Il regista Segre: “Così
ho previsto l’inferno libico”

L’ordine delle cose” è il terzo lungometraggio di finzione di Andrea Segre, dopo “Io sono Li” e “La prima neve”. Tre film che si affiancano, in una carriera iniziata nel lontano 1998, a numerosissimi documentari che fanno di Segre uno dei “cineasti del reale” più importanti del XXI secolo. In realtà è abbastanza arduo usare la parola “finzione” a proposito di “L’ordine delle cose”: quando è stato presentato fuori concorso a Venezia, a fine agosto 2017, tutti abbiamo avuto la sensazione che la realtà fosse improvvisamente entrata dentro lo schermo. Era come se il film di Segre fosse stato girato in quegli stessi giorni – tra l’altro, la presentazione a Venezia è avvenuta in coincidenza del vertice parigino al quale hanno partecipato il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier spagnolo Mariano Rajoy e l’Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, alla presenza del premier libico Fayez Serraj e dei presidenti di Niger e Ciad, Mahamadou Issoufou e Idriss Deby. Un vertice che ha visto l’Europa sposare la politica del governo italiano sui flussi migratori nel Nord-Africa e nel Mediterraneo. In sostanza, la trama del film: che vede un poliziotto italiano – Paolo Pierobon – spedito dal Ministero degli Interni in Libia per tentare di bloccare i migranti in quel paese, anche a costo di stringere mani sporche di sangue e patti scellerati con i peggiori trafficanti di esseri umani.

Abbiamo chiesto a Segre di commentare, a posteriori, la “preveggenza” dimostrata con questo film. Partendo però da un dato politico e drammaturgico che rende “L’ordine delle cose” particolarmente interessante.

Andrea, alcuni tuoi documentari – da “Come un uomo sulla terra” a “Mare chiuso” – si erano occupati del fenomeno dell’immigrazione dal punto di vista dei migranti. Perché hai scelto, come protagonista di questo film, un servitore dello Stato, addirittura un poliziotto?

Premessa: io considero il mio lavoro un privilegio. Sono pagato per raccontare storie. Ho una gran fortuna, che ho conquistato con fatica ma che credo di dover gestire con rispetto. Tradurre questo rispetto nelle storie che racconto con i miei film significa, per me, arrivare a queste storie attraverso un percorso di conoscenza. Sono uno curioso, mi piace viaggiare, incrociare mondi e persone che non conosco. Lo considero un arricchimento personale, oltre che artistico. Per questo ho deciso a monte che volevo raccontare il fenomeno delle migrazioni nel Mediterraneo dal punto di vista di un poliziotto. Mi è capitato spesso, per i documentari che ho realizzato, di conoscere dei poliziotti. Ci trovavamo negli stessi posti, a fare cose apparentemente simili ma con scopi tendenzialmente opposti. È un mondo, una vita che non conosco. E che mi incuriosiva. Siccome odio il manicheismo, non ho mai pensato alle forze dell’ordine come a una controparte, ma semmai a un’ALTRA parte; e quante volte ho pensato: sarebbe bello entrare nella testa di questa gente, provare a raccontare il mondo come lo vedono loro. Il punto di vista è nato così, accoppiato all’esigenza di raccontare non una storia singola, ma un sistema. E questo sistema, per me, si riassume nell’espressione felicemente inventata da Emma Bonino: la strategia del tappo. Posso affermare senza tema di smentite che circa l’80% delle risorse e degli uomini che l’Italia investe in questo ambito è finalizzato alla costruzione del tappo. L’idea è: bisogna fermarli là, dove si trovano. L’importante è che noi non li vediamo. E qui si crea la prima dialettica sulla quale è costruito il film: questa strategia è in contraddizione con la filosofia di un poliziotto – o almeno, con la filosofia di un poliziotto perbene. Semplificando, un poliziotto che fa bene il suo lavoro vuole risolvere i problemi, arrestare i cattivi, fare giustizia. La strategia del tappo, che invece vuole allontanare i problemi e abbandonarli in altre mani, va contro ogni suo principio.

Come vi siete documentati, tu e il tuo co-sceneggiatore Marco Pettenello?

Abbiamo incontrato numerosi poliziotti che lavorano nella task-force cosiddetta di anti-immigrazione. La prima cosa da dire, dal punto di vista psicologico (ma un regista, un narratore, lavora anche e prima di tutto sulle psicologie), è che lavorano in condizioni di estrema tensione. Sono scissi tra le direttive che ricevono e l’istinto che li porterebbe a comportarsi in modo diverso. La prima cosa che gli dicono – esattamente come a Corrado, il poliziotto del film interpretato da Paolo Pierobon – è di non conoscere personalmente il nemico, sia esso un migrante o un trafficante. La spersonalizzazione è alla base di tutto, l’interesse per i casi singoli è vietato. Anche questa, per loro, è una contraddizione: un poliziotto serio vuole conoscere, sapere, individuare quale abuso ha subito una persona e da parte di chi. Hai di fronte dei migranti, delle vittime: non è come essere attaccati durante una manifestazione. Se un poliziotto si trova a difendersi da una massa di manifestanti, è ovvio che non vada a chiedere la carta d’identità a ciascuno di loro; ma quando ti trovi di fronte a una massa di disperati, sei umanamente portato a preoccuparti di loro, delle loro storie. E questo è proibito. Questo mi pareva un ottimo punto di partenza narrativo e psicologico.

Come avete contattato i poliziotti?

Fra l’ottobre del 2013 e il maggio del 2014, preparando il film, ho avuto modo di confrontarmi con una decina di poliziotti che lavoravano nel contesto dell’immigrazione. Tre di loro erano attivi proprio nel teatro italo-libico e sono stati i più difficili da individuare, perché in quel periodo tutti negavano che in Libia ci fossero forze dell’ordine italiane attive sul campo. Li ho trovati attraverso il passaparola: amici di amici, contatti di giornalisti con cui avevo collaborato. Con alcuni, l’approccio è stato graduale, anche difficoltoso: appuntamenti mancati, telefoni che non rispondevano, poi all’improvviso un contatto… Molti hanno rifiutato. Altri si sono offerti come tramite: io non posso parlare, ma prova a contattare questo collega… La riservatezza era data reciprocamente per scontata. Quelli con cui abbiamo effettivamente lavorato erano molto disponibili al confronto. Occhio agli equivoci: non parliamo di “poliziotti compagni”, come si sarebbe detto una volta, ma di persone disposte a ragionare sul proprio lavoro. Erano molto incuriositi dal fatto che io volessi scrivere un film, non un articolo di giornale. Sono abbastanza sicuro che quasi tutti, con un giornalista, non si sarebbero sbottonati. Io sono stato chiarissimo su questo punto: ho sempre detto, come primissima cosa, che avrei raccontato un poliziotto finto, immaginario; che nessuno di loro sarebbe comparso nel film, o nei titoli, con il suo nome.

Cosa ti hanno raccontato? E quanto dei loro racconti è entrato nel film?

Mi hanno raccontato i loro scrupoli etici, umani. Tutti quanti. Arrivava sempre un punto in cui mi dicevano “stop”, e si fermavano. Molti eventi del film sono ispirati alle loro testimonianze, altri sono frutto della nostra legittima invenzione di sceneggiatori – ma tutti sono stati confrontati con loro, o almeno con quelli fra loro che hanno collaborato con noi fino al 2015 leggendo anche varie stesure della sceneggiatura. La storia di Swada, la donna africana che chiede aiuto a Corrado, è inventata: ma diversi di loro l’hanno definita verosimile. Oggi che il film esiste, alcuni di loro sono scomparsi, i telefoni che avevamo risultano inattivi; ma altri si sono fatti vivi e vorrebbero vedere il film. Non escludo che un paio di loro, prima o poi, siano disposti a uscire allo scoperto, a farsi intervistare.

Il film racconta tre personaggi che sono in rapporto dialettico fra loro. Non c’è solo il punto di vista del poliziotto.

Corrado, il poliziotto protagonista, è un uomo tormentato che vorrebbe risolvere i problemi; Luigi, il poliziotto interpretato da Giuseppe Battiston è un cinico disilluso che lavora sul campo, quasi da espatriato, e non si fa più nessuna illusione; il funzionario del Ministero degli Interni interpretato da Roberto Citran rappresenta ciò che c’è di più marcio della nostra società. Ovviamente Corrado entra in conflitto con entrambi, soprattutto con il secondo. C’è un contesto, interno alla polizia, che rende credibili questi rapporti e che forse è utile raccontare. Fino al 2007-2008 per un poliziotto lavorare all’anti-immigrazione era da sfigati. Il problema sembrava marginale, era un settore dove non si faceva carriera. I settori dove fioccavano promozioni e visibilità erano l’anti-mafia, la DIA: soprattutto in Sicilia, che è poi la regione dove si gioca questa partita. Dopo il 2010 il tema è diventato politicamente rilevante ed è cambiato tutto. L’immigrazione è un tema centrale delle campagne elettorali, sul quale ci si giocano poltrone da ministro e da sottosegretario: per cui lavorare in quel campo, anche in polizia, è diventato “figo”. Si fa carriera. Se si ottengono risultati politicamente rilevanti, anche in campo internazionale, si può diventare questori. Con un aspetto paradossale, che da fuori può sfuggire: negli anni “sfigati” erano cresciute, in quel settore, persone di spessore, con competenze a livello internazionale. Quando il settore è finito sotto la lente d’ingrandimento della politica, quelle persone sono state schiacciate da altre persone mandate lì esclusivamente per motivi politici e clientelari. È quello che succede a Corrado nel suo rapporto con il sottosegretario. Corrado nel 2011 era in Ucraina, lo diciamo in un dialogo, per far capire che è uno esperto, con un curriculum qualificato, che lavora bene. Poi arriva il politico che lo spedisce in Libia chiedendogli risultati “notiziabili”. In questo orrido neologismo si racchiude il senso del film e del momento storico che stiamo vivendo. Nulla è più “notiziabile” del calo degli sbarchi al quale abbiamo assistito quest’estate. E il “notiziabile” pesa tantissimo nella vita di queste persone. È un’ossessione.

Quando ti sei reso conto che il film andava a “battere” con l’attualità in modo così clamoroso?

Io ho fatto il documentario “Mare chiuso” nel 2012. Era un film sui respingimenti del 2009-2010, poi condannati dalla Corte dei diritti umani. Oggi siamo all’estremo, si sta verificando quello che “L’ordine delle cose” racconta e che noi abbiamo scritto in sceneggiatura fra il 2015 e il 2016. Un poliziotto come Corrado dice: “È inutile fermare le barche, quei poveracci poi dove vanno? Il flusso non si ferma e in Libia li mettono nei lager, li torturano, li stuprano, li trattano come bestie”. Il sottosegretario risponde: “Lei fermi le navi e prima o poi si fermerà il flusso”. Avevamo capito che si andava in quella direzione: diversi “Corrado”, cioè diversi poliziotti ai quali il personaggio di Corrado è ispirato, ce lo avevano detto. L’idea che il 2017 sarebbe stato l’anno cruciale faceva capolino già nei colloqui con le nostre fonti, e nelle nostre riflessioni. Quando nel dicembre 2016 Marco Minniti è stato nominato Ministro degli Interni ci avrei scommesso qualunque cosa. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che Angelino Alfano, Ministro degli Esteri, è scomparso da questa storia. Si è tolto dai piedi, sta zitto e aspetta i voti che comunque si prenderà, tanto per lui l’unica cosa che conta è rimanere al governo, chiunque sia al governo! Minniti controlla i servizi segreti e tutta la pratica viene gestita dal Ministero degli Interni: diventa una questione di ordine pubblico, non più di accoglienza a livello internazionale. Le notizie si sono succedute, spesso in sordina: ma erano notizie facilmente leggibili per chi ne comprendeva il contesto. “Le Monde”, la “Associated Press” e la “Reuter” hanno parlato dei rapporti fra l’Italia e i trafficanti libici, in particolare Ahmed al-Dabbashi, che ha questo grottesco soprannome da film di gangster – lo chiamano “lo zio”. Ad oggi, nessuno ha potuto ufficialmente smentire. Ma la conferma definitiva che eravamo sul pezzo l’ho avuta verso la fine delle riprese, che si sono svolte dal 6 marzo al 18 aprile di quest’anno. A inizio aprile, un sabato, eravamo nel porto di Palermo per girare una scena logisticamente complessa per la quale avevamo avuto i permessi e la collaborazione della Guardia Costiera. Salendo sulla barca per girare, un marinaio mi chiede: “Ma allora questo film parla dell’accordo con la Libia?”. Era una domanda che conteneva una risposta, per farmi capire che avevano capito. Ho chiamato quel giorno stesso Benni Atria, il montatore, per dirgli di accelerare. Dovevamo assolutamente uscire subito dopo l’estate!

Il film è stato presentato al Senato. Sai se il ministro Minniti, o qualcuno del suo staff, ha visto il film?

Me lo chiedono tutti. Io rispondo sempre: mi piacerebbe molto che lo vedessero. Mi piacerebbe conoscere le loro reazioni. La tensione morale di Corrado dovrebbe essere la loro. La Libia è un paese nel quale lo “zio”, e altri come lui, hanno preso soldi dall’Italia in base a un patto: questi sono per te, fanne quello che vuoi ma l’importante è che tieni i migranti in Libia e non li fai arrivare da noi. Io spero che la sera, quando vanno a dormire, pensino a queste cose. Non voglio credere che se ne fottano. Altrimenti la “banalità del male” raccontata da Hannah Arendt è niente al confronto.

Una nota a margine, per chiudere “in levare” – e forse non del tutto secondaria. È molto interessante che Corrado sia un ex atleta. Lo vediamo spesso allenarsi alla scherma. Come se per lui fosse un modo di rilassarsi, o di concentrarsi. È un tratto che lo rende molto umano.

Diversi dei poliziotti che ho incontrato sono ex atleti, che a carriera finita sono rimasti in polizia per avere un lavoro stabile – perché in certi sport, come la scherma o il tiro o l’equitazione, diventi ricco solo se vinci una montagna di medaglie olimpiche, e forse nemmeno così. Per cui, molto presto, ci siamo dati l’obiettivo di individuare uno sport che Corrado avesse praticato ad alto livello, magari senza essere un campionissimo, e che potesse raccontare la sua tensione emotiva, la sua etica, il suo modo “sommesso” di essere un uomo d’azione. La scherma mi piaceva perché ha una sua ritualità: i saluti, le posizioni, la maschera che copre il viso, le divise bianche… e anche perché è uno sport a suo modo misterioso, in cui l’occhio di un profano non distingue quasi mai chi ha “toccato” e fatto il punto. Infatti, nella scena in cui Corrado tira con il figlio, e perde, ho messo sullo sfondo il tabellone del punteggio per far capire allo spettatore come sta andando lo scontro. La cosa affascinante, nel film, è che Corrado si allena tirando da solo, quindi contro se stesso. Ti svelo una cosa: ho fatto leggere la sceneggiatura a Toni Servillo, era una prima ipotesi per il personaggio di Corrado, ma è stato subito chiaro che non avrebbe potuto fare il film: ci siamo comunque confrontati da amici, e mi ha confessato che la cosa che l’aveva colpito di più in tutto il copione era la scena in cui Corrado fa la scherma con la wii, davanti al televisore, quindi – di nuovo – contro se stesso. Se avessi fatto il film, mi ha detto, quella scena sarebbe stata il punto di partenza per entrare nel personaggio. Sono quelle cose che ad un attore piacciono da morire, perché non sono verbali, sono apparentemente marginali ma ti danno la chiave per entrare in una psicologia. Infatti è poi piaciuta moltissimo anche a Paolo Pierobon, che ha fatto un Corrado strepitoso.