Italia, un Green new deal piccolo piccolo di fronte all’emergenza clima

Un rapporto impietoso per l’Italia: “maglia nera in Europa e prima per morti da biossido di azoto”. Lo ha annunciato l’Eea (European environment agency) nella presentazione della qualità dell’aria nell’Unione. L’analisi mostra come l’esposizione all’inquinamento atmosferico ha causato, solo nel 2016, circa 400.000 mila morti premature e avverte che senza un’agenda ambiziosa che affronti le cause sistemiche e acceleri i cambiamenti nei sistemi energetici, alimentari e della mobilità, non si riuscirà a mettersi “sulla traettoria della sostenibilità e di un ambiente sano”.

Primato negativo

Si evidenzia come “la scarsa qualità dell’aria continua a danneggiare la salute degli europei, specialmente nelle aree urbane, con il particolato (PM), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono a livello del suolo (O3 ) che causano il danno maggiore”. E l’Italia è “il primo paese per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno e ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600)”.

Come gli ambientalisti vanno dicendo da decenni, inascoltati, l’Eea ricorda che “oltre a danneggiare la salute e ridurre l’aspettativa di vita, la scarsa qualità dell’aria causa anche perdite economiche, ad esempio, a causa di costi sanitari più elevati, rendimenti ridotti da agricoltura e silvicoltura e minore produttività del lavoro.

Un green new deal piccolo piccolo

Un precedente rapporto Eea aveva dimostrato come “l’inquinamento atmosferico e acustico e le temperature estreme incidano in modo sproporzionato sui cittadini più vulnerabili d’Europa”. La risposta del governo italiano, “dati drammatici che preoccupano e suonano come l’ennesimo campanello d’allarme – come ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Costa”, non tarda ad arrivare, ma è di una timidezza e arrendevolezza che sconcerta.

Il roboante decreto Clima, il primo atto del nuovo governo Conte, che inaugura il Green New Deal, fa il solletico alle problematiche che vorrebbe aggredire, anche se introduce delle novità rispetto al passato. Una di queste riguarda il bonus da 2mila per chi rottama l’auto, e sta nel fatto che il bonus dovrebbe valere per cinque anni e la cifra spettante può essere utilizzata per acquistare abbonamenti al trasporto pubblico locale e regionale e per la sharing mobility con veicoli elettrici o comunque a zero emissioni. Interessante, se non fosse che il trasporto pubblico locale e regionale è un terno all’otto e per di più effettuato con mezzi vecchi e altamente inquinanti e i veicoli elettrici ancora non esistono in Italia e se esiste qualche azienda che li produce, hanno costi proibitivi.

Poi c’è la parte riguardante il trasporto scolastico sostenibile. Viene prevista la creazione di un fondo per il servizio di scuolabus con poche emissioni per le scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, sia comunali che statali. Ma, anche in questo caso, varrà solo per le città metropolitane e lo stanziamento previsto è di poco meno di 10 milioni di euro l’anno. Per le famiglie che scelgono lo scuolabus green, inoltre, sono previste detrazioni fino a 250 euro sulle spese effettuate. E poi, sconti su prodotti senza imballaggio e bonus per i consumatori che riducono le emissioni con determinati acquisti.

Manca una strategia sul clima

Cifre modeste, passetti titubanti senza pestare i piedi ai grandi inquinatori e senza aggredire le grandi questioni, quelle che danneggiano gravemente la salute dei cittadini e rovinano interi territori. “Una serie di incentivi – come dichiara Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia – il cui effetto sul clima cioè il taglio di emissioni di gas serra è assolutamente marginale. Oltre la metà dei fondi disponibili è destinata alla promozione della mobilità pubblica e per l’acquisto di biciclette, il che è di per sé condivisibile, ma è ben lungi dal delineare una politica coordinata oltre a non essere quantitativamente significativo”.

Le parti qualificanti della proposta iniziale, come spiega Onufrio, ovvero “un comitato interministeriale sul clima per valutare l’effetto sulle emissioni delle diverse politiche e misure e il ruolo del Cipe per armonizzare la strategia nazionale sul clima, in corso di elaborazione, con la programmazione economica e la progressiva riduzione dei sussidi alle fossili, rimandata alla legge di bilancio, sono stati estromessi dal testo finale”. Questa sì, sarebbe stata una vera svolta.

L’onda d’urto dei portatori d’interesse

Senza, si resta al punto zero ed ai pannicelli caldi e “la questione di un governo delle politiche mirate agli obiettivi climatici rimane un tema irrisolto”. Ecco perché la parola “roboante” si attaglia perfettamente al dl clima. Annunci scoppiettanti che nascondono sia la mancanza di soldi per mettere mano seriamente alle svolte annunciate, sia la difficoltà a reggere politicamente ma anche operativamente, l’onda d’urto dei portatori d’interesse toccati da qualsivoglia modifica sia pur leggera e poco incisiva. Già si annuncia infatti il piede di guerra dei produttori di imballaggi, per fare un piccolo esempio.

Alla base della politica dei piccoli passetti, quindi, non c’è solo la scarsità di fondi (che già solo questa ragione sarebbe ridicola per uno Stato che si candida ad investire risorse adeguate al Green New Deal e che si vota alla lotta al cambiamento climatico come primo punto del programma di governo) ma la perdita inesorabile e progressiva di autorevolezza e credibilità di una classe politico-istituzionale, perdita che non permette di prendere decisioni di grande responsabilità e di forte rischio per affrontare i grandi inquinatori, bloccare l’arrembaggio del cemento, fermare produzioni automobilistiche che sarebbero già fuori legge, investire massicciamente sulla mobilità elettrica e sulla riconversione energetica rinnovabile. Il piccolo cabotaggio come politica per il futuro ma annunci roboanti di rivoluzioni straordinarie…