Cinque stelle in affanno. E’ la Lega che comanda

Ma come grandina sul Mov.  Tre sconfitte elettorali, una al mese (Molise, Friuli Venezia Giulia, comunali)  dopo il trionfo alle politiche.  Tracolli al nord, al centro e al sud: dal 25 al 13,6 per cento nella Ivrea dei Casaleggio; dal 28 al 10,3 nella rossa Cinisello Balsamo; dal 35,9 all’11,6 a Fiumicino (dove i vertici cinquestelle picconarono Mattarella dopo il suo no a Savona superministro);  dal 57,3 al 6,5 per cento a Afragola e dal 53,9 al 12,7 a Castellammare di Stabia, città giallorecord meridionali appena cento giorni or sono; dal 71 al 16 per cento a Priolo, con annesso ritorno di un vecchio sindaco Dc, nella Sicilia del “vento del cambiamento”. E così via dissanguandosi, sotto la linea del Garigliano.  Per contrastare articoli e servizi sulla disfatta grillina,  Luigi Di Maio ha citato come vittorie solo gli esigui esempi di Crispiano, Ripacandida, Pantelleria e Castel Di Lama.  Si è aggrappato  a qualche ballottaggio. Ha dovuto, soprattutto, tacere sulla sindaca più discussa d’Italia, Virginia Raggi, alla quale  i votanti dei municipi terzo ( Nomentano) e ottavo (Garbatella) di Roma hanno notificato un avviso di sfratto:  l’ultimo campanello d’allarme, nella città che con Torino e Livorno è il benchmark dei pentastellati di governo.

Naturalmente, il dieci giugno non ha avuto luogo alcun Giudizio universale. Come sempre si ripete e spesso si dimentica,  il voto amministrativo –  interessato a questioni locali e affollato da migliaia di candidati  – si colloca altrove rispetto al voto politico,  nel quale più liberamente si esprime il nuovismo grillino.  Sarebbe perciò un errore – come dare torto a Di Maio? – vaticinare ai pentastellati una fine precoce.  Nello stesso tempo però le dimensioni dello smottamento – soprattutto nel Mezzogiorno –  non permettono  di circoscrivere la sconfitta al “voto clientelare”, un passepartout che il gruppo dirigente ha provato a brandire ma con scarsa convinzione.  Perché trasformare il Mezzogiorno da luogo della libera riscossa d’un popolo (4 marzo) a sentina del peggiore vizio nazionale (domenica scorsa)  sarebbe una capriola complicata perfino per chi fa del Mov una fede.

Catastrofe no, dunque.  Ma cautela e preoccupazione molte.  Qualche parola dal sen fuggita, sui profili social di parlamentari grillini e perfino sui giornali,  sta a testimoniarlo.  Cresce in dirigenti e militanti la consapevolezza  che la Lega – nei primi tempi della convivenza  – ha offuscato lo smalto del Movimento, mangiandone l’energia e la visibilità. Le camicie verdi vincono la gara a chi meglio rompe con il passato dei caminetti e delle consorterie.  La ruspa leghista  incanta l’ immaginario populista più del doppiopetto di Di Maio.  Se è vero quel che ha scritto Beppe Grillo sul blog del movimento, e cioè che “la sintesi fra simili nella differenza”  produrrà “un modello di governo assolutamente nuovo”,  eccoci qua:  la sintesi, al momento, ha il faccione di Matteo Salvini. Conte si muove come un caratterista spento, Di Maio vagola sul palco come una comparsa in grigio.

Il segretario della Lega – conquistata accortamente la postazione tattica del Viminale – lancia nel circuito le sue parole d’ordine, soprattutto quelle che stanno fuori dal famoso “contratto” e che nessuno, quindi,  potrà contestargli.  Occupa i talk show,  blatera di “pacchia” per i migranti  poi condanna i disgraziati della Aquarius a peregrinare nel Mediterraneo,  invoca Orban e lancia accuse a Soros.  “Ringrazia” la Spagna, “suggerisce” a Conte di dare l’ostracismo a Macron.  In sostanza detta al primo ministro e agli alleati una agenda sovranista e isolazionista, intollerante e di destra, e impone nei media l’Italia che ha voglia di spezzare reni a destra e a manca, di qua e di là del Mediterraneo. Mentre il presidente del Consiglio si limita a aggiungere qualche aggettivo neutrale, i Cinque stelle inseguono e arrancano.  Di Maio –  pressato da un numero esorbitante di incarichi e di impegni e inadeguato alla bisogna – non tiene il campo, non trova parole chiave e non offre in definitiva ai suoi una barra sicura.  Fino al punto che Toninelli,  ministro dei porti, ha dovuto mendicare nelle ore della crisi il riconoscimento che il comunicato sulla blindatura degli scali  era “congiunto”. Come dire: ci siamo anche noi.

Sì, ma ci siamo DOVE,  i cinquestelle,  in questa rincorsa a urlare e  decidere?  La risposta non ha a che fare solo con la stoffa comunicativa di Salvini, che maneggia messaggi beceri e ipersemplificatori come in una campagna elettorale perenne (e chissà, forse proprio pensando a provocarla fra qualche mese, una nuova campagna elettorale).  Il punto di fragilità dei cinque stelle,  a volerlo vedere,  è proprio la loro idea anodina e privatistica del governo come  luogo in cui diligentemente si applicano accordi, anzi meglio:  contratti.  L’idea che Di Maio ha insistito mesi per imporre come autentica novità dei cinque stelle: una procedura, non una politica.

Ingabbiato in questa convinzione, impacciato da una gestione centralistica e stritolato da un doppio serbatoio elettorale che tiene insieme pulsioni “di destra” e speranze “di sinistra”,  il movimento cinquestelle non riesce a navigare nell’everyday del Paese, con le crisi da affrontare, le soluzioni da mettere a punto e i risultati da far conoscere.  Non hanno senso di marcia,  cercano giorno per giorno, ora per ora,  un baricentro; si disorientano ogni volta che  la realtà fuoriesce dalle righe del contratto messo per iscritto, dal diligente compito che volevano eseguire.   In poche parole manca la politica, nella politica grillina. Così accade che il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, nel pieno della crisi Aquarius prima scriva un post per invocare che si  accolgano i migranti, poi lo cancelli:  “Per non creare problemi”.  Fra il post e la cancellazione c’è tutta la difficoltà del Mov,  tutte le sue zavorre. Quelle che stanno trasformando il governo bicromatico in un monocolore verde padania. Mentre si fa largo,  fra gli “elettori di sinistra” che li premiarono il 4 marzo,  il dubbio che i cinque stelle, alla fine, siano solo la prosecuzione della destra con altri mezzi.