“Moro rapito”, Natta non ci credeva
Il 16 marzo di Montecitorio

16 marzo 1978, le nove del mattino. Lungo via Uffici del Vicario, dove affaccia il palazzo dei gruppi parlamentari, stavo salendo alla Camera dove alle dieci Andreotti avrebbe presentato il suo sesto e non ultimo governo. Sarebbe stata la prima volta che il Pci tornava, se non al governo (com’era stato nel 1946-47), almeno nella maggioranza. In quel momento incrociai Enrico Berlinguer, il solito gran pacco dei giornali sotto il braccio sinistro. Perché così presto a Montecitorio?, gli chiesi. “Devo vedere Natta”, fu la secca risposta.

Intuii la ragione, e immaginai la tensione di quei momenti: la lista dei ministri era pessima, tra gli altri c’erano il massone Gaetano Stammati che poi si scoprì essere per giunta un attivo piduista; il già vecchio ma sempre potente Antonio Gava; e poi Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin, notoriamente non solo anticomunisti ma tenaci avversari proprio della politica della solidarietà nazionale. Dalla segreteria del partito erano già partite critiche assai vivaci per queste nomine covate nottetempo e senza informarne il Pci. Comunque in mattinata (dopo le dichiarazioni programmatiche del presidente del Consiglio e prima che cominciasse il dibattito) si sarebbe tenuta una riunione della direzione del Pci per prendere la decisione definitiva: se cioè esprimere malgrado tutto un “sì” o rompere la collaborazione ancor prima di cominciarla.

Nell’attesa feci un giro per Piazza Colonna sfogliando i titoli della mia più modesta mazzetta di giornali; poi, lentamente, mi avviai verso l’ingresso principale di Montecitorio. Ad un lato del portone la radio di una moto della polizia stava gracchiando: “…Sì, confermo…il presidente Moro è stato rapito…gli uomini della scorta sono stati tutti uccisi…”. Non verificai, non aspettai conferme. Correndo urtai un paio di assistenti parlamentari e rischiai di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che dall’atrio portavano, allora, alla sala stampa.

Lì dentro non c’era alcun giornalista, ancora. Afferrai il primo telefono sotto mano, e chiamai sulla linea interna Alessandro Natta. Immaginavo che il presidente del gruppo comunista fosse già a quattr’occhi con Berlinguer e così era. Detti l’allarme gridando la notizia. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiutò persino l’idea di quel che invece era accaduto: “Vai a quel paese!”, reagì sbattendo il telefono. Richiamai ripetendo la notizia: mi beccai una raffica di ben più grevi parolacce. Terza chiamata: stavolta non ripetei la notizia, fui io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Un incredulo Natta riferì con un bisbiglio a Berlinguer: “Frasca Polara ripete gridando che Moro è stato sequestrato, che c’è stata una strage…”.

Riattaccai balzando sulle (ormai scomparse) telescriventi che, con lo scampanellìo usato per segnalare grosse notizie, stavano trasmettendo i primi flash sull’agguato di via Fani. Strappate le prime righe dell’Ansa, salii su di corsa verso lo studio di Natta. Mi avevano appena preceduto, confermando la notizia, il vicepresidente Fernando Di Giulio, il mitico segretario d’aula del gruppo Mario Pochetti (l’unico che si poteva permettere un pesante, pubblico rimbrotto a Berlinguer quando il segretario del partito tardava a correre in aula per una delicata votazione) e ancora Teo Ruffa e Angelo Aver. La notizia sarà destinata a condizionare gli orientamenti pur assai difformi emersi nel gruppo dirigente del Pci? Non a caso Berlinguer aveva voluto vedere Natta prima della riunione della direzione. Certo, nessuna decisione era stata ancora presa (e, di sicuro, qualunque decisione sarebbe stata presa non all’unanimità ma a maggioranza: chiaro che Berlinguer e Natta avrebbero voluto mollar tutto e subito), ma un po’ prima delle dieci un’altra decisione, di tutt’altro taglio e significato politico, venne presa anche attraverso una concitata consultazione telefonica con i maggiori esponenti del partito in quello studio di Natta che aveva preso d’improvviso le sembianze di una sala-operazioni. Era la decisione di proporre ai presidenti del Parlamento e agli altri gruppi, come in effetti convennero, che tutte e due le Camere (prima l’assemblea di Montecitorio e subito dopo il Senato) votassero la fiducia nel giro di poche ore, e comunque in quella stessa drammatica giornata, affinché un governo nella pienezza delle sue funzioni potesse in qualche modo fronteggiare la più grave emergenza del dopoguerra, e certamente la più sconvolgente degli anni di piombo.

La consultazione era ancora in corso quando, in un angolo del grande tavolo da lavoro di Natta, Berlinguer – il volto contratto e di un pallore che non dimentico – stava rileggendo il testo dattiloscritto del discorso che avrebbe dovuto pronunciare in aula ma che era necessario e urgente rivedere da capo a fondo. E, fumando ininterrottamente certe sue sigarette piatte, vergava con la solita penna biro un nuovo cappello del discorso (il commosso pensiero rivolto allo statista prigioniero chissà di chi, lo sdegno per la strage della scorta, la necessità di una forte mobilitazione e vigilanza); poi ne cancellava con grandi sbreghi alcuni altri passaggi; correggeva qualche espressione e ne valutava i passaggi-chiave con Natta, Di Giulio e il suo portavoce Tonino Tatò.

Non dimentico nulla di quegli istanti, anche per aver più tardi ascoltato in aula il discorso che pubblicammo integralmente sull’Unità utilizzando il resoconto stenografico. (Testo originario e tagli, correzioni, e quelle aggiunte manoscritte del discorso sono consultabili alla Fondazione Istituto Gramsci e anche nella riproduzione anastatica di quei fogli che chiudono il secondo dei due volumi dei discorsi parlamentari di Berlinguer pubblicati nel 2001 dalla Camera. C’è la prova della cura con cui quel discorso fu rimaneggiato tanto necessariamente quanto profondamente.)

Prima, dunque, Berlinguer levò alta e forte – in un’aula di Montecitorio silente ed emozionata – la denuncia dello “attacco portato con calcolata determinazione contro una delle personalità più eminenti della vita politica italiana”: “Il momento è tale che tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l’attacco eversivo sia respinto con il vigore e la fermezza necessari, con saldezza di nervi, non perdendo la calma ma anche adottando tutte le misure e le iniziative opportune per salvare le istituzioni e per garantire la sicurezza e l’ordine democratico”. Poi l’appello a “porre in grado oggi stesso il governo di esercitare in pieno i poteri e i doveri che costituzionalmente gli competono”. Tanto più che – ecco il riferimento al compromesso ministeriale – “sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione (…) ha prevalso la linea della solidarietà, della corresponsabilità e della collaborazione”. Il compagno Berlinguer preciserà subito dopo il senso di quell’inciso. Non solo “l’opposizione della Dc ha impedito che la crisi si concludesse con la costituzione di un governo di unità nazionale e democratica di cui facesse parte anche il Pci”, ma per giunta si è costituito un governo che “per il modo con cui è stato composto, ha suscitato e suscita una nostra riserva critica e seri interrogativi e riserve”. E tuttavia “c’è la novità del nostro ingresso chiaro ed esplicito nella maggioranza parlamentare. Non ci sono dubbi possibili sulla rilevanza politica di questo fatto nuovo”.

Ma prima dell’intervento di Enrico Berlinguer, anzi ad aprire la drammatica, coinvolgente seduta era stato il presidente della Camera, il comunista Pietro Ingrao. “Nessuno può pensare che un’infamia di questo genere – disse con voce emozionatissima – riguardi solo la persona del presidente della Dc. E’ un attacco all’intero sistema democratico, alle conquiste di libertà e di civile convivenza che esso rappresenta (…) Si tratta di un proposito eversivo la cui gravità nessuno può sottovalutare. Per questo la risposta deve essere di tutti: le forze democratiche e antifasciste facciano in questo momento sentire la loro ferma volontà e tutto il loro impegno”. Ingrao sottolineò come “un fatto straordinariamente importante gli scioperi” già in corso: “La prova che la classe operaia è in prima linea nella necessaria mobilitazione in difesa dello Stato democratico”.

Attenzione, aggiunse il compagno Ingrao: “Non è battaglia di un giorno: richiede tenacia e determinazione lunghe, e il primo atto di questa battaglia deve esprimersi nella nostra fermezza, nella calma, nell’impegno di ciascuno a fare il proprio dovere, nel far lavorare le istituzioni dello Stato”. E, nell’invocare che “lo Stato finalmente si attrezzi per difendersi contro gli scellerati eversori” concluse scandendo queste parole: “Vogliono farci paura, non ci riusciranno”. Così si apriva una nuova, difficile pagina: i terribili cinquantacinque giorni della prigionia di Aldo Moro, l’assassinio del leader dc, la lenta consumazione, per fondamentale responsabilità dello scudo crociato, dell’esperienza della solidarietà nazionale alla quale aveva pensato per primo Berlinguer con quei suoi tre articoli su Rinascita. Ma questa è un’altra storia.

Nella prima ricostruzione a caldo di quei momenti avevo scritto sul nostro giornale che, se quella mattina Aldo Moro non fosse stato rapito e la sua scorta trucidata a via Fani, i comunisti avrebbero deciso di abbandonare la maggioranza subito, prima ancora del voto di fiducia. Ma che il tragico incalzare degli eventi aveva imposto a Berlinguer e Natta un’altra scelta (a questo punto condivisa da tutto il gruppo dirigente) “per mantenere piena solidarietà tra i partiti che sorreggevano la maggioranza del governo”, dirà Enrico più di un anno dopo davanti alla commissione d’inchiesta sull’affaire Moro.

La mia anticipazione dell’inevitabile atteggiamento del Pci fu severamente e pubblicamente criticata da Gerardo Chiaromonte, autorevole membro della direzione comunista, tra i maggiori esponenti dell’ala riformista del Pci e dieci anni dopo pure lui direttore dell’Unità. In replica al mio pezzo, Chiaromonte scrisse una lettera che il giornale pubblicò per la verità senza alcuna evidenza. Vi si precisava che nessuna decisione era stata ancora presa, che sarebbe stata la direzione a valutare tutti gli elementi e a trarne le conclusioni. In realtà più che una rettifica, ed un malcelato rimprovero a me che avevo accennato all’ipotesi della rottura, la lettera di Chiaromonte voleva dire, non solo a Berlinguer e Natta ma ad essi due in primis, che se si fosse posta la questione di abbandonare la maggioranza (ed io, come Gerardo Chiaromonte, so per certo che questa sarebbe stata l’opzione proposta da Enrico e sostenuta da Natta), in direzione ci sarebbe stata battaglia, e battaglia dura, con polemiche e strascichi forse non indolori. Sarà il caso di notare che Alfredo Reichlin, allora direttore del giornale, non ritenne opportuno intervenire, nemmeno privatamente, nei miei confronti, e relegò la lettera che mi contraddiceva in un angolo secondario del giornale. Nessun altro membro della direzione parlò in quei giorni della questione.

Ma una testimonianza realistica e significativa del clima in cui veniva vissuta la trappola preparata da Andreotti nel costituire il suo sesto governo, questa testimonianza è restata e fu resa nota solo a fine 2005 con la pubblicazione dei diari Dall’interno del vertice del Pci di Luciano Barca, scomparso alcuni anni dopo. Barca era in quel periodo uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer, tanto quanto lo era di Moro il consigliere di stato Tullio Ancora. In sostanza i due erano un po’ gli ufficiali di collegamento tra il segretario del Pci ed il presidente della Dc, giusto come a livello dei rapporti governo-partito facevano Di Giulio e Franco Evangelisti, l’ombra di Andreotti. Barca vi rivelò che la notte prima che Andreotti presentasse alle Camere il suo governo, ebbe un incontro improvviso con Ancora a pochi passi dalle rispettive abitazioni. Incontro non casuale nei tempi e nei modi. Barca aveva cercato Ancora per trasmettergli la “profonda delusione [del Pci] per la lista di governo”, fargli sapere dell’imminente riunione della direzione ma anche al fatto che “c’è chi non resiste a conquistare un titolo di giornale e qualche facile simpatia anticipando che di fronte alla lista presentata il Pci non voterà per il governo”.

Ecco allora che Ancora era stato pressantemente invitato a trasmettere in fretta, attraverso Barca, “un appello di Moro ad Enrico perché non si cambi la linea decisa, passando sopra ad alcuni uomini. Moro si faccia personalmente garante che il rinnovamento andrà avanti nonostante la lista di governo che ha dovuto tener conto di tutte le correnti della Dc”. Luciano Barca assicurò Ancora che “nessuna decisione è stata ancora presa anche se siamo tutti profondamente delusi e se certi nomi potevano esserci risparmiati e che l’indomani esamineremo tutti gli aspetti con serenità. Sappiamo di avere intrapreso un cammino non facile per entrambi. Non ci attendevamo certi massi posti per renderlo subito più impervio”. Svegliare Berlinguer a notte fonda? Barca decise che il mattino dopo, appena a Montecitorio, si sarebbe fatto latore del messaggio. Subito o l’indomani, ormai fu troppo tardi per tutto.