Guerra e voyeurs
all’ora di cena

In tutti i tempi gli uomini, per qualche pezzo di terra in più o in meno, han convenuto tra loro di spogliarsi, di bruciarsi, di uccidersi, di sgozzarsi a vicenda. E per farlo più ingegnosamente e sicuramente hanno inventato delle belle regole che vengono chiamate arte militare; e dalla pratica di queste regole hanno fatto dipendere la gloria o la solida reputazione; e di poi, di secolo in secolo, hanno raffinato il modo di distruggersi reciprocamente.

Nell’ingiustizia dei primi uomini sta l’unica causa dell’origine della guerra e la necessità in cui gli uomini si sono trovati di darsi dei padroni che fissassero i loro diritti e le loro pretese. Se, contento del proprio, l’uomo avesse potuto astenersi dal bene del vicino, avremmo goduto sempre pace e libertà.

Il popolo tranquillo presso i focolari, in mezzo ai suoi, nel centro di una grande città in cui non ha nulla da temere né per i propri averi né per la propria vita, respira fuoco e sangue, s’occupa di guerre, di rovine, di conflagrazioni, di massacri, mal sopporta che degli eserciti in campagna non vengano alle armi, che, se sono di fronte, non combattano, o che, giunti allo scontro, il combattimento non sia cruento e non rimangano almeno diecimila uomini sul campo. Giunge spesso persino al punto di dimenticare i suoi interessi più cari, il riposo e la sicurezza, per l’amore del cambiamento, per il gusto del nuovo e dello straordinario.

C’è chi consentirebbe a vedere ancora una volta i nemici alle porte di Digione o di Corbie, a vedere tendere catene e fare barricate per il solo piacere di darne o di apprenderne la notizia.

(Jean de La Bruyère, “I Caratteri”, 1688)