Harvey Milk: una vita da raccontare ancora

La vita di Harvey Milk è stata raccontata e rivisitata molte volte. Lo ha fatto anche il cinema con il film da premio Oscar “Milk” e uno straordinario Sean Penn a interpretare la vita del primo attivista politico gay statunitense che negli anni Settanta terminò la sua ancora giovane vita con cinque colpi di pistola sparati all’interno del Comune di San Francisco.

Ora un libro fresco di stampa – “Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk” – racconta ai ragazzi l’esistenza di Milk. Lo scrive Piergiorgio Paterlini e lo pubblica Einaudi Ragazzi. E’ un libro coraggioso perché parla senza pudori e senza reticenze di cosa voleva dire essere gay nell’America degli anni Sessanta e Settanta quando l’omosessualità era un reato. Parla di amore, di desideri, di sofferenze e del bisogno (una conquista lenta ma necessaria) di lottare per i propri diritti. Sapendo che chi lotta per i propri diritti non lotta solo per sé ma per tutta la società.

Piergiorgio Paterlini sceglie una struttura biografica molto interessante che non segue un tradizionale sviluppo temporale, come spesso avviene quando si narrano le vite (infanzia, giovinezza, maturità, ecc), ma svolge il racconto secondo filoni “tematici”: l’amore, l’impegno politico, la scoperta di San Francisco e del quartiere Castro, il senso di sé, le persone amiche. E’ una vita che sceglie di raccontarsi in un colloquio forte (una sorta di lettera) con il giovane lettore o la giovane lettrice. L’autore (che è giornalista, scrittore e molto altro) sceglie anche di non far prevalere i fatti della vita di Milk ma di dar voce a quei pensieri e sentimenti dell’attivista statunitense che possono aiutare un lettore adolescente a sentirsi meno solo nella sua battaglia identitaria, a dargli fiducia, a sollecitare in tutti – al di là dell’orientamento sessuale che altro non è che il definirsi lungo una artificiale linea divisoria tracciata dai pregiudizi – la voglia di combattere e la capacità di elaborare le sconfitte.

Bella anche la lettera che Milk avrebbe voluto scrivere a un insegnante immaginario nel suo primo giorno di scuola, per metterlo in guardia dai rischi dell’omofobia, quando si troverà di fronte a una platea di ragazze e ragazzi di cui sono riconoscibili molti tratti identitari (il colore della pelle, i dati somatici ecc) mentre altri restano celati.

“Il mio amore non può farti male” ci dice anche quanto sia cambiata l’editoria per ragazzi, quanto riesca a fare oggi scelte impegnate – nonostante l’oscurantismo che si riaffaccia – senza temere di affrontare in modo diretto i temi legati all’identità sessuale. E questo sta avvenendo grazie a editori attenti e ad autori bravi al pari di maestri d’oltrealpe come il grande Aidan Chambers, Anne Fine, Melvin Burgess o Christine Nostlinger che su questi temi si sono misurati da tempo.