“Grimilde” svela le mire
della ndrangheta
in Emilia Romagna

Grimilde nella fiaba di Biancaneve era la matrigna, regina e strega cattiva che amava guardarsi allo specchio magico per sentirsi dire che la più bella del reame era lei. Nella odierna e immaginifica titolazione investigativa, Grimilde è l’ennesima operazione che costringe a guardarsi allo specchio una collettività ancora poco propensa a farlo, per vedere quanto “il reame” sia imbruttito e infestato dalla presenza mafiosa. Il reame infestato, in questo caso dalla cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri,  ha come capitale la provincia di Reggio Emilia, ma si estende a buona parte della regione, nonché a pezzi consistenti della Lombardia e del Veneto.

Il processo Aemilia

A otto mesi dalla conclusione in primo grado del processo Aemilia –  il troncone reggiano in rito ordinario, mentre per l’altro  in rito abbreviato a Bologna le sentenze sono già definitive – riecco magistratura e forze dell’ordine all’opera, con grande spiegamento di forze, per un altro colpo alla potente cosca che, partendo da Cutro, provincia di Crotone, ha colonizzato per decenni una delle zone più ricche d’Italia. Trovando, per altro, terreno fertilissimo nell’omertà e nella complicità di pezzi del locale tessuto economico, sociale, amministrativo, politico. Con tredici ordinanze di custodia in carcere, tre di arresti domiciliari, settantasei indagati, cento perquisizioni, beni sequestrati per milioni di euro, Grimilde riaccende i fari su vecchi e nuovi protagonisti della ‘ndrangheta in salsa emiliana. Le accuse, distribuite a vario titolo tra gli indagati, pescano nell’ampio campionario di reati in cui la consorteria si è specializzata: oltre alla associazione a delinquere di stampo mafioso, l’estorsione, la tentata estorsione, il trasferimento fraudolento di valori, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, il danneggiamento e la truffa aggravata

E dunque il processo Aemilia, per quanto sia il più grande mai celebrato nel nord Italia, non è bastato a estirpare il radicamento mafioso. Non sono bastati – per stare solo alla sentenza del rito ordinario, alla quale vanno aggiunte le pene comminate nel rito abbreviato a Bologna – le centoventicinque condanne, gli oltre milleduecento anni complessivi di carcere, le decine e decine di beni mobili e immobili confiscati (aziende, quote societarie, terreni,, mezzi agricoli e industriali, automobili e moto, appartamenti e garage, conti correnti e polizze assicurative), i risarcimenti per parecchi milioni di euro alle parti civili. Antonio Valerio, uno dei più importanti “pentiti” della cosca, lo aveva preannunziato chiaramente a conclusione della sua ultima deposizione nell’aula speciale allestita al Tribunale di Reggio Emilia: “Non è finito niente, non illudetevi. Altri ‘ndranghetisti si stanno già organizzando”.

Valerio non si riferiva soltanto ai numerosi processi ancora in corso a carico della cosca Grande Aracri: dal residuo spezzone denominato Aemilia bis al processo su omicidi e attentati avvenuti in territorio reggiano nel lontano 1992 (caso riaperto alla luce delle testimonianze rese dei pentiti); dal processo Pesci sulla penetrazione nella bassa Lombardia (giunto alla sentenza di secondo grado nel marzo scorso) al processo Kyterion che si è svolto a Catanzaro (la sentenza definitiva è di poche settimane fa,  tra l’altro con la condanna all’ergastolo del boss Nicolino Grande Aracri).  Quel “non è finito niente” ha trovato puntuale riscontro negli sviluppi di altre inchieste, a loro volta variamente intrecciate con il filone principale di Aemilia.  Nel  marzo scorso l’operazione “Camaleonte” ha messo nel mirino l’articolazione veneta della cosca, tra Padova, Treviso, Vicenza e Venezia, con 33 nuove ordinanze di custodia cautelare (associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, violenza, usura, sequestro di persona, riciclaggio, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti), accompagnate da sequestri di denaro contante, conti correnti, quote societarie, beni mobili e immobili.

Chi tira le fila

Ora è il turno di “Grimilde”, il cui epicentro è di nuovo il territorio reggiano  – particolarmente Brescello, la cui amministrazione comunale fu sciolta per mafia e commissariato per due anni – con propaggini nel parmense, nel piacentino e nel mantovano. A tirare le fila del malaffare, manco a dirlo, ancora i Grande Aracri: Francesco, fratello del boss Nicolino e a sua volta già pregiudicato (scontò alcuni anni di carcere per una vecchia inchiesta, nota come Edilpiovra), i suoi figli Salvatore e Paolo, anche alcune donne della famiglia. Ma, come è ormai abituale, insieme a questi e ad altri nomi ben conosciuti, anche in “Grimilde” compaiono i cosiddetti insospettabili. Come Giuseppe Caruso, funzionario della Agenzia delle Dogane a Piacenza, nonchè presidente del locale consiglio comunale in quota al partito Fratelli d’Italia. O come Romano Serafino, ufficiale giudiziario del Tribunale di Reggio Emilia. E via elencando i tanti prestanome, faccendieri, intermediari, professionisti che si prestavano alla vorticosa sequenza di società di comodo, intestazioni fittizie, truffe, frodi che rimpinguavano gli affari sporchi della consorteria.

Per non farci mancare nulla, tra pochi giorni il Gup di Bologna dovrebbe poi pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio che il dott. Marco Mescolini, già pubblico ministero al processo Aemilia per conto della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, ora procuratore capo a Reggio Emilia, ha chiesto nei confronti di undici persone, accusate di “violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario, con aggravante del metodo mafioso”. Un’altra brutta storia, in questo caso modenese, nella quale compare tra gli altri il nome dell’ex senatore Carlo Giovanardi, che fu addirittura membro della commissione parlamentare anti-mafia.  Pure di altre inchieste recenti emiliane, nelle quali sono coinvolte centinaia di persone per illegalità economiche e fiscali di ogni ordine e grado, si attendono gli sviluppi giudiziari. Mentre non sono affatto cessati a Reggio e dintorni gli episodi di cronaca nera, in particolare gli incendi dolosi. Ma anche gli spari contro esercizi commerciali. per i quali nel febbraio scorso sono finiti in carcere i tre figli di Francesco Amato, uno dei condannati nel processo Aemilia e protagonista di una clamorosa “protesta” con sequestro di persone per diverse ore in un ufficio postale.

Evasione fiscale e penetrazione mafiosa

Infine, anche se la parola “fine” come abbiamo visto è fuori luogo, proprio in questi giorni la Guardia di Finanza di Reggio ha reso noto il bilancio della propria attività tra gennaio 2018 e maggio 2019. Le Fiamme Gialle hanno scoperto 89 evasori totali, per un ammontare stimato in 161 milioni di euro sottratti al fisco; hanno denunciato 315 persone per violazioni tributarie e fatture false; hanno individuato operazioni inesistenti per 45 milioni di euro; hanno riscontrato oltre cinquecento casi di irregolarità nella emissione di scontrini e ricevute fiscali; hanno sanzionato 25 datori di lavoro per l’impiego di mano d’opera in nero. Anche questi fatti e numeri  che aiutano a capire come e perché la penetrazione mafiosa trovi alimento in un tessuto sociale ove è comunque diffusa l’illegalità “ordinaria”. E viceversa.