acquisti hi tech – avranno già trovato l’alternativa. Una volta tamponata la nostra ansia da prestazione (telefonica), si potrebbe e dovrebbe ragionare sul significato politico della nuova guerra tra Stati Uniti e Cina; quella che ha al centro la nota marca cinese, orgoglio di Pechino e seconda al mondo nel settore (la prima è la sudcoreana Samsung, terza l’americana Apple).

Dunque, il conflitto cino-americano è iniziata con bordate di dazi, fino al 25%, ordinate dal presidente Donald Trump: secondo lui, servono per proteggere il suo Paese dall’invasione di prodotti cinesi. Il governo di Pechino – visto l’insuccesso delle rudi trattative diplomatiche – ha reagito con tasse del 10-25% sui prodotti statunitensi. Trump, che sperava nell’arrendevolezza dell’avversario, ha mostrato i muscoli passando alla fase B: ecco finito nel mirino il gigante tecnologico Huawei (uno dei pilastri, da decenni, della rinascita cinese), messo al bando dal governo di Washington. L’americana Google ha deciso di adeguarsi all’anatema, revocando la licenza all’uso di Android sui dispositivi Huawei (pare solo su quelli in vendita d’ora in poi, ma vai a sapere…), rendendoli poco efficienti e scarsamente utilizzabili.


Quindi, penserà qualcuno, il problema riguarda davvero soltanto i possessori di telefonini di quella marca. A breve termine, sì. A medio e lungo termine tocca tutti noi; anzi, coinvolge l’assetto del nostro sistema planetario. Infatti la guerra combattuta sul campo hi tech suona come un stop nei confronti di un sogno: un mondo interconnesso sempre più velocemente, quindi sempre più globalizzato, senza barriere nell’utilizzo delle risorse tecnologiche, capace di trasformare manmano i Paesi cosiddetti “emergenti” in Paesi “emersi”. È un po’ quello che è accaduto soprattutto in Cina nel corso degli ultimi decenni, ma anche in India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia, eccetera.

ll bello è che tutto ciò sarebbe dovuto succedere in modo molto rapido rispetto ai tempi ancora in voga alla fine del Novecento: proprio grazie alle nuove tecnologie disponibili per chiunque o quasi. Oltre tutto questo sviluppo impetuoso non ha avuto tra gli ingredienti indispensabili un assetto democratico, come dimostra la situazione in Cina e altrove. Insomma, l’equazione (+ benessere = + libertà) non sembra essere fondamentale per fare crescere le economie del XXI secolo. Qualcuno potrebbe osservare che quest’ultima considerazione sia un po’ fuori tema. A noi che cosa importa se i cinesi o altri sono riusciti a svilupparsi senza cedere alla sirene della nostra cara democrazia? Dovrebbe importarci, perché potrebbe avere ricadute sul prossimo futuro per tutti.

Ricapitoliamo. Oggi Trump “ricatta” il fiore all’occhiello dell’industria hi tech cinese per indurre Pechino a trattare sul fronte dell’import/export tra i due Paesi. Il presidente Usa ha deciso che i rischi del protezionismo possano essere compensati con le sole forze dell’economia a stelle e strisce, perché dallo shock questa dovrebbe uscire più forte e più sicura di sé. In effetti, per ora la mazza da baseball impugnata dal presidente ha fatto aumentare il prodotto interno lordo del 3,2 per cento. Vedremo se andrà avanti ancora così. Anche perché la Cina potrebbe reagire chiudendo il rubinetto delle terre rare (minerali rari indispensabili per il settore hi tech quanto la farina per fare il pane, per lo più “rapinate” in Africa), di cui il Paese asiatico detiene quasi il monopolio; infatti le aziende Usa sono rifornite all’80% dai cinesi. Questa contromossa sembra probabile.

Quindi – parafrasando la famosa frase ottocentesca del generale prussiano Carl von Clausewitz – la guerra commerciale a livello globale non è che la continuazione della politica con altri mezzi (visto che l’arma nucleare sconsiglia opzioni diverse)? Probabile, anche se nessuno può dire oggi come andrà a finire. Gli effetti di questa situazione per ora non sono ancora del tutto individuabili, al di là dei nostri telefonini che rischiano di uscirne acciaccati. Però già tutto ciò sembra far vacillare il progetto della rete velocissima ed efficientissima 5g, che dovrebbe rivoluzionare l’uso del Web e sulla quale Huawei ha investito molto. E sembra minacciare anche il futuro di Internet nel suo complesso.

Come? Il protezionismo potrebbe creare nuovi steccati e barriere anche all’interno del mondo virtuale e tecnologico, limitando spazi e accessi a seconda del tipo di guerre tra aree economiche e geopolitiche. Lungi da favorire lo sviluppo della democrazia, anche il Web sta finendo sempre più sotto il controllo del potere politico, che apre e chiude i rubinetti, include ed esclude, a seconda delle esigenze nazionali e internazionali. Già oggi i due terzi della Rete sono sotto il controllo, più o meno direttamente, dei governi. Insomma, un modo di comunicare e di lavorare e una infrastruttura condivisa rischiano di sparire del tutto. Potrebbero nascerne parecchie, a compartimenti stagni: ogni area geopolitica avrebbe la sua.

Se questo è il futuro delle nuove tecnologie, è il caso di abbandonare il sogno della democrazia del futuro garantita anche dal Web. Si apre invece quella di un mondo in cui non sarà possibile accedere a tutte le informazioni neppure nei Paesi cosiddetti democratici. Si rischiano censure e barriere virtuali che non sembrano destinate a renderci più liberi, anzi… Che fare? Forse l’Unione europea – che assiste un po’ distrattamente a queste dinamiche – potrebbe trovare pure in questo campo il modo per esprimere una politica comune. Prima che la nostra politica sia decisa da altri.