Guerzoni, l’uomo che era il Pci

Se ne è andato uno dei patriarchi di quel grande partito-chiesa che fu il Pci emiliano-romagnolo. Eppure la scomparsa di Luciano Guerzoni, morto ieri a 82 anni nella sua Modena, è stata celebrata con ordinarie parole di rito dalla politica, tutte concentrate a ricordarne il certamente rilevantissimo ruolo istituzionale che ebbe prima in Regione (fu dall’87 al 90 presidente della giunta e dal 90 al 92 presidente del Assemblea) e poi in Parlamento, per quattro mandati senatore. Stranamente nessuno lo ha ricordato come segretario regionale comunista per nove lunghi e cruciali anni, dall’78 all’87. Guerzoni “era il Pci”, la sua sintesi. Impersonava quel ruolo con rigore e passione, consapevole della responsabilità di essere a capo di una comunità di 400 mila iscritti che “al partito” chiedeva sicurezze in una fase di mutazione della politica e di trasformazione della società.

Ho seguito, da cronista de l’Unità, buona parte del suo percorso politico e istituzionale in regione. Era un personaggio calmo, pacato, gentile. Un vero signore, mai sopra le righe. Devo dire che avevamo legato benissimo e riuscivamo a capirci al volo. Da segretario regionale girava nei territori come una trottola, di federazione in federazione. Convocava la direzione del partito, al piano terra di via Barberia 4, con una frequenza impressionante e su “ordini del giorno” di incredibile meticolosità. Voleva sapere tutto quel che accadeva in Emilia-Romagna. Non perché fosse un accentratore, anzi. Ma perché sentiva il bisogno di capire, attraverso il flusso delle notizie dai territori, come e in quale direzione si muovesse il corpaccione della regione ancora patria del miglior riformismo espresso dalla sinistra. Era succeduto a Sergio Cavina ed aveva ceduto il suo posto a Davide Visani quando aveva ereditato da Lanfranco Turci la presidenza della Regione Emilia-Romagna. Comprendeva le trasformazioni in atto ma si rendeva conto che sarebbe stato impossibile farle metabolizzare appieno al partito. Capiva come gli schemi sociali ed economici, così bene governati dal dopoguarra ad allora dal Pci, stessero mutando e che l’introduzione dei primi algoritmi nella gestione delle politiche di bilancio avrebbe tolto ruolo e peso alla politica. Un giorno, quando si era appena insediato presidente della Regione, mi capitò di scambiare con lui qualche battuta sull’alta velocità ferroviaria che Fs (non ancora Trenitalia) aveva iniziato ad offrire con le prime corse degli affusolati Etr450 tra Milano e Roma. “Mah, io vedo quei treni nuovissimi cari e vuoti mentre il trasporto pendolare arranca. Non ci siamo…”. Aveva messo a fuoco una parte del problema, quello di una nuova mobilità, ma non si dava pace per l’inadeguatezza della vecchia (tra l’altro fondamentale nella filosofia politica, allora imperante, della regione metropolitana policentrica).

Fu lunga e densa la sua esperienza di segretario regionale del Pci, iniziata all’indomani del terribile ’77 e abbastanza breve (tre anni) quella di presidente della Regione che ebbe nelle crisi ambientali dell’Adriatico, forse, il momento più impegnativo. Ma in quei frangenti colse anche il peso che avrebbe potuto avere l’immigrazione e diede un sostanziale via libera alla legge Martelli, primo tentativo organico di ridefinire lo status di rifugiato, introdurre la programmazione dei flussi, precisare le modalità di ingresso e respingimento.

Consegnato il ruolo di presidente della Regione al socialista Enrico Boselli, Guerzoni completò il suo percorso politico con ruoli importanti ma più defilati. Penso abbia vissuto con molta inquietudine tutte le evoluzioni del partito. Il suo ultimo incarico, quello di vice presidente dell’Anpi (ai tempi dello strappo col Pd sul referendum costituzionale), dice molto della persona. Svela anche che “il partito” non ha bisogno di patriarchi perché non è più chiesa.