Brexit a tutti i costi.
Il golpe di Johnson che sospende il parlamento

Quello che è avvenuto mercoledì in Gran Bretagna è estremamente grave e deve allarmare tutti i sinceri democratici in Europa.
Un primo ministro senza la fiducia del Parlamento ha chiesto a un monarca in carica per diritto ereditario di sospendere un Parlamento sovrano ed elettivo per evitare un dibattito democratico su una crisi politica.
In nessuna democrazia parlamentare che tuteli la legittimità delle sue procedure questo può essere considerato accettabile. Si tratta, al di là di ogni legittimo dubbio, di una sostanziale sospensione della democrazia parlamentare che non bisogna avere remore ad etichettare come un tentativo di colpo di stato, limitato nel tempo e nello scopo, ma pur sempre tale nella violazione dello spirito delle convenzioni che da oltre 400 anni tutelano la legittimità democratica delle istituzioni del Regno Unito.

Il primo ministro vuole la chiusura della sessione parlamentare

brexit westminsterRicostruiamo gli avvenimenti. Nella prima mattinata di mercoledì una lettera al Parlamento del Primo Ministro Boris Johnson, eletto a fine luglio dai membri del Partito Conservatore, annunciava l’intenzione di chiedere alla Regina di avviare la procedura di chiusura della sessione Parlamentare, sospendendo ogni attività fino alla riapertura annunciata per il 14 Ottobre.

Questa procedura, chiamata prorogation, normalmente avviene ogni anno, con la chiusura della sessione legislativa e l’annuncio del programma del governo per i 12 mesi successivi in un discorso letto dalla Regina che avvia formalmente la nuova sessione Parlamentare. L’ultimo discorso della Regina è però avvenuto oltre due anni fa, dopo le elezioni del 2017. Da allora, per via dei diversi procedimenti legislativi legati alla Brexit, che decadrebbero se fosse dichiarata chiusa la sessione legislativa, il Parlamento non è mai stato prorogato, offrendo a Boris Johnson il pretesto per chiudere la piu lunga sessione “in quasi 400 anni”. Ed è effettivamente vero che un cambio di governo, come quello avvenuto tra Giugno e Luglio tra Theresa May e Boris Johnson, è di solito seguito da un discorso della Regina.

Non una, ma cinque settimane

Tuttavia la sospensione dei lavori parlamentari tra la chiusura di una sessione e l’avvio di quella successiva dura solitamente pochi giorni e non le cinque settimane richieste dal Primo Ministro, che ha strumentalmente inglobato la tradizionale sospensione legata alle conferenze di partito di fine settembre, che il Parlamento stava però pensando di revocare proprio per avere più tempo per discutere la Brexit. Di fatto, la lunghezza della sospensione riflette chiaramente la volontà di impedire un libero dibattito parlamentare sulla scelta del governo di procedere a una Brexit senza accordo alla scadenza del 31 ottobre, limitando a un paio di settimane a ottobre la sua capacità di legiferare in materia. Troppo poco per potere concretamente pensare di bloccare il suo piano.

Una scelta gravissima

Una scelta gravissima nella sua sostanza, per questo definita “un oltraggio costituzionale” dal leader della Camera dei Comuni John Bercow, ma formalmente possibile grazie alla convenzione che assegna al Primo Ministro la prerogativa di decidere la durata della sospensione e al sovrano il ruolo meramente cerimoniale di approvare la decisione. Questa convenzione discende dalla necessità di limitare il potere del sovrano che nei secoli passati era solito sospendere parlamenti dediti ad iniziative poco gradite. Ma nel caso di un primo ministro come Boris Johnson che non ha mai ricevuto la fiducia delle camere e promuove una politica (sulla Brexit) priva di una maggioranza parlamentare, permette al potere esecutivo di prevaricare il potere legislativo, dimostrando i profondi limiti della democrazia britannica priva di una Costituzione scritta.

La regina non poteva dunque opporsi alla scelta del suo primo ministro senza creare a sua volta uno scontro istituzionale che avrebbe avuto conseguenze imprevedibili anche per la stessa monarchia, ed era dunque inevitabile la decisione di non opporsi rimanendo neutrale di fronte a una scelta la cui responsabilità politicamente cade unicamente sul primo ministro Boris Johnson.

Manifestazioni spontanee e petizioni

La reazione dei cittadini britannici è stata immediata, massiccia e oltre le peggiori aspettative del Primo Ministro. Oltre un milione di persone hanno firmato in poche ore una petizione che chiedeva di fermare la sospensione del Parlamento e decine di migliaia sono scese in piazza in manifestazioni spontanee in tutte le principali città del Paese, incluse quelle che hanno votato Leave. Un editoriale di fuoco del Financial Times chiede la destituzione del primo ministro, mentre la leader del Partito Conservatore in Scozia si prepara ad annunciare le sue dimissioni e diversi deputati Tories ostili a una Brexit senza accordo hanno manifestato la loro disponibilità a votare una mozione di sfiducia.

Ora tocca a Corbyn

Tutto ora è nelle mani del leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, che sta valutando diverse opzioni nei tempi consentiti al Parlamento per riunirsi. Di fatto, Corbyn avrà  solo tre giorni di tempo per presentare la mozione di sfiducia (prerogativa proprio del Leader dell’opposizione) prima dell’inizio della sospensione: precisamente tra martedì 3 (quando il Parlamento tornerà dal recesso estivo) e venerdì 6 Settembre.

Cosa resta della Brexit?

Potrebbe avere i numeri per sfiduciare Johnson e sicuramente avrà il pieno supporto di tutta la Gran Bretagna (e l’Europa) che ha a cuore la democrazia parlamentare. Ma cosa succederà dopo non è scontato, perché è prerogativa ancora una volta del Primo Ministro quella di fissare la data di nuove elezioni e Johnson ha già minacciato di fissarle dopo la data prevista per un no deal Brexit. Se e quando Corbyn riuscirà a formare un governo alternativo in questo Parlamento deciderà probabilmente le sorti della della Brexit.

Al momento non ci sono abbastanza ribelli Tories pronti a sostenere un governo Corbyn e non è affatto chiaro chi altri possa guidare un governo alternativo. Per questo, il leader Laburista sta anche valutando un’altra strada che passi dall’approvazione fulminea di una legge che impedisca il no deal, obbligando il governo a chiedere una nuova estensione. E un gruppo di 75 deputati ha fatto ricorso ai giudici per impugnare il decreto di sospensione del Parlamento. Su tutte le strade i giorni sono contati e la prossima settimana sarà la piu importante della storia moderna del Regno Unito.

Rimane da capire cosa resti di una Brexit, venduta come strumento per ripristinare la sovranità del Parlamento e riprendere il controllo del processo legislativo e finita per essere usata per giustificare la sospensione di quello stesso Parlamento per bloccarne la capacità di legiferare. Eterogenesi dei fini o l’inevitabile destino di un progetto eversivo?