Guido Rossa, 40 anni dopo l’assassinio
alcuni punti oscuri ancora da chiarire

La mattina del 24 gennaio 1979, a Genova, Guido Rossa – 43 anni, operaio all’Italsider, sindacalista della Cgil e militante del Pci – era appena salito sulla sua Fiat 850. Fu ucciso da tre sicari delle Brigate rosse: Vincenzo Guagliardo, Riccardo Dura e Lorenzo Carpi. Avrebbero dovuto solo ferirlo, tuttavia – dopo i primi colpi sparati alle gambe da Guagliardo – il capocolonna Dura gli sparò, per finirlo. L’“accusa”? Aveva denunciato un terrorista infiltrato, visto mentre lasciava in fabbrica volantini con la stella a cinque punte. Così quell’operaio comunista – che non aveva alcuna scorta nonostante le minacce ricevute dopo la denuncia – fu sacrificato sull’altare dell’odio. Oggi nella lista dei trenta ex terroristi ancora ricercati c’è anche uno dei suoi assassini. È Carpi. In quegli anni di piombo era un 25enne. Oggi non si sa neppure se è vivo; di certo, si sa che non è mai stato catturato e che non ha scontato neppure un giorno dell’ergastolo inflittogli. 

All’epoca del delitto, già da tempo il Partito comunista italiano e i suoi dirigenti, anche a livello locale, erano minacciati dai gruppi armati. E da vari anni il partito di Enrico Berlinguer, dopo aver sbagliato sospettando che i brigatisti fossero “provocatori” di estrema destra, aveva riconosciuto che le Br e gli altri gruppi affondavano le radici, per quanto malate, nella storia della sinistra. Aveva chiesto ai militanti di vigilare contro il terrorismo, denunciando le persone sospette. L’assassinio di Rossa – che oggi sarà ricordato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’ex Italsider genovese (poi Ilva, ora ArcelorMittal) – contribuì fortemente al declino delle Br e del terrorismo di estrema sinistra in Italia. Il delitto tolse gli ultimi alibi a tanti che, a sinistra del Pci, simpatizzavano per le imprese dei terroristi oppure li consideravano “compagni che sbagliano”. I “militanti armati” si rivelarono per quello che erano: fanatici assassini, per giunta vulnerabili a infiltrazioni da parte chi (è il caso del rapimento e dell’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, nel 1978) probabilmente li ha usati come killer, più o meno a loro insaputa. Anche intorno alla fine di Guido Rossa, secondo sua figlia Sabina (quel giorno aveva 16 anni; dal 2006 al 2013 è stata parlamentare del Pd), ci sono alcuni interrogativi senza risposta.

«Guagliardo, con il quale ho parlato a lungo, non sapeva niente (a proposito dell’intenzione di uccidere Rossa, ndr) – ha raccontato a Giovanni Bianconi del Corriere della Sera – ma vorrei capire se l’intervento di Dura fu una decisione personale o condivisa dalla direzione nazionale delle Br. Ho chiesto a Mario Moretti di incontrarmi ma non ha voluto, lui potrebbe spiegare. Così come Lorenzo Carpi, se fosse ancora in vita, potrebbe dire chi l’ha aiutato a fuggire per quarant’anni e di quali coperture ha goduto per un tempo così lungo».  

Quesiti tornati attuali dopo l’estradizione in Italia dell’ex terrorista Cesare Battisti, accompagnata da una «volontà di strumentalizzazione politica» che la figlia di Rossa non ha approvato: «Io non cerco vendetta – ha affermato Sabina, che in passato ha chiesto che Guagliardo fosse scarcerato dopo 31 anni in galera – ma non è giusto che un colpevole non abbia scontato neanche un giorno di una condanna all’ergastolo. Così come non c’è giustizia senza verità e quella verità per me è ancora deficitaria». Ha precisato: «Guido Rossa non aveva alcuna forma di tutela, sebbene fosse il primo e unico testimone a puntare il dito in un’aula di tribunale contro un fiancheggiatore delle Br. Lo Stato s’è voltato dall’altra parte. Non credo che fu solo sottovalutazione, viene il sospetto che una vittima del genere potesse essere funzionale alle tesi che il terrorismo fosse solo una questione interna alla sinistra. O a qualche altro disegno. Il Pci e il sindacato invece rimasero a guardare, lasciandolo solo nella sua denuncia». Le parole di Sabina devono pesare anche oggi, 40 anni dopo la tragedia. Perché non è mai troppo tardi per fare chiarezza sui tanti punti oscuri degli anni del piombo e delle stragi.

Ora, però, è utile ricordare – a chi c’era e ricorda poco, a chi era ancora molto piccolo, a chi non era ancora nato – quale è stato il clima in cui Guido sacrificò la sua vita in nome della legalità e della democrazia. Quella mattina del 24 gennaio 1979 i tre assassini delle Brigate rosse lo aspettarono in via Fracchia, nei pressi della sua auto; prima che andasse in fabbrica, come ogni giorno. La loro missione: punire il “delatore” e la “spia”. Gli spararono alle 6.30. Un lavoro sporco ma comodo: nessuno sapeva ancora che i terroristi della “colonna genovese” avevano il covo nella stessa strada. Tutto era iniziato qualche tempo prima: Rossa – eletto come delegato del suo reparto con il voto degli operai e quello degli impiegati – aveva notato un compagno di lavoro, Franco Berardi, girare in bici dentro l’enorme stabilimento (11.000 dipendenti e altri 4.000 lavoratori dell’indotto) e poi lasciare un pacco di volantini delle Br sopra una macchina automatica per il caffè. Qualcuno avrebbe voluto far finta di niente. Per paura. O perché si sottovalutava il ruolo degli infiltrati. Guido Rossa, invece, decise di denunciarlo. Berardi fu arrestato.

Poco dopo, qualcuno pensò di tutelarsi facendo uscire dalla fabbrica il suo nome e indicandolo come unico responsabile dell’arresto. Sui muri di Genova e dentro la fabbrica comparvero scritte in cui Rossa era definito una spia. Ma lui continuò con la sua vita normale. Famiglia-lavoro-sindacato-partito-hobby. D’altra parte aveva tanti interessi. Appassionato rocciatore (tanto che portava intere scolaresche in montagna), ottimo fotografo (fece varie mostre), pittore per diletto, grande lettore (poteva citare con precisione Gramsci e Marcuse), solidale con le persone in difficoltà. Come sappiamo, non ebbe alcuna scorta. In compenso gli dissero che si sarebbe potuto difendere da solo e gli diedero il porto d’armi. Ma non prese la pistola: «Potrei rischiare di farmi prendere la mano e di colpire un innocente… », disse ai suoi amici e ai suoi cari. Poi: “Se non sapessi affrontare i rischi, non sarei un rocciatore”.

Il brigatista Valerio Morucci, uno dei leader, vari anni dopo spiegò alla Commissione parlamentare sulle stragi il senso di quel delitto: «Le Brigate rosse, come tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare rivoluzionaria italiana, vedevano il Pci come il fumo negli occhi, come i traditori, come coloro che avevano affossato ogni speranza rivoluzionaria in questo paese (…) Nonostante che la posizione del Pci fosse quella (di denunciare i brigatisti, ndr), l’esecutivo non aveva assolutamente deciso che Rossa andasse ucciso. È stata l’iniziativa particolare di Dura, che non voleva saperne assolutamente di attenuare la sua posizione di totale odio nei confronti di Rossa. Il mandato era di ferirlo alle gambe». Dura, però, non fu “punito” per quella insubordinazione e continuò ad avere un ruolo di rilievo nelle Br. 

Il giorno dopo l’assassino, l’Unità scrisse a tutta pagina: «Le Brigate Rosse gettano la maschera. Operaio comunista trucidato a Genova». Nell’editoriale, non firmato, si leggeva: «Cade definitivamente la maschera, quella maschera “rivoluzionaria” e “operaista” che le Brigate rosse avevano finora cercato di rendere credibile… Ma su questa strada non sono andati lontano. Abbiamo fatto muro. …Così la propaganda dei terroristi, i loro farneticanti proclami, sono caduti nel vuoto, e proprio dalla classe operaia è venuta la risposta politica più ferma e combattiva. Perciò il compagno Rossa… non è stato colpito a caso. …La vile rappresaglia si indirizza contro chi ha combattuto davvero, ha difeso la libertà e la democrazia, contro un operaio povero che ha difeso lo Stato democratico non a parole, e non per mungerlo e ottenere qualche privilegio. È Rossa l’eroe dei nostri tempi. … La classe operaia si dichiara ancora una volta pronta a fare il suo dovere. Ma chiede che lo facciano tutti”.

Nel giorno dei funerali, arrivarono a Genova quasi mezzo milione di persone, moltissimi gli operai. Tra bandiere del Pci e dei sindacati, pugni chiusi, lacrime. C’erano il presidente della Repubblica Sandro Pertini, il segretario del Pci Enrico Berlinguer, quello della Cgil Luciano Lama. Rossa diventò l’eroe civile, simbolo della resistenza operaia contro i brigatisti. Un eroe, anche se lui non aveva mai desiderato interpretare quella parte. Semmai si sentiva “soltanto” un cittadino, un operaio, un democratico, un militante del Pci, un sindacalista: insomma un uomo normale, che non poteva non fare quello che ha fatto.